La lotta contro gli sprechi delle risorse idriche in tempi di pandemia

La goccia e il vaso

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26 marzo 2021

Il conto globale dello spreco di risorsa idrica appare da alcuni anni sempre più salato. Aumenta la sete del pianeta. La Giornata mondiale dell’acqua cresce di importanza.

Con la crisi sanitaria, il lavaggio delle mani e l’igienizzazione degli oggetti sono divenuti abitudini quotidiane. Sono gesti consigliati dai medici e che troviamo scritti a caratteri cubitali in tutti gli ambienti pubblici. Il lavaggio frequente delle mani in tempi pre-covid sarebbe stato annoverato tra i disturbi ossessivi compulsivi degni di analisi psichiatrica: in poche settimane è stato riconosciuto come avvertenza salvifica. Tuttavia, la volontà di evitare il contagio, proprio e degli altri, non si riduce a rupofobia, ossia la paura dello sporco. Ogni goccia d’acqua rafforza il vaso della salute.

In tempo di pandemia le acque reflue urbane segnalano la presenza di sars-Cov-2: sono un indicatore prezioso per capire i numeri dei contagiati (compresi quelli sfuggiti al controllo dei tamponi) e la concentrazione del virus nelle città. I risultati della ricerca consentono di fare il quadro preciso delle dimensioni dell’epidemia, di valutarne l’andamento con il trascorrere dei mesi e le differenze tra le diverse ondate. La goccia d’acqua rivela la reale consistenza del vaso pandemico.

Giorno dopo giorno scopriamo quanto dipendiamo dall’acqua e quanti benefici derivano dalla sua disponibilità. Il vero problema da combattere si chiama spreco: troppe gocce escono dal vaso.

Anche il semplice menù a tavola palesa un eccessivo consumo idrico. Basti pensare che per produrre un chilo di verdura servono trecentotrenta litri di acqua, mentre per un chilo di carne di manzo ne occorrono oltre quindicimila. Rivedere le proprie abitudini alimentari diventa sempre più un gesto di solidarietà verso chi non ha facile accesso all’acqua. Il risparmio non ha solo un’impronta ecologica contro una dieta idrovora, ma è opera di giustizia, se è vero che negli ultimi vent’anni l’acqua potabile disponibile nel mondo si è ridotta del 20%. È una brutta notizia che si deve aggiungere a pessime abitudini da correggere e superare, come l’utilizzo di bottiglie di plastica a scapito del rubinetto di casa o della borraccia che dura nel tempo. Per produrre una bottiglia di plastica che contiene un litro e mezzo di acqua servono 1,9 litri della stessa risorsa: fino a quanto potremo permetterci tanta insostenibilità con un pianeta che vede 1,2 miliardi di persone vivere in aree a enorme scarsità idrica? Davvero il vaso dell’ingiustizia tracima e ogni goccia in più è inutile spreco.

La minore disponibilità di acqua potabile è causata dall’inquinamento dei terreni per l’utilizzo smisurato della chimica in certa agricoltura.

Inoltre, negli ultimi anni ha fatto scalpore la raccolta dei rifiuti nel mare: plastiche, oggetti vari e, di recente, guanti e mascherine anti-covid. Il mare inquinato peggiora la qualità del pesce, che finisce per nutrirsi di microplastiche. Si tratta di un clamoroso autogol per il corpo umano, perché il ciclo naturale si riversa di nuovo nell’alimentazione umana. Effetto boomerang. Molti materiali che i pescatori recuperano nei fondali marini, in realtà, sono gettati nei corsi d’acqua e raggiungono il mare attraverso i fiumi. I canali d’acqua dolce, vera ricchezza per l’agricoltura e l’economia umana, sono inquinati dalla superficialità e dall’incuria dell’uomo. Piccoli gesti ordinari scatenano grandi disastri e invocano interventi straordinari. Sono la goccia che fa traboccare il vaso dell’inquinamento ambientale.

Scopriamo che lo spreco di acqua ha l’altra faccia della medaglia: non consente l’accesso alla risorsa idrica per popolazioni e interi territori. A pagarne le conseguenze sono i poveri, spesso dimenticati e trascurati.

Eppure, tra tanti gesti preoccupanti spuntano, come fiori di primavera, le buone notizie. È da raccontare il progetto della Fondazione «Banca dell’acqua» promosso da Padania Acque, la società pubblica che gestisce le acque nella provincia di Cremona. Invece di chiamare in tribunale i casi morosi di coloro che non riescono a saldare il conto della bolletta, la Banca mette a disposizione operatori sociali che accompagnano chi è in difficoltà economica. La cifra del debito si tramuta in servizio in favore degli altri. Ai beneficiari è richiesto l’impegno di prestare ore di lavoro a beneficio della collettività, come aiuto-cantoniere, addetto alla cura del verde, alla pulizia presso uffici, ambulatori e aree delle amministrazioni pubbliche, nonché compiti di manutenzione. La retribuzione oraria simbolica, stabilita in dieci euro, viene convertita in fornitura d’acqua. Ne sono nate storie inedite di speranza.

Così Fathia, giovane donna algerina, si è presa cura della bambina di una donna italiana che aveva da poco trovato lavoro. Ha accolto in casa la piccola come una «figlia» che si è aggiunta ai suoi quattro figli. Attraverso quel gesto ha scoperto il valore benefico della sua presenza in una comunità periferica. E, sorpresa delle sorprese, una volta saldato il debito la mamma immigrata non ha tirato la riga in fondo al totale. Ha continuato il servizio di baby-sitter dando stabilità a una relazione sociale di cura. Tante altre storie hanno scritto l’espressione «lieto fine» su vicende che di solito si impantanano tra le carte di avvocati. Attraverso la Banca dell’acqua i soggetti in difficoltà non solo continuano a beneficiare della fornitura dal rubinetto di casa, ma si vedono riconosciuti nella propria dignità. Da debitori si scoprono azionisti della collettività. Si mettono in gioco per il bene comune. Chi vive situazioni di povertà per motivi di disagio economico, lavorativo o familiare, riceve un’apertura di credito o «conto corrente dell’acqua» che può onorare con progetti socialmente utili. Nessuno è così povero da non potere offrire qualcosa agli altri. In questo modo, la pietra di scarto diventa mattone indispensabile per la costruzione della comunità. Ogni goccia di esistenza fragile viene custodita nel vaso della società fraterna.

Ecco lo straordinario «potere sociale» dell’acqua. Ogni volta che entriamo in contatto con questo bene comune è occasione per esprimere la cura reciproca. L’enciclica Fratelli tutti ricorda che «se qualcuno possiede acqua in avanzo, e tuttavia la conserva pensando all’umanità, è perché ha raggiunto un livello morale che gli permette di andare oltre sé stesso e il proprio gruppo di appartenenza. Ciò è meravigliosamente umano!» (FT 117).

Si scrive acqua e si legge fraternità. Del resto, il confine tra «lavare le mani» e «lavarsene le mani» è molto più sottile di quanto possa sembrare. Soprattutto in tempo di crisi. Ponzio Pilato insegna.

di Bruno Bignami