«Con la sua dolce voce» di Sabino Caronia

Dare un senso al dolore

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17 marzo 2021

Questo libro di Sabino Caronia, Con la sua dolce voce (Fasano, Schena Editore, 2020, pagine 105, euro 14) è il perenne richiamo di quelle voci che ti penetrano nell’anima e che riascoltiamo con quella sensibilità interiore che sa raccogliere, oltre al suono, l’emotività e l’affettività che seppero donarci quando furono formulate. «Dove vanno a finire i morti? Che ne è di questi pensionati della memoria?». La loro voce resta impressa nella coscienza. Lì continua a esistere generando in noi una perenne nostalgia, anche verso quei luoghi che quelle voci hanno ascoltato per la prima volta. È il caso di Bellosguardo. È anche il caso del sole che «declina a Terracina». Qui, alle voci, si intrecciano lingue diverse. Virgilio sembra proclamare il canto notturno di Circe e, nello stesso luogo, si alternano voci e secoli. Latino, italiano, dialetto dei versi ripetuti dal padre.

Caronia sa scrivere quello che nessuna razionalità sa dimostrare. Tutto ciò che è umano, e che c’è di più umano della voce, non si può perdere perché, pur nella sua finitezza, si diffonde in quell’infinito che, per chi sa ascoltare, acquisisce il senso dell’eternità. Qui le voci germogliano come quelle di Gadda o dei genitori ma anche di altra gente comune, come i paesani, che, per altri scrittori, si perde nel vuoto della storia. Per Caronia sono invece attori chiamati a recitare la loro parte, quella propria e insostituibile di ciascuno. E più queste voci sono sofferenti, più valgono e più restano oltre il fluttuare del tempo.

Anche quello di interrogarsi sulla sofferenza, pare essere uno degli intenti di Caronia: dare un senso al dolore, trasfigurarlo e valorizzarlo in una prospettiva positiva. Sono ancora le parole, in questo caso scritte, come quelle di una lettera di Aldo Moro, che si vestono di afflizione per unirsi al patire di Cristo per la salvezza del mondo. Quel completare, come l’autore ci ricorda ben espresso da san Paolo, che ci fa capire la continua e mai conclusa agonia della Croce. Tutto ciò si esplicita nel x capitolo. L’incontro con la morte è un’apertura «verso la luce che non ha mai fine». Per questo, dallo sfondo delle pagine, c’è, a tratti, il richiamo a un luogo del dolore, come ad esempio il Forlanini o altri ospedali.

L’autore sembra recuperare in questa prospettiva la luminosità dell’infanzia di quanti, come il padre, non ci sono più: «Come era bello il Natale quando mio padre era bambino». Qui le voci di quella festa esprimono un momento non vissuto, per le leggi della natura, ma sicuramente a lungo rievocato. La Pastorale di sant’Alfonso suonata «da quella dozzina di poveracci (…). Era l’invocazione fervida e sincera dell’anima popolare» che echeggiava per tutta la notte santa. Motivo antico cantato da gente che non lo faceva per professione.

Altre voci emergono dal racconto, note e ignote, ma tutte sorrette da un notevole lirismo. Ci sono pagine di prosa che eguagliano la migliore poesia. Se possiamo dire di essere ciò che la nostra memoria ha raccolto nel corso del tempo, possiamo anche dire che siamo le voci che ci portiamo dentro. Bisogna avere l’attenzione di raccoglierle, come fa Caronia, che sembra non lasciarsi affascinare dal chiasso che tutto confonde e niente riesce a fissare nell’anima. Ecco, raccogliere queste voci e scrutarvi dentro, renderle immagini di persone e di luoghi, in una parola è vivificarle. Questo riesce solo a grandi spiriti, come è sicuramente il nostro autore.

di Rocco Pezzimenti