Testimoni

Il giardino dei figli perduti

Don Luigi Verdi a Romena (da romena.it)
03 aprile 2021

A Romena i genitori “orfani” piantano mandorli per i loro ragazzi
Don Gigi: non servono parole, basta un gesto. Come a Gesù a Nain


Perché? È la prima e unica domanda. Senza risposta. Anche a sbatterci la testa, a straziarsi il cuore, a consumare le lacrime, a perdere il sonno. Perché quella sera gli ho permesso di uscire e sfracellarsi contro quella macchina?

Sopravvivere a un figlio che muore è tragedia incomprensibile. E chi, disperato, si domanda perché, non merita una risposta raffazzonata, un farfugliare di parole inutili, sostiene don Luigi Verdi.

«Non si può offendere il dolore di una madre o di un padre. Non si può». Don Gigi o solo Gigi, fondatore della Fraternità di Romena nella valle di Pratovecchio Stia in Toscana, provincia di Arezzo, lo ripete come un mantra. «Non si può offendere il dolore di un genitore». È quello che ha pensato vent’anni fa quando ha incontrato la prima coppia di genitori che, insieme a altri, poi hanno dato vita al Gruppo Nain. Avevano perso il figlio, peregrinavano per quelle valli verdi in cerca di pace. E si erano fermati nella sua Pieve, edificata mille anni fa e che oggi come allora ospita “viandanti della fede”. «Mi raccontarono – dice don Gigi- del lutto e di un prete imbecille che aveva tentato di spiegargli che il loro figlio era più buono degli altri». Per questo Dio lo aveva voluto con sé.

«Come si può?»: se lo domanda ancora a distanza di anni e con quella stessa passione, agitata e testarda, che sta dietro all’impegno fatto di gesti e non di parole, accanto ai genitori “orfani” dei figli.

«Ho dato il nome al gruppo ricordando l’episodio di Gesù che entrando nella città di Nain incontra lo strazio di una madre che aveva perso il figlio. Preso da compassione, posa la mano sulla bara. Ecco, sta in quel gesto l’unico conforto. Non esistono parole per rendere il miracolo di un figlio ritrovato. Serve la presenza, l’ascolto, raccogliere le lacrime».

E di lacrime, don Gigi ne ricorda: «Arriva questa donna a Romena. Ce l’ho stampata in mente: rigida, diffidente. Non piange, non dice una parola. Poco a poco si scioglie, cominciano a scorrere le lacrime, le asciuga per nasconderle, vergognandosi della sua sofferenza. Alla fine del nostro incontro, le lacrime vengono giù senza freni verso le labbra. Le beve, le accoglie dentro di sé».

Accanto al dolore di una madre o di un padre che perde il figlio non ci sono parole ma corpi, presenza, affetto, occhi che si guardano e si capiscono. E così cercano di superare l’obiettivo minimo di sopravvivere per raggiungere quello del vivere. Una vita nuova, diversa. In nome di, per conto di, in memoria di.

Chi è stato a Romena ed ha incontrato i genitori Nain, impegnati ai tavoli della mensa, ai fornelli della cucina, si è sentito dire: «Cucino pensando di farlo per mio figlio». E in quella voce pudica ma anche gioiosa e incredibilmente rasserenata, ha sentito la forza e l’orgoglio di questa scelta di vita. Invece che sommergersi di lavoro, di dedicarsi ad attività che cerchino di rimuovere, questi genitori hanno scelto di rinascere immersi nel ricordo di un figlio che sta accanto ma non c’è.

Un cammino «che non è mai consolazione ma che è l’unica strada verso la Resurrezione». Come il giardino che don Gigi ha voluto realizzare proprio nel grande prato attorno alla sua Pieve romanica. «Lì abbiamo deciso di piantare alberelli di mandorlo a ricordare i figli che non ci sono più». E la scelta del mandorlo non è un caso: «È il primo che fa i fiori e l’ultimo a dare i frutti». Una spianata di piantine che diventeranno grandi, che si faranno adulte: il Giardino della Resurrezione.

Don Gigi ne ha chiaro il senso e così lo ha proposto ai suoi genitori feriti: «In ebraico la radice della parola mandorlo, shaqad, vuol dire svegliare, essere attenti. Il giardino – dove riposano centinaia di piante – ha questo senso: invece di aspettare di rivederlo, cominciate a fiorire. Invece di tenerlo in quella tomba, cercate di portare avanti la vita anche per lui. È mettersi in attesa di un cambiamento, di qualcosa di nuovo che verrà». Il gruppo dei genitori Nain, così come don Gigi ha voluto che crescesse, è uno spazio aperto. «Non ho voglia di trattenere le persone. Chi arriva qui, può farlo anche una sola volta. Tornare quando vuole. O essere, come accade, l’ossatura di una fraternità di persone che ogni giorno, si pongono una domanda: da dove ricomincio a vivere?».

di Elena Di Dio
Autrice Tv2000