Una proposta pastorale
per il nostro tempo

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23 marzo 2021

«Quando la dottrina dei Giansenisti attirava a sé l’attenzione dei Novatori e seduceva molti con i loro errori deviandoli dal retto cammino, si mise in prima linea, non senza il consiglio provvidenziale di Dio Onnipotente, Sant’Alfonso Maria de Liguori, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore e Vescovo di Sant’Agata dei Goti, il quale combattendo la buona battaglia, aprì la sua bocca nel mezzo della Chiesa per stirpare da radice e sterminare nel campo del Signore quella peste suscitata dall’inferno». Con queste parole Pio ix (1846-1878) nel 1871, nella lettera apostolica Qui Ecclesiae suae, motivava la proclamazione di sant’Alfonso a dottore della Chiesa.

Dalla lettura della lettera apostolica Qui Ecclesiae suae si colgono in sintesi tutti i passi fatti per arrivare al titolo di dottore del de Liguori. Dalla petizione avanzata da padre Nicola Mauron (1818-1893), superiore generale della congregazione del Santissimo Redentore dal 1855 al 1893, il lungo iter aveva coinvolto la Congregazione dei riti nell’espletamento della pratica tesa al riconoscimento del contributo offerto da Alfonso per la diffusione della dottrina e dell’ortodossia cattolica. Il testo nel suo insieme fotografa, sintetizza e riconosce il contributo ecclesiale di sant’Alfonso, la sua capacità di trasfondere in un’autentica testimonianza di vita quanto abitava tra le pagine delle sue numerosissime opere spirituali, morali, dommatiche e bibliche.

Dalla lettura poi del decreto di proclamazione, Inter eos, sempre a firma di Pio ix , si colgono in particolari ben quattro motivazioni che hanno portato a tale riconoscimento. È affermato che de Liguori «allontanò e confutò infatti con le sue dotte opere, in particolare con i Trattati di Teologia Morale, le tenebre degli errori, largamente diffuse da Increduli e Giansenisti». Questa prima affermazione ci riporta al contesto settecentesco dove le dispute teologiche avevano avallato alcuni sistemi morali, che offrivano delle risoluzioni nei casi dubbi. Queste scuole teologiche polarizzate su posizioni a volte oggettive, facevano prevalere in tutti i casi dubbi la legge sulla libertà di scegliere il bene, oppure attribuivano un significato tale alla libertà che relegava la norma a pio consiglio, sfociando in una condotta antievangelica. Il fondatore dei missionari Redentoristi prende parte a questa complessa disputa teologica, indicando una via media, identificata storicamente come benignità pastorale o equiprobabilismo, capace di promuovere la reciprocità tra legge e libertà, in sede di coscienza. È questo infatti il luogo in cui la libertà e la legge non si trovano in conflitto, bensì in un dialogo fecondo, che avviene grazie al dinamismo prudenziale di cui è capace la coscienza stessa.

Scorrendo ulteriormente il decreto Inter eos è riconosciuto all’opera teologica di sant’Alfonso M. de Liguori un valido sostegno argomentativo che ha portato, durante il concilio Vaticano i , alla definizione dell’infallibilità del Pontefice e alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione nel 1854. Così precisa il decreto: «Chiarì le questioni oscure e risolse quelle dubbiose, aprendo una via sicura per i confessori in mezzo alle opinioni contorte dei teologi o troppo lassiste o troppo rigide. E nello stesso tempo illustrò con cura e difese con vigore le dottrine dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio e dell’infallibilità del Sommo Pontefice quando insegna ex cathedra, dottrine definite dogmi in questo nostro secolo».

La proclamazione ecclesiale di sant’Alfonso M. de Liguori a Doctor Ecclesiae nel xix , ha segnato il vero superamento di una pastorale di stampo rigorista. Urgeva infatti un approccio morale capace di offrire risposte costruttive alle sfide della “moderna incredulità”, che andava delineandosi sempre più chiaramente con tutte le sue tensioni politiche, ecclesiali e sociali.

È la sua proposta di vita devota che ha insegnato a pregare a tante generazioni di fedeli, divenendo modello e ispirazione per grandi santi dell’Ottocento, come Giovanni Bosco, il Cafasso, Comboni, Gaspare del Bufalo, Grignion de Montfort, solo per ricordarne alcuni.

L’anniversario della proclamazione di sant’Alfonso a dottore della Chiesa permette di guardare al passato facendoci cogliere come quella decisione ecclesiale ha rappresentato un’adeguata risposta al presente in una prospettiva futura per il nostro tempo. Infatti nell’insegnamento alfonsiano è possibile cogliere per il nostro oggi notevoli stimoli per improntare una riflessione teologica capace di privilegiare l’ascolto degli ultimi, dei fragili, per proporre cammini pastorali atti all’incontro salvifico con il Dio della vita.

In una società polarizzata su estremismi e contraddizioni la proposta alfonsiana fa leva sulla coscienza, capace di ascoltare la voce di Dio. Sant’Alfonso nell’approcciare i problemi più spinosi in sede di confessione, ha affrontato le questioni anche più ardue e complesse, partendo sempre dall’angolazione della persona chiamata a vivere il bene, qui ed ora. Ogni uomo nonostante le ferite e le fragilità con cui è chiamato a fare i conti quotidianamente, non perde la sua dignità, poiché egli è creato ad immagine e somiglianza di Dio. La coscienza quando ricerca lealmente la verità che Dio indica nel suo cammino di discernimento, sostenuta dalla grazia, riesce a farsi carico anche delle situazioni più difficili da affrontare e da sostenere

Il de Liguori ci stimola nel nostro oggi all’annuncio della verità salvifica sempre in fedeltà alla kénosis misericordiosa del Redentore, perché «Iddio vuole tutti santi ognuno nel suo stato di vita» (Pratica di amare Gesù Cristo, 79).

di Alfonso V. Amarante
Preside dell’Accademia Alfonsiana