Una riflessione sulla «Patris corde»

L’elogio del padre

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18 marzo 2021

Sulla domanda «che cosa è un padre?» ci sono tre aspetti che la psicologia e le scienze umane hanno aiutato la modernità a consolidare come dato acquisito. In primo luogo, la prominenza che ha il padre nella costituzione della realtà psichica di ogni persona. Non possiamo essere senza padre, poiché ciò che questa figura trasmette (nella funzione di padre reale, simbolico e immaginario) è essenziale per la fondazione del soggetto. In secondo luogo, poiché la madre è rappresentata dall’evidenza della carnalità da cui proveniamo, il padre si affaccia primariamente nell’interiorità del figlio come un interrogativo, una domanda da spiegare. Il celebre adagio giuridico Mater semper certa, pater nunquam, ha, innanzitutto, una connotazione esistenziale che ognuno deve affrontare. E questo è un lavoro interiore decisivo. In terzo luogo, c’è il fatto che l’affermazione di Gesù: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio» (Matteo 11, 27) costituisce una verità universale. È ciò che teorizza Jacques Lacan quando ricorda che «è il gioco giocato con il padre» che permette di accedere alla sua (e alla nostra) comprensione. Vale a dire che è necessario approfondire il dono che il padre rappresenta per passare dall’esclusività del legame materno, fondato sulla fusione e sul desiderio, alla complementarietà del legame paterno, che ci introduce all’esperienza della differenziazione e all’obiettività della legge.

Il gioco giocato con il padre


Che “il gioco giocato con il padre” sia complesso e, a volte, dilemmatico, lo testimonia ampiamente la letteratura del xx secolo, situandosi tra la volontà di rottura e il desiderio di riconciliazione. Basti pensare all’incisività della lettera che Kafka scrive al padre: «Carissimo padre, mi hai chiesto poco tempo fa per quale motivo affermo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo rispondere; da un lato proprio per la paura che ho di te, dall’altro, poiché, alla base di questa paura, esistono troppi dettagli perché io possa esprimerli oralmente... E se in questo momento cerco di risponderti per iscritto, sarà in modo piuttosto incompleto perché, anche per iscritto, la paura e le sue conseguenze mi bloccano davanti a te». O, all’opposto, la confessione che il poeta Umberto Saba fa di aver avuto un’immagine sbagliata del padre fino a quando non ha percepito due cose: il bisogno di riconciliarsi con la fragilità del padre («egli era un bambino») e di rendergli giustizia in quanto gli ha trasmesso la vita («il dono ch’io ho da lui l’ho avuto»). Quando si parla di un necessario lavoro interiore con la figura paterna è anche di questo che si parla: della capacità di accettazione dei limiti, del riconoscimento di un dono assoluto anche se trasmesso in modo debole, dell’esperienza del perdono, dell’incontro e del prevalere della gratitudine.

L’evaporazione del padre


La cultura contemporanea non facilità, in alcun modo, questo rincontro, perché è passata da una demolizione sistematica a una strategica (ed efficace) operazione di evaporazione del padre. Oggi non esiste propriamente una ribellione contro la figura paterna, come in altre epoche del passato. La strategia è anzitutto quella di agire come se il padre e ciò che rappresenta fossero stati rimossi. Questo è, in larga misura, come lo spiega bene lo psicanalista Massimo Recalcati, l’espediente forgiato dalle nostre società quando impongono il consumo come modello di felicità. Il desiderio diventa una specie di mantra onnipresente, che la pubblicità ripete senza sosta per alimentare il circuito insonne del consumo. Ma il suo effetto esasperato è paradossale: ossessionati dalla trance del consumo, desideriamo tanto da non essere più capaci di desiderare. Di fatto, il desiderio ha bisogno dell’illuminazione che è data dalla norma. La conclusione anche qui è che non possiamo vivere pienamente senza includere il rapporto con il padre e ciò che egli significa.

