DANTE E I PAPI
Karol Wojtyła e la «Divina Commedia»

Il dono di «trasumanare»

Giovanni Guida, «Apoteosi di Dante Alighieri a Firenze: l’Amor che move il sole e l'altre stelle» (2020)
03 marzo 2021

La specola del dantismo permette di scoprire “percorsi paralleli” seguiti dai Pontefici che hanno operato sotto la stella dell’umanesimo cristiano e che, pertanto, hanno segnato profondamente la storia della Chiesa: «L’umanesimo cristiano (…) per la più grande felicità dell’uomo (…) scongiura le minacce contro la sua dignità di persona, soggetto di diritti e di doveri, e contro la sua stessa esistenza» (Messaggio al Pontificio Consiglio della cultura, 19 novembre 1999). L’essenza di codesto umanesimo è stata perfettamente delineata da Jacques Maritain (Humanisme integral. Problèmes temporels et spirituels d’une nouvelle chrétienté, 1936), complessa riflessione sul temporale e lo spirituale, secondo un punto di vista teologicamente “orizzontale”. Seguendolo, si può dire che gli eventi della vita e della storia avvicinano Giovanni Paolo ii a Pio ii , eletto Papa nel 1458, sia per l’importanza della formazione umanistica e letteraria sia per la partecipazione attiva al concilio di Basilea (1431-1445), da parte di Enea Silvio Piccolomini, e al concilio Vaticano ii (1962-1965), da parte di Karol Wojtyła, sia perché entrambi, eletti Pontefici, hanno costituito l’ago della bilancia politica europea e non solo europea.

È il 1938 quando Karol Wojtyła si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università Jagellonica di Cracovia: la sua personalità e la sua spiritualità vengono scolpite dagli orrori della seconda guerra mondiale, ma anche dalla vocazione religiosa che non cancella ma esalta la passione per le humanae litterae e per il teatro, grazie anche all’amicizia con Mieczyslaw Kotlarczyk fondatore del Teatro Rapsodico. Nel 1946, a Cracovia, Karol è ordinato presbitero, ma prosegue gli studi a Roma, presso l’Angelicum, dove discute la tesi di dottorato sulla dottrina della fede in san Giovanni della Croce.

Il ritorno in Polonia (1948) è caratterizzato dall’intreccio fortissimo tra missione pastorale e docenza universitaria presso l’università Jagellonica di Cracovia e l’università Cattolica di Lublino. Nel 1958 è nominato vescovo ausiliare di Cracovia e, da Paolo vi , il 13 gennaio 1964, arcivescovo della stessa città. A quello stesso anno risale il primo documento dantesco del futuro Papa, una lettera-recensione all’amico Kotlarczyk, per una messa in scena della Commedia: «Ecco che al posto di questi contorni obiettivistici, pieni di una realtà escatologica e nello stesso tempo storica, la Divina Commedia è emersa come un poema personale di Dante». Sono gli anni del concilio Vaticano ii a cui Wojtyła partecipa, dando il suo contributo alla stesura della Dignitatis humanae. L’umanesimo cristiano si declina in lui in direzione cristologica, come i documenti del Vaticano ii dimostrano: nel 1965 dà il suo contributo alla Gaudium et spes, pronunciando il 28 settembre un importante discorso in difesa dell’antropologia personalista. L’Imitatio Christi è il nuovo umanesimo e il nuovo stile di vita, che, all’inizio del pontificato, si tradurrà nell’accorato appello «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (omelia del 22 ottobre 1978). Nel rapporto antropocentrismo-cristocentrismo si inserisce la fonte dantesca e non è certo un caso che le citazioni dall’opera di Dante connotino, dal 1979 al 2003, tutti gli anni del pontificato.

Il suo dantismo ha una precisa matrice teologica e sboccia, come un fiore, dal dantismo dei predecessori Giovanni xxiii e, in particolare, Paolo vi , dei quali sceglie il nome papale. La funzione retorica di codesto dantismo è la climax, che è possibile articolare in tre momenti: citazione, sviluppo, preghiera: «Mi piace ricordare un’esortazione che Paolo vi , mio venerato predecessore, (…) rivolgeva a dodicimila giovani (…). Solo in Cristo è la soluzione dei vostri problemi; è Lui che libera l’uomo dalle catene del peccato e di ogni schiavitù: è lui la luce che risplende fra le tenebre; è lui la verità che tanto ci sublima (Paradiso, xxii , 42)» (1 marzo 1979, omelia per i rappresentanti dell’esercito italiano). Le parole pronunciate da san Benedetto nel cielo di Saturno, per ribadire che la Verità innalza i credenti fino a Dio, sembrano indicare un verso-chiave del pontificato di Giovanni Paolo ii , non tanto perché è citato due mesi dopo, in occasione della visita all’abbazia di Montecassino (18 maggio 1979) e ancora dieci anni dopo (19 maggio 1989), sempre a Montecassino, ma soprattutto perché è possibile leggerlo in controluce nell’avvìo dell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998): «La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’interazione tra teologia e filosofia consente l’evangelizzazione della cultura e quindi l’evangelizzazione tout court, realizzando gli auspici dei concili Vaticano i e Vaticano ii . Solo la libertà interiore permetterà la vera conoscenza, «(l’uomo) solo in questo orizzonte veritativo comprenderà il pieno esplicitarsi della sua libertà e la sua chiamata all’amore e alla conoscenza di Dio come attuazione suprema di sé»; parole che sembrano riecheggiare «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’ e’ più apprezza / fu de la volontà la libertate» (Paradiso, v , 19-22). La memoria dantesca permette il suo sviluppo nella direzione che le è più congeniale: la preghiera. Papa Wojtyła coglie il significato teologico del Padre nostro dantesco e interpreta la «cotidiana manna» come metafora della Eucaristia: «L’aveva intuito con lucida chiarezza Dante Alighieri, uomo di mondo e di fede, genio della poesia ed esperto nella teologia, quando nella parafrasi del Padre nostro (…) insegna che nell’aspro deserto della vita senza l’intima unione con Gesù, la “manna” del Nuovo Testamento, il “Pane disceso dal cielo”, l’uomo, che vuole andare avanti con le sue forze, in realtà va indietro. «“Da’ oggi a noi la cotidiana manna / senza la qual per questo aspro deserto / a retro va chi più di gir s’affanna”(Purgatorio, xi 13-15)» (19 agosto 1979, omelia per studenti e docenti dell’Opus Dei). Nella stessa direzione la preghiera in occasione del restauro della statua dell’arcangelo Michele (29 settembre 1986). «Rivolgo anch’io al Signore la preghiera che tutte le riassume: “Come del suo voler gli angeli tuoi / fan sacrificio a te cantando osanna / così facciano li uomini de’suoi” (Purgatorio, xi , 10-12)», una preghiera culminante, nell’anno 2000, nell’auspicio dell’avvento del Regno di Dio: «Vegna ver noi la pace del tuo regno, esclama Dante nella sua parafrasi del Padre nostro ( pg , xi , 7), un’invocazione che orienta lo sguardo al ritorno di Cristo e alimenta il desiderio della venuta finale del Regno di Dio» (Udienza generale del 6 dicembre 2000). È un procedimento che raggiunge il suo apice nella preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria nel canto xxxiii del Paradiso, versi ampiamente citati dai predecessori di Giovanni Paolo ii , ma che in lui assumono un particolare significato, alla luce del suo motto apostolico. Dalla lettura in seminario del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine di san Luigi Maria Grignon de Monfort alle parole del Testamento spirituale, «Tutto, anche questo momento, depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus» (6 marzo 1979), nel pensiero teologico del Papa santo, ogni affermazione si può collegare al culto della Madre di Dio. Particolarmente illuminanti sono le parole dell’Angelus dell’8 dicembre 2001: «Tornano alla mente le parole che Dante nel canto trentaduesimo del Paradiso si sente rivolgere da san Bernardo, ultima guida nel suo pellegrinaggio ultraterreno: “Riguarda omai nella faccia ch’a Cristo / più si somiglia; ché la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo” (vv.85-87)». Per san Giovanni Paolo ii , canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, cristologia e mariologia coincidono proprio come nella teologia dantesca. Codesta mirabile sintesi basterebbe da sola per definire il sacro dantismo, ma manca ancora un tassello, essenziale, che si incastona come la gemma nell’anello pontificale: la dimensione estetica del pensiero teologico, così come è delineata, in generale, nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) e, in particolare, nel discorso all’inaugurazione della mostra Dante in Vaticano (30 maggio 1985). Nella Lettera, partendo dal presupposto che il Bene è la condizione metafisica della Bellezza, Giovanni Paolo ii afferma la possibilità di un’alleanza feconda tra Vangelo e Arte, pur rimanendo distinti i due percorsi dell’itinerario verso Dio: «Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza, tuttavia, può trarre giovamento dall’intuizione artistica» (par. 6). Si tratta della dimensione estetica dell’umanesimo, che nel medioevo cristiano aveva generato l’arte romanica e gotica, «mentre un mirabile poeta come Dante Alighieri poteva comporre “il poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Paradiso, xxv , 1-2)» (par. 8), e che «non è affatto un pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero dell’Incarnazione e dunque sulla valorizzazione dell’uomo da parte di Dio» (par. 9).

Si tratta di una dimensione estetica che si esprime nelle innumerevoli rappresentazioni della Vergine Santa, che «il sommo Dante contempla negli splendori del Paradiso, come “bellezza, che letizia / era ne li occhi a tutti li altri santi”» (Paradiso, xxxi , 134-135)» (par. 16) e che implica un sforzo al limite dell’umano: «Trasumanare. Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano. Per questo il poeta lesse giustamente la propria vicenda personale e quella dell’intera umanità in chiave teologica, per questo spiritualizzò il sistema planetario, vide i cieli come narratori privilegiati della gloria di Dio, inondò di luce le balze del Purgatorio e i cieli del Paradiso» (Discorso per la mostra Dante in Vaticano, 30 maggio 1985).

di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo