Il viaggio in Iraq (5-8 marzo 2021)

Tra fratellanza e dialogo

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11 marzo 2021

Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Iraq si è fatto ancora una volta “pellegrino” sulla strada della fraternità: «Vengo come pellegrino di pace in cerca di fraternità, animato dal desiderio di pregare insieme e di camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani» (Videomessaggio 3 marzo 2021).

È un pellegrinaggio che il Santo Padre ha percorso fin dall’inizio del suo pontificato, otto anni fa; un pellegrinaggio per rafforzare la fraternità umana che ha avuto tappe molto significative e un crescente impulso. Per guardare solo al 2019: il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, con la firma del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune siglato insieme con il Grande imam Al-Tayyeb di Al-Azhar, e poi il viaggio in Marocco con l’appello per la città di Gerusalemme firmato assieme al re Mohammed vi ; quindi il Pontefice ha proposto il tema della fratellanza umana a Paesi quali la Thailandia e il Giappone con una maggioranza religiosa molto diversa rispetto agli altri. Neppure durante i 15 mesi di forzata immobilità, a causa della pandemia di covid-19, il Papa ha cessato di farsi pellegrino sulla strada della fratellanza. Ne sono esempi la preghiera del 27 marzo scorso in piazza San Pietro durante la quale ci ha detto che siamo tutti sulla stessa barca, ma tutti chiamati a remare insieme perché nessuno si salva da solo. Poi, il successivo 3 ottobre, la pubblicazione dell’enciclica Fratelli tutti, che è un invito concreto alla fraternità e all’amicizia sociale che riguarda ogni uomo e ogni donna, credente o non credente, e nella quale si sottolinea l’importanza del dialogo. Ricordo anche, lo scorso 4 febbraio, la partecipazione virtuale alla prima Giornata mondiale della Fratellanza umana, indetta dall’Onu, nella quale ha anche detto: «O siamo fratelli, permettetemi, o crolla tutto. È la frontiera... sulla quale dobbiamo costruire; è la sfida del nostro tempo».

Ed ecco Papa Francesco pellegrino su un’altra frontiera, quella dell’Iraq. Un viaggio destinato a essere una pagina storica per tutte le religioni e per l’umanità intera. Dio è il Creatore di tutto e di tutti, perciò noi siamo membri di un’unica famiglia e come tali dobbiamo riconoscerci. Questo è il criterio fondamentale che la fede offre per passare dalla mera tolleranza alla convivenza fraterna, per interpretare le diversità che sussistono tra noi, per disinnescare le violenze e vivere come fratelli. Pertanto anche la collaborazione interreligiosa deve e può sostenere i diritti di ogni essere umano, in ogni parte del mondo e in ogni tempo. Siamo tutti membri dell’unica famiglia umana e come tali abbiamo uguali diritti e doveri in quanto cittadini di questo mondo. Alla base della nostra collaborazione e del nostro dialogo ci sono le radici comuni della nostra umanità, quindi per dialogare non partiamo dal nulla: c’è già la nostra condizione umana che condividiamo, con tutti i suoi aspetti esistenziali e pratici, che è un buon terreno di incontro.

Quindi il rapporto tra dialogo interreligioso, fraternità umana e prospettiva di pace è ineludibile e si è fatto così stretto che non possiamo neanche immaginare separate queste realtà; quella delle religioni che s’incontrano, si parlano, si conoscono, si riconoscono in un cammino di fraternità, si pongono ciascuna come costruttore di pace ovunque si trovino a operare, e quella della pace che ha bisogno più che in passato che la Chiesa cattolica e le altre religioni agiscano insieme per prevenire, ed eliminare, tutto ciò che può portare alle divisioni e ai conflitti.