Riscoprire il posto del padre


La celebrazione del 150° anniversario della proclamazione di san Giuseppe quale patrono universale della Chiesa è stata accolta da Papa Francesco come un’opportunità per proporre una riflessione sul senso perenne e attuale della figura paterna. Le parole iniziali della Lettera Apostolica Patris corde (Con cuore di padre) definiscono il programma di questo testo di grande intensità antropologica, catechetica e spirituale. In realtà, affrontare il cuore del padre è andare alla sua essenza, è scrutare il suo mistero e la sua funzione, è pensare a ciò che quel padre rappresenta nella storia della salvezza e a ciò che tutti i padri rappresentano oggi come patrimonio da riscoprire. E il Santo Padre si dice espressamente impegnato a mostrare come la «straordinaria figura» di san Giuseppe sia «tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi».

Diventare padre


Nella Lettera Apostolica Patris corde il Papa prospetta la missione paterna come un continuuum. La paternità non è semplicemente mettere al mondo un figlio: è assumersi «la responsabilità della vita di un altro», è «esercitare la paternità nei suoi confronti», è prendersi «responsabilmente cura di lui». La paternità è il dinamico compito della vita. Perciò Papa Francesco conclude che «Padri non si nasce, lo si diventa». In realtà, essere padre è accettare di essere costruito in un rapporto di amore con il proprio figlio, che modifica radicalmente e definisce in modo nuovo quel che si era. Facendo nuovamente riferimento alla letteratura contemporanea, penso alle affermazioni dello scrittore cileno Roberto Bolaño: «F«ino a quando non sono diventato padre per la prima volta, era molto difficile che qualcosa mi ferisse. Credevo di aver raggiunto una certa invulnerabilità. Quando ho avuto il mio primo figlio, tutto è cambiato. Intendo dire che tutti i timori e le paure che avevo provato nell’adolescenza si sono ripresentati, raddoppiati, moltiplicati per cento, perché io posso sopportarli, ma non voglio che li debba sopportare mio figlio». E conclude: «Potremmo parlare per ore del rapporto padre-figlio». Ed è la verità. Eppure la contemporaneità presenta un deficit di questa riflessione. Come giustamente osserva il Papa, «nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre».

Introdurre il figlio all’esperienza della vita


E questo essere orfani si manifesta in modo paradossale. Una parabola dei nostri tempi è quella presentata dal cineasta Nanni Moretti nel film Caro diario. Nell’episodio «Le isole» descrive un’isola controllata da bambini. È l’isola dei figli unici e i genitori vivono in modo nevrotico questa situazione, promuovendo in loro lo status di piccoli re capricciosi. Il narcisismo dei figli non è altro che lo specchio del narcisismo dei genitori, che in fondo sono più infantili dei loro bambini. Satirizzando su questo modo di essere padre, Moretti mostra dei genitori che hanno pianificato di prendersi una settimana di vacanze per seguire da vicino il momento in cui il figlio avrebbe smesso di indossare il pannolino e rimangono delusi, quasi offesi, perché il bambino lo fa da solo. Altri si svegliano tutte le notti alle tre perché è l’ora del lupo e sentono il bisogno di proteggere il figlio da quello che loro chiamano il punto più solitario della notte. In poco tempo l’isola finisce completamente sotto l’autorità dei bambini, che arrivano a intercettare tutte le telefonate destinate ai genitori. Chiaro che è una caricatura, ma ha una sua parte di verità. Per questo il Papa scrive: «Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze (...). L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici (...). La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera».

Beati i padri “inutili”


Un’affermazione curiosa di Patris corde, e che possiede un’enorme portata spirituale, è quella che dice: «Un padre [è] consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure». Il termine “inutile” ci rimanda alla raccomandazione che ci fa Gesù: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Luca 17, 10). Ma quand’è che un padre fa tutto ciò che gli è stato ordinato? Quand’è che un padre sa di aver compiuto la sua missione? Quando esercita la sua paternità non come un esercizio di possesso, ma come «“segno” che rinvia a una paternità più alta». Perciò san Giuseppe è di fatto un modello importante per tutti i padri. Come spiega Papa Francesco: «In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste».

di José Tolentino de Mendonça