Ufficio oggetti smarriti

Una sera in un’altra vita

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09 marzo 2021

Nel 1967 lo psicologo americano Stanley Milgram, con un esperimento sociale, sottopose l’ipotesi a prova empirica e sotto forma di «teoria del mondo piccolo». Selezionò, in modo casuale, un gruppo di statunitensi del Midwest e chiese loro di spedire un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, il suo impiego e la zona in cui risiedeva, ma non l'indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all’esperimento di spedire il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che, a loro giudizio, poteva avere la maggiore probabilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via, fino a che il pacchetto non fosse stato consegnato al destinatario finale. Milgram si aspettava che il completamento della catena avrebbe richiesto almeno un centinaio di intermediari, rilevando invece che i pacchetti, per giungere al destinatario, richiesero in media solo tra i cinque e i sette passaggi. L’esperimento di Milgram fu pubblicato in «Psychology Today» e dall’articolo nacque l’espressione «sei gradi di separazione». Da questo interessante esperimento prende spunto Sei gradi di separazione (1993) di Frank Schepisi che però, in profondità, rinviene alcune piccole, scomode, verità. La trama. Louisa Kittredge, chiamata Ouisa (Stockard Channing) e suo marito Flan (Donald Sutherland) sono due ricchi mercanti d’arte di New York ai quali capita un’avventura difficile da spiegarsi. Una notte un giovane che afferma di essere scampato a un’aggressione a Central Park fa irruzione nella loro vita. Si presenta nel loro appartamento dicendo di essere un compagno di studi (ad Harvard) dei loro figli. Ma non è tutto. Il giovane, tale Paul (un giovane Will Smith) asserisce di essere il figlio di Sidney Poitier. E ancora non è tutto. Una volta fattosi medicare per una ferita da taglio nell’addome, il ragazzo cucina per i Kittredge e li intrattiene con una conversazione nella quale sfoggia cultura e sensibilità non comuni. Sembra di casa a casa d’altri (i noir che non si scrivono più perché gli editor non li capiscono avevano questa stoffa inquietante). Non abbiamo finito. Paul si mostra, misteriosamente, un perfetto esegeta de Il giovane Holden di Salinger, libro del quale sembra apprezzare la violenza sottotraccia. Per una mezzoretta dopo cena intrattiene i Kittredge e l’ospite che era a cena da loro, analizzando come la furia nascosta nella pagine di Salinger sia alla base del riconoscersi in Holden Caulfield da parte di tutte le generazioni. Insomma un ragazzo molto colto e gentile entra in casa e cucina per una coppia di ricchi newyorkesi, sfoggia sensibilità e cultura non comuni e finisce tessendo le lodi della violenza nascosta in una romanzo che tutti abbiamo sul comodino. Ah, dimenticavo, il giovane Paul è un impostore. La mattina dopo averlo fatto dormire da loro i Kittredge scopriranno che le cose sono un filino diverse da come lui ha raccontato. E inizieranno a indagare. A quanto pare questo giovane di colore adora infilarsi nella vite, lo ha già fatto con altri genitori di ragazzi che studiano ad Harvard (assieme ai figli dei Kittredge). Ma che cerca? Vantaggi. Danaro. Ma non è tutto. Vuole le loro vite, farne parte. Essere figlio. Forse ruba ma ciò che fisicamente sottrae è solo una parte del “bottino” reale. Lui vuole vivere le vite che non può e dentro di sé, forse, suppone di meritarle. Questo è il suo peccato? La sera in cui arrivò nella loro esistenza, Flan mostrò al ragazzo un Kandinsky del quale andava molto fiero, era dipinto su entrambe i lati. «Ordine, disordine, ordine, disordine» ripeteva voltando continuamente la tela davanti al ragazzo. Un giorno, tempo dopo essere scomparso, Paul chiama Ouise da una cabina del telefono. Cercatela quella telefonata, che dentro c’è qualcosa per ciascuno di noi. E se fosse lei a scoprire di non avere niente? «In fondo non ci ha imbrogliato: gli abbiamo creduto per qualche ora... E noi lo facciamo diventare un aneddoto, da raccontare a pranzo! Come stiamo facendo adesso... Ma è stata un’esperienza, e non lo farò diventare un aneddoto!» afferma Ouise al marito durante un pranzo di gala. Lei sa cosa vuole dire, lui finge di ignorarlo. Il nocciolo di Sei gradi di separazione sta tutto qua. Riusciamo a vivere l’incontro con qualcuno senza derubricare quell’esperienza ad aneddoto per una cena di lavoro? Nella scena seguente vediamo la donna, che da sola cammina per New York. Ripensa a quel ragazzo. A quel curioso farabutto che aveva scelto loro, che voleva essere loro figlio e immagina di far un salto col quale sfiorare la dita dipinte sul soffitto della Cappella Sistina, quelle dipinte da Michelangelo nella creazione di Abramo. Uno schiaffo alla mano di Dio.

di Cristiano Governa