«Anastasis»

L’architettura
della risurrezione

Cattedrale di Acquapendente (Acquapendente, X secolo)
30 marzo 2021

Con l’espressione popolare “fare i sepolcri” si indica l’antica tradizione della visita, nella notte tra giovedì e venerdì santo, ad almeno tre altari — inizialmente sette —; non quindi a luoghi di sepoltura. L’espressione appare alquanto impropria, eppure “i sepolcri”, al plurale, hanno una loro concretezza: fanno rivivere spontaneamente la lunga storia del luogo che ha accolto le spoglie di Gesù, molte volte demolito e poi ricostruito, ma, soprattutto, riprodotto e moltiplicato in tanti altri posti nel mondo, nella forma e nell’immagine che richiamano il complesso di Gerusalemme. Il valore, storico e simbolico, della Tomba ha esposto il luogo a continue occupazioni con conseguenti trasformazioni e nuove edificazioni quasi sempre motivate dall’intento di dichiarare il possesso e la responsabilità della protezione. La sua storia è ben nota e si ricava sia dagli scavi archeologici iniziati in epoca molto antica — circa un secolo dopo la morte di Gesù —, sia dall’ampia testimonianza documentaria, scritta e iconografica.

Dopo la costruzione, da parte dell’imperatore Adriano (135), di alcuni templi pagani sopra i luoghi del martirio, l’imperatore Costantino e la madre Elena (325-326) fanno abbattere questi edifici per rendere di nuovo visibili i luoghi della Passione. Nel 335 viene consacrata l’Anastasis, a pianta circolare, che protegge il Santo Sepolcro, posto all’interno di un’edicola. Tra il 614 e il 1009 Gerusalemme subisce varie occupazioni e la distruzione della Basilica.

Nel 1014 inizia la sua ricostruzione con i restauri dell’imperatore Basilio ii , terminati nel 1048 da Costantino ix Monomaco. Dopo la conquista della città da parte dei crociati, la basilica è soggetta a vari lavori di trasformazione, finché l’incendio del 1808 la distrugge in gran parte. Deve essere del tutto ricostruita la cupola e restaurata l’edicola. Gli ultimi lavori di carattere generale sono del 1959.

L’edicola del Santo Sepolcro, composta da due ambienti — uno che custodisce la pietra della chiusura e l’altro che permette di accedere al luogo della sepoltura — racconta pertanto molti eventi che, iniziati con la tomba fatta costruire da Giuseppe di Arimatea, si sono protratti fino ai giorni nostri con il ritrovamento nel 2016 della grossa pietra originaria per la chiusura della tomba, rintracciata durante i lavori di restauro dell’edicola. E probabilmente questi lavori non saranno gli ultimi.

L’interno della basilica, attraverso la rilettura delle sue molteplici trasformazioni e ricostruzioni, offre un racconto continuo e vivo del sovrapporsi conflittuale per il suo dominio. La tensione e le emozioni permangono: sono evidenti anche nella rete dei percorsi separati che guida i passi dei celebranti — greco-ortodossi, armeni, copti, siriaci-ortodossi, cattolici romani — per raggiungere il luogo assegnato per il loro rito. Questi ultimi, rappresentati dai francescani della Custodia di Terra Santa, hanno recentemente rievocato gli otto secoli della loro presenza, a partire dall’incontro tra Francesco e il sultano al Malik al Kamil a Damietta nel 1219.

A questi interventi, tutti sovrapposti sul luogo della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione, se ne devono aggiungere tuttavia altri, edificati nel mondo quando non era possibile, o molto complicato, raggiungere Gerusalemme. Ne sono stati contati 130, ma ce ne potrebbero ancora. I più noti e numerosi sono quelli lungo le strade che portano in Terra Santa, che hanno un valore di testimonianza diretta: raccontano la forma, più o meno interpretata e riprodotta in vera misura, dell’edicola originale. Costruiti soprattutto nel medioevo e nel rinascimento, permettevano ai pellegrini di immergersi nella percezione del luogo anche da lontano. Potevano far vivere la tensione emotiva della visita al Sepolcro, anche se il carattere del posto non poteva certo essere trasferito altrove. Gerusalemme contiene infatti nel suo tessuto, carico di attività di ogni genere e di stratificazioni, un valore emozionale che non può assolutamente essere isolato e condensato in una sola opera architettonica.

La riproposizione totale o parziale del Sepolcro contiene tuttavia anche una funzione di memoria, a ricordo del luogo del pellegrinaggio, da conservare e da rivivere, anche visitandolo di nuovo, senza dover raggiungere la Terra Santa. Queste testimonianze, non solo architettoniche, ma anche iconografiche di varia natura — dipinti, mosaici, medaglioni, modellini in legno e madreperla, ecc. — costituiscono una documentazione storica estremamente eterogenea che, proprio per la ricchezza della sua varietà, risulta indispensabile per ricomporre, oggi, lo stato del monumento nel periodo in cui la sua copia è stata realizzata.

Sulla Via Francigena, scendendo verso Roma, si incontra la cattedrale romanica di Acquapendente, costruita su volere di Matilde di Westfalia proprio per celebrare il Santo Sepolcro. L’edificio, una basilica minore dell’Ordine benedettino, sorge su una cripta che custodisce la riproduzione dell’Edicola di Gerusalemme, al cui interno la tradizione attribuisce la presenza di alcune pietre insanguinate, legate alla Passione di Cristo. Questa chiesa, con la sua cripta, restituisce, anche se solo in parte, il carattere di protezione della basilica di Gerusalemme. Consistenti lavori di trasformazione hanno modificato nel tempo l’aspetto dell’edificio, soprattutto nel disegno della facciata settecentesca di Nicola Salvi.

A Brindisi, Boemondo i D’Altavilla, di ritorno dalle Crociate promuove la costruzione della chiesa di San Giovanni al Sepolcro. L’opera, di epoca normanna, definita in pianta da un perimetro circolare, ricorda il motivo formale dell’Anastasis, edificata a protezione del Sepolcro di Cristo. Lungo la strada che dall’Europa porta in Terra Santa si concentrano pertanto molti esempi che rievocano l’impianto centrale, circolare o poligonale.

A Firenze Leon Battista Alberti realizza tra il 1457 e il 1467 il Tempietto Rucellai, progettato per essere la tomba del suo committente. La costruzione, un sepolcro decorato da tarsie dicrome molto eleganti e raffinate, richiama in parte i motivi ispiratori del Santo Sepolcro: l’elemento che sostiene maggiormente questa affinità stilistica è il corpo semicircolare che conclude uno dei lati corti del volume a pianta rettangolare. L’accesso al sepolcro vero e proprio avviene, come a Gerusalemme, attraverso una piccola porta che, in questo esempio rinascimentale, si apre sull’altro lato corto dell’impianto.

La riproposizione dell’architettura del Santo Sepolcro non interessa però solo il territorio italiano. Molte copie, più o meno fedeli, sono realizzate nel resto dell’Europa, in particolare nel periodo della Controriforma. Ma anche più lontano, in Canada e negli Stati Uniti, è possibile rintracciare i segni dell’Edicola che continua a motivare il pellegrinaggio di molti, non solo fedeli, in Terra Santa.

La copia in architettura esiste, anche se è poco diffusa; peraltro le diverse condizioni del luogo, inevitabilmente, la obbligano a differire dall’originale. Può riguardare edifici religiosi, culturali, turistici; in questi casi la riproposizione è attenta nell’imitare, anche se quasi sempre modifica le grandezze. Il tema della ricostruzione del Santo Sepolcro lontano da Gerusalemme esprime un altro intento: non si affida, come abbiamo visto, alla copia fedele dell’originale; in molti casi l’imitazione è “approssimativa”; celebra simbolicamente, molto più che fisicamente, il luogo, lasciando ai pellegrini l’opportunità e la concentrazione per immergersi nei loro momenti di devozione. È proprio qui che si concretizza il senso plurale de “i sepolcri” che diventano, attraverso il loro moltiplicarsi e la loro antologica raccolta di esempi diffusi nel mondo, un riferimento tipologico molto più che un modello sti-listico.

di Mario Panizza