Con il Grande ayatollah Al-Sistani


Il primo viaggio di un Papa in Iraq è stato anche il primo di un Pontefice in un Paese a maggioranza sciita. La visita di cortesia al Grande ayatollah Sayyid Ali Al-Husaymi Al-Sistani, una delle personalità più simboliche e significative del mondo sciita, è stata davvero importante ed è andata nella direzione proprio della costruzione di questa fraternità fra cristiani e musulmani. Al-Sistani, si è sempre pronunciato in favore di una convivenza pacifica all’interno dell’Iraq, dicendo che tutti i gruppi etnici, i gruppi religiosi, sono parte del Paese e di questo lo ha ringraziato il Santo Padre. Il quale ha detto: «Ho sentito il dovere di fare questo pellegrinaggio di fede e di penitenza, e di andare a trovare un grande, un saggio, un uomo di Dio» (Conferenza stampa volo di ritorno).

Ho avuto il privilegio di essere uno dei testimoni dell’incontro, che è stato caratterizzato da atteggiamenti per nulla protocollari — a cominciare dalla durata protrattasi oltre il previsto — con il Grande ayatollah che si è alzato per ricevere il Pontefice e alla fine si è alzato di nuovo per accompagnarlo e ancora lo ha richiamato e si sono rincontrati più volte. Un chiaro clima di cortesia, di accoglienza. Conoscendo Papa Francesco e conoscendo la personalità di Al-Sistani ho potuto ancora una volta constatare quanto sia importante la possibilità di lavorare insieme in uno spirito di fratellanza per creare un mondo migliore. Un mondo che, attraverso la “cultura dell’inclusione”, mostri maggiore uguaglianza, perché ci sia più benessere, perché ci sia più solidarietà a favore dell’umanità intera.

Non sono mancate le reazioni da parte del mondo islamico che ha seguito con vero interesse il viaggio. Il Grande imam Al-Tayyeb di Al-Azhar ha scritto sul proprio account Twitter il 5 marzo: «La storica e coraggiosa visita di mio fratello @Pontifex in Iraq invia un messaggio di pace, solidarietà e sostegno a tutto il popolo iracheno. Prego l’Onnipotente Allah che gli conceda il successo e che il suo viaggio raggiunga il risultato desiderato per continuare sulla via della fratellanza umana».

Ampio spazio anche sui media iraniani che rilanciano le sottolineature governative sulla portata di questo incontro per la pace. «Molto positiva e molto importante», la definisce il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, nel primo commento di Teheran sul viaggio. Sulla stessa lunghezza d’onda i comunicati dell’Alto comitato per la Fratellanza umana e dell’Istituto Al-Khoei di Najaf, il cui segretario generale Sayyed Jawad Mohammed Taqi Al-Khoei ha rimarcato che occorre continuare a rafforzare le relazioni come istituzioni e individui. «Presto ci recheremo in Vaticano per assicurarci che questo dialogo continui, si sviluppi e non si fermi qui. Il mondo deve affrontare sfide comuni e queste sfide non possono essere risolte da nessuno Stato, istituzione o persona, da soli, senza il coordinamento e la collaborazione di tutti e in tutto il mondo», ha detto.

L’Incontro interreligioso a Ur


L’appuntamento di Ur, nella città da cui partì il patriarca Abramo, è stata un’occasione per pregare insieme ai credenti di altre tradizioni religiose, in particolare musulmani, per ritrovare le ragioni di una convivenza tra fratelli, così da ricostruire un tessuto sociale oltre le fazioni e le etnie, e per lanciare un messaggio al Medio oriente e al mondo intero.

È come Abramo che obbedisce con fede e per fede prosegue, anche di fronte al sacrificio che Dio gli chiede: questa la sfida che in terra irachena il Papa ha lanciato alle religioni, alla politica interna, estera e internazionale. Un nuovo patto da Ur, concreto, perché non si debba più dire: «abbiamo sbarrato le porte alla pace» (Francesco, Preghiera per le vittime a Mosul, 7 marzo). Il Pontefice ha incontrato i diversi esponenti religiosi chiedendo loro di ritrovare la radice comune, riconoscersi in essa e di là ripartire.

Dio, ha detto all’inizio del suo intervento, «chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra».

Ho ripensato a quanto disse nel discorso al Founder’s Memorial di Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, quando affermò che le religioni dovevano essere voce degli ultimi e stare dalla parte dei poveri, vegliando «come sentinelle di fraternità nella notte dei conflitti». Anche nella Piana di Ur, Papa Bergoglio non ha parlato di una fratellanza teorica ma ha chiesto a tutti di impegnarsi «perché si realizzi il sogno di Dio: che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra».

Pieno riconoscimento della cittadinanza


Siamo consapevoli della necessità di passare dalla mera tolleranza alla convivenza fraterna che richiede il pieno riconoscimento della cittadinanza. La piena cittadinanza è un elemento fondamentale per preservare l’identità. È necessario dunque lavorare con rispetto e amicizia per il bene comune, al di là delle differenze religiose e delle questioni di maggioranza e minoranza.

Questo è un campo in cui non conta quanti siamo in una comunità o nell’altra: ogni persona deve essere rispettata nella sua individualità, chiaramente anche coloro che non appartengono a nessuna tradizione religiosa. In Iraq, e in generale in Medio oriente, è importante riprendere coscienza del fatto che siamo cittadini e credenti e, in quanto tali, dobbiamo costruire la società arricchendola con i valori delle nostre rispettive tradizioni religiose, passando dalla diversità rispettosa alla comunione dei valori condivisi, a partire dai quali possiamo ricreare quella convivenza che non è tolleranza ma capacità di vivere nella diversità.

Francesco ha riaffermato i principi di parità tra tutte le componenti etniche, sociali e religiose del Paese fondati sulla cittadinanza; su questa strada è stato accompagnato dallo stesso Al-Sistani, il quale in una dichiarazione ha voluto assicurare il proprio impegno affinché «i cittadini cristiani vivano come tutti gli iracheni in pace e sicurezza, con tutti i loro diritti costituzionali».

Non vanno neanche dimenticate le parole del Grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, in occasione della firma del documento di Abu Dhabi, quando ha ricordato che, nonostante le differenti comunità di appartenenza, siamo fratelli, per cui i cristiani non sono stranieri.

I grandi capi religiosi del mondo cristiano e musulmano, dunque, sono andati oltre una generica idea di tolleranza e di tutela delle minoranze, ridotte a essere soggetti deboli nei loro stessi Paesi, e hanno provato a coniugare diritti civili e libertà religiosa, visione spirituale e convivenza in nome di una pace non formale ma praticata e vissuta. «È indispensabile in tal senso assicurare la partecipazione di tutti i gruppi politici, sociali e religiosi e garantire i diritti fondamentali di tutti i cittadini. Nessuno sia considerato cittadino di seconda classe» (Francesco, Discorso alle autorità, 5 marzo).

L’Iraq, che è senza dubbio il Paese arabo più ricco dal punto di vista etnico, religioso, culturale e linguistico, costituisce un bel mosaico da ricomporre con attenzione e custodire con cura. Le legittime diversità sono una ricchezza e non devono essere percepite come una minaccia.

La visita del Santo Padre è stata davvero un’occasione molto favorevole affinché, anche se minoritari in questa terra, i cristiani non si sentano emarginati, ma effettivamente parte della vita di tutta la Chiesa universale, e non si sentano più una minoranza chiusa che lotta per sopravvivere o fuggire, ma cittadini attivi che hanno il diritto e il dovere di contribuire allo sviluppo della società.

La sua presenza in terra irachena ha non solo incoraggiato la comunità cattolica ma anche mostrato la presenza reale dei cristiani e la possibilità di vivere fianco a fianco con credenti di altre religioni.

Tutte quelle persone riunite insieme, attorno al Santo Padre, testimonieranno la fraternità umana e l’importanza del dialogo interreligioso.

di Miguel Ángel Ayuso Guixot
Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso