La Giornata mondiale di preghiera nella visione delle donne di Vanuatu

Per costruire
su solide fondamenta

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05 marzo 2021

Solo Cristo è la roccia sicura. Con questo messaggio di fede le donne di Vanuatu, un arcipelago dell’Oceano Pacifico meridionale con oltre ottanta isole, invitano a partecipare alla Giornata mondiale di preghiera che si celebra il 5 marzo sul tema «Costruisci su solide fondamenta». Al centro della riflessione il passo evangelico sull’uomo saggio che edifica la sua casa sulla roccia, non sulla sabbia (Matteo, 7, 24-27). La Giornata è una delle più antiche attività di carattere ecumenico, nata in ambito femminile protestante nell’America di fine ottocento e ben presto dilagata a macchia d’olio. Attualmente coinvolge donne protestanti, cattoliche, ortodosse sparse in più di centosettanta Paesi del mondo. A causa della diffusione del coronavirus, quest’anno viene perlopiù organizzata con modalità diverse rispetto al passato, ma sempre con l’intento di creare fra le partecipanti vincoli di mutua conoscenza e stima, comunione e collaborazione. «Siamo unite in preghiera. Anche in mezzo alla pandemia», ha scritto la presidente del comitato esecutivo dell’evento, Laurence Gangloff, «Uno dei principi del movimento della Giornata mondiale di preghiera è che tutte hanno qualcosa da dare e qualcosa da ricevere. Attraverso questa iniziativa viene offerta alle partecipanti la possibilità di mettere in comune le proprie risorse con donne e bambini di tutto il mondo».

Gangloff ha chiesto di usare con creatività le piattaforme digitali, di valorizzare le piccole riunioni in ambito familiare, le preghiere e le conversazioni in casa e al telefono sul tema della Giornata, e comunque di avvalersi di tutte le misure di sicurezza nei posti in cui gli incontri di persona sembrano essere ancora possibili. Diversi comitati nazionali hanno messo su internet dei filmati che propongono la liturgia di quest’anno. Questo si traduce in un arricchimento per tutte, perché così le meditazioni e le riflessioni vengono condivise, anche da posti molto lontani. Il comitato italiano celebra la Giornata il 7 marzo alle 15 con una celebrazione ecumenica su ZoomWorship. Particolarmente significativo il logo di quest’anno. Raffigura una donna, vestita col tradizionale costume polinesiano, che si stringe al cuore il suo bimbo. Contro di loro si sta scatenando la furia degli elementi, ma la madre prega mentre una palma piega amorevolmente le sue fronde su di lei, quasi per difenderla. All’orizzonte si possono scorgere alcune piccole croci che ricordano le persone uccise dal ciclone Pam nel 2015. Juliette Pita, autrice di questo quadro, nata nel 1964 ad Erromango, un’isola dell’arcipelago di Vanuatu, conosce bene le calamità che facilmente colpiscono il suo Paese: terremoti, uragani, eruzioni vulcaniche. Durante il terribile cataclisma del 2015, ella trovò rifugio in un container e ora anche con la sua arte desidera testimoniare che il Signore, in quella notte di terrore, ascoltò le sue preghiere e fu la sua protezione. La sua voce diventa un messaggio di speranza per tutti, mentre sul mondo intero continua ad infierire, violenta come un ciclone, la terribile pandemia.

Nella liturgia preparata a Vanuatu vengono narrate le esperienze di altre giovani autoctone. Rhetoh parla delle difficoltà che i bambini e ancor più le bambine delle zone rurali incontrano per istruirsi. Vivono lontano dalla scuola, devono percorrere a piedi una lunga strada, mancano i soldi per farli studiare e comunque usualmente sono privilegiati i maschi. Mothy ci immerge nel vissuto dei piccoli abbandonati: «Dovevo trovare il mio cibo per strada e dormivo fuori casa in una baracca. Ho usato un vecchio sacco come coperta per proteggermi dal freddo. In seguito ho incontrato alcuni cristiani che mi hanno detto che Dio mi amava. Non riuscivo a capire questo tipo di amore in mezzo alla mia sofferenza, ma ho deciso di fidarmi. Confidavo che Dio si sarebbe preso cura di me, anche se la mia famiglia non mi stava proteggendo. Questa fiducia è cresciuta dentro di me ed è diventata il fondamento della mia vita. Sono forte nella mia fede cristiana e condivido la mia storia con gli altri incoraggiandoli ad avere fiducia in Dio e nella sua provvidenza. Oggi prego per quei bambini che come me sono cresciuti quasi da soli».

Anche il messaggio di Jacklynda è pieno di dolore e di speranza. Partita da un villaggio per cercare lavoro a Port Vila, purtroppo non ha trovato nessun impiego e ora racconta: «Non ho famiglia qui, quindi vivo alla periferia della città. Non ho soldi per una sistemazione adeguata, per il cibo o per tornare al mio villaggio. So che questo non è il piano che Dio ha per me. Prego che la zona rurale sia valorizzata e che i giovani trovino le opportunità che cercano nelle loro comunità».

La Repubblica di Vanuatu è un Paese giovane, con stupendi paesaggi e opportunità. Ma anche con tanti problemi come quelli legati all’innalzamento dei mari, ai disastri naturali, alla carenza di fonti di acqua limpida, alla malnutrizione dei bambini, alla violenza domestica, all’abbandono della vita nei villaggi caratterizzata da un forte senso comunitario, dall’aiuto reciproco e dal rispetto per la terra oltre che per la vita nelle città dove spesso vengono deluse tante attese. Tuttavia gli abitanti guardano al futuro con coraggio. I giovani di età compresa tra dodici e trent’anni costituiscono circa un terzo della popolazione. L’indipendenza fu dichiarata il 30 luglio 1980 e fu istituita una democrazia parlamentare. La nazione venne chiamata Vanuatu che letteralmente significa “paese che si alza” e fu scelto il motto «In God we stand» (“In Dio stiamo saldi”). L’83 per cento della popolazione è formata da cristiani che appartengono a varie Chiese: presbiteriana (la componente più numerosa, fondata nel Paese nel 1852, dopo che il primo missionario era stato martirizzato al suo arrivo nel 1838), anglicana, cattolica, avventista del settimo giorno e la Chiesa di Cristo. Le varie confessioni collaborano insieme a livello ecumenico.

La prima liturgia della Giornata mondiale di preghiera si tenne l’8 marzo 1946, nel tempio presbiteriano di Paton Memorial, a Port Vila, grazie al lavoro di alcune missionarie canadesi, la signora Amy Skinner e la signora Catherine Ritchie. La prima predicatrice fu la signora Leimaku Sokomanu. Il comitato femminile interconfessionale di Vanuatu è stato felice di preparare i sussidi per quest’anno e scrive: «I “ni-Vanuatu” (così gli abitanti di Vanuatu chiamano se stessi) sono pronti a determinare il proprio futuro con la guida dell’Onnipotente, da cui dipendono le loro vite. Stanno con le donne e gli uomini del mondo e dichiarano con forza che la nazione Vanuatu è costruita sulla Roccia dei secoli, che è Cristo Re».

di Donatella Coalova