In un’antologia curata da padre Leonardo Sapienza

L’ombra di Dio

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18 marzo 2021

Gli insegnamenti di Paolo VI sul santo


È un uomo semplice, e proprio in forza di tale virtù, è l’uomo «più necessario e urgente». San Giuseppe è colui che, appunto perché spoglio di orpelli, è in grado di «fare posto» a Dio nella sua vita e nella sua pragmatica quotidianità. Lui è l’uomo «senza ambizioni ma con molta fedeltà». Nel libro L’ombra di Dio. San Giuseppe nei discorsi di Paolo vi (Monopoli, Edizioni Viverein, 2021, pagine 94, euro 10) Padre Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, cura un’illuminante antologia — prezioso florilegio — che raccoglie gli insegnamenti di Papa Montini sulla figura dello sposo di Maria.

«Quello che presentiamo — scrive monsignor Sapienza — è un sussidio nell’Anno speciale dedicato a San Giuseppe da Papa Francesco; con l’augurio che crescano in tutti la devozione al Patrono della Chiesa universale e l’amore al Redentore, che egli esemplarmente servì (Redemptoris custos, 1). L’autore sottolinea che «Giuseppe è il primo giusto cristiano, e vive la sua giustizia soprannaturale, prima ancora che Cristo la definisca e ne parli». La Chiesa madre e maestra ha proclamato san Giuseppe protettore e custode di sé stessa. «E ha scelto bene» evidenzia Padre Sapienza, perché chi ha saputo custodire Maria e Gesù, «può benissimo» proteggere e difendere il Corpo mistico di Cristo.

La Chiesa ha scelto e proclamato san Giuseppe come patrono della buona morte. Anche in questo caso la scelta è stata corretta. Infatti chi è morto tra Gesù e Maria è morto da giusto, da amico di Dio, ed è il più adatto ad aiutare l’uomo a rendere «un senso cristiano» alla morte, dopo aver dato, umilmente e fedelmente, «un senso cristiano» alla vita.

C’è quindi un’altra scelta, operata dalla Chiesa, altrettanto oculata e calzante: san Giuseppe patrono del lavoro e dei lavoratori. In merito a tale dimensione, Paolo vi , ricorda padre Sapienza, richiamava l’esigenza di «ridare le ali, ora spesso mozzate, al lavoratore, affinché riacquisti la sua vera e piena forma umana e la sua nativa levitazione; le ali dello spirito, della fede, della preghiera; gli orizzonti della speranza, della fraternità, della giustizia, della comunità e della pace».

Nell’omelia alla Messa del 19 marzo 1965, Paolo vi , con la sua inconfondibile cifra narrativa elegante e sensibile, affermava: «Che cosa di più umile, di più semplice, di più silenzioso, di più nascosto, ci poteva offrire il Vangelo da mettere accanto a Maria e a Gesù? La figura di Giuseppe è proprio delineata nei tratti della modestia la più popolare, la più comune, la più — si direbbe, usando il metro dei valori umani — insignificante, giacché non troviamo in lui alcun aspetto che ci possa dare ragione della sua reale grandezza e della straordinaria missione che la Provvidenza gli ha affidato, e che forma, a buon diritto, il tema di tante considerazioni, anzi di tanti panegirici in onore di san Giuseppe».

All’omelia pronunciata, il 19 marzo 1966, in occasione della consacrazione di quattro nuovi vescovi, Paolo vi presentava la figura di san Giuseppe come modello del buon pastore. Intessendo la riflessione di un afflato poetico, così Papa Montini si esprimeva: «Come quella di lampada domestica, che diffonde lume modesto e tranquillo, ma provvido ed intimo, e fuga l’oscurità della notte, invitando alla veglia pensosa e laboriosa, conforta il tedio del silenzio e il timore della solitudine, vince il peso della stanchezza e del sonno, e sembra discorrere con voce piana e sicura dell’alba che verrà, così la luce della pia figura di san Giuseppe, pare a noi, diffonde i suoi raggi benefici nella “casa di Dio”, che è la Chiesa; la riempie degli umanissimi ed ineffabili ricordi della venuta nella scena di questo mondo del Verbo di Dio, fatto uomo per noi e come noi, e vissuto sotto la protezione, la guida e l’autorità del povero artigiano di Nazareth».

Dopo il concilio Vaticano ii la Chiesa ha bisogno di un celeste patrocinio da parte del «mite e forte» suo protettore san Giuseppe: tale esigenza viene dettata dal desiderio che la Chiesa cattolica sia interiormente «unita, ordinata e fervorosa». Nell’Angelus del 19 marzo 1969 Paolo vi metteva in rilievo come gli impegni del concilio ci fanno sentire più vivamente, come non mai, «questo bisogno d’interiore concordia e di spirituale ed effettiva unione nella stessa fede e nella stessa carità». Infatti come potrebbe la Chiesa, se turbata da «interiori contestazioni», attuare un più attivo funzionamento collegiale di corresponsabilità e di solidale partecipazione al perfezionamento e allo svolgimento della sua attività apostolica e religiosa? E, di conseguenza, come potrebbe essa, senza interna compattezza, essere missionaria? Alla luce di questa consapevolezza, alta vibra l’invocazione al patrono della Chiesa san Giuseppe affinché fra le tante grazie di cui essa ha bisogno «egli — affermava Paolo vi — la conservi e le ottenga una profonda interiore unità nella vera fede e nella fraterna carità».

Ad impreziosire il già ricco florilegio padre Sapienza riporta la preghiera intitolata La grandezza degli umili composta dal cardinale Montini, arcivescovo di Milano, il 18 settembre 1961, nella parrocchia di San Giuseppe dei morenti in Rho, per le scuole parrocchiali della zona. Nella preghiera, toccante nella sua incisiva sobrietà, l’arcivescovo Montini chiede a san Giuseppe di insegnargli con il suo esempio di silenzio, di lavoro e di abnegazione, «la grandezza degli umili che compiono per amor di Dio il loro dovere». E quindi scioglie tale ardente invocazione: «Ottieni anche a me la fortuna d’essere al servizio di Cristo nella vita presente, per godere con Maria e con te la sua gloria nella vita futura».

L’antologia si chiude con la riflessione formulata da Paolo vi in occasione del Regina Caeli del 16 maggio 1971. In merito al delicato e complesso rapporto tra giustizia e lavoro umano, Papa Montini affermava: «Molti hanno idee sbagliate su questo grande problema del nostro tempo, e alcuni non ammettono che il lavoratore possa aspirare a nuove e migliori condizioni di vita. Altri credono ancora che la causa del lavoro non possa progredire senza un perpetuo e violento conflitto sociale». È questo il «dramma» del nostro tempo: di conseguenza Paolo vi invitava i credenti anzitutto a pregare. Una preghiera, sentita ed accorata, rivolta ai lavoratori che «sudano in una fatica dura, rischiosa e malsana». La stessa preghiera, altrettanto intensa e partecipata, va ad abbracciare sia i disoccupati che i poveri.

di Gabriele Nicolò