Tra passato e futuro dell’umanità, un percorso nell’arte irachena curato da Giovanni Curatola

Fragilità e ricchezza

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02 marzo 2021

«L’albero allude al legame di sangue che unisce le generazioni umane lungo il tempo. Da questo punto di vista può essere paragonato ai nostri alberi genealogici, ma a differenza di questi che riportano le precise relazioni di qualche individuo particolare, quest’altro, più astratto, si estende all’insegna dell’umanità, passata e presente». Pieno di significati, l’albero della vita è ricorrente nella storia dell’arte. Ma, se alla mente sovviene subito la celebre raffigurazione che ne fa Gustav Klimt, c’è da dire che le sue riproduzioni più antiche risalgano all’iconografia mesopotamica di fine quarto millennio. Il simbolo della fratellanza sembra pertanto nascere nella pianura alluvionale del Tigri e dell’Eufrate e cioè nella parte meridionale dell’odierno Iraq, terra segnata dalla violenza e dalla guerra.

Del fragile Paese mediorientale, la cui immagine è oggi più che mai legata a scenari di crisi e tensione sociale, s’è dimenticato il patrimonio archeologico e artistico che, nel corso della storia, ha condotto a imponenti architetture, manufatti, manoscritti e miniature. L’Iraq come «mondo carico di forti suggestioni», meraviglioso itinerario tra le arti, è dunque possibile. Lo dimostra un libro senza tempo, capace di accompagnare il lettore verso le tappe che sono state frutto dello «sviluppo di una delle più eccezionali avventure intellettuali della civiltà umana». Si tratta de Iraq. L’arte dai Sumeri ai Califfi (Milano, Jaca Book, 2006, pagine 280, euro 96), a cura di Giovanni Curatola e con i contributi, oltre che di Curatola stesso, di Jean-Daniel Forest e Nathalie Gallois (testi tradotti da Ida Bonali), Carlo Lippolis e Roberta Venco Ricciardi. L’introduzione è invece firmata dal compianto Donny George, allora direttore generale delle Antichità dell’Iraq. Il volume — anche grazie alle 190 illustrazioni a colori e alle 248 immagini, foto satellitari, piante e disegni in bianco e nero presenti — è da prendere in mano ogniqualvolta si dimentichino il passato e il futuro a cui l’umanità va incontro. Al suo interno si rintracciano tre sezioni che restituiscono l’idea dell’Iraq come «centro di elaborazione e diffusione della cultura nei millenni»: l’antichità (con l’arte mesopotamica dalle origini alla fine del iii millennio e, ancora, dall’inizio del ii millennio fino alla caduta di Babilonia), l’Ellenismo insieme all’età rispettivamente Partica e Sasanide, la stagione islamica.

Perciò si passano in rassegna i modi di fare arte dei Sumeri, degli Assiri, dei neo Babilonesi: è ai tempi delle città-stato che «l’architettura raggiunge vertici elevati, l’arte fiorisce con l’apparizione di scene figurative che esaltano la funzione reale e viene inventata la scrittura» e, inoltre, si è testimoni di una «inventività senza pari» per mezzo della costruzione di grandi strutture (le ziggurat ne sono un esempio) e alla messa a punto di oggetti di vario tipo (basti pensare alla famosissima Dama di Uruk). Quello dell’antichità è anche il periodo del Codice di Hammurabi, la stele con il testo di 3.500 righe, raccolta di sentenze a cui bisognava ispirarsi. Si prosegue facendo luce sulla presenza dei greci in Mesopotamia e, così, sull’influenza della cultura e delle tecniche dei mondi di Alessandro Magno sulla tradizione orientale. Sono d’epoca Sasanide chiese e monasteri, testimonianze architettoniche cristiane («si concentravano in particolare nella Mesopotamia settentrionale e in quella meridionale, dove le comunità cristiane sopravvissero anche dopo la caduta della dinastia sasanide»). Infine, si giunge al periodo islamico e ai nuovi conquistatori arabi. Ed ecco, quindi, la realizzazione di nuovi palazzi e delle moschee, caratterizzate da uno schema semplice: un «quadrato o un rettangolo con una parte coperta che costituiva il nucleo principale dell’edificio».

Il viaggio nei millenni, a seconda del periodo, porta alle antiche Babilonia e Seleucia, a Samarra («città fondamentale nell’elaborazione di uno stile prettamente islamico»), a Ninive/Mosul («centro importantissimo in età medioevale per l’arte toreutica») e a Bagh-dad, fondata l’1 agosto 762 al centro, grosso modo, dell’attuale Iraq. È qui, nella capitale, che compaiono splendidi monumenti come, solo per citarne alcuni, il mausoleo di Zumurrud Khatun, più conosciuto come Sittah Zubaydah, «ritenuto tomba della moglie di Harun al-Rashid, il califfo più noto al mondo per i racconti delle Mille e una notte»; e la Mustansiriyya, nata come madrasa (scuola) nel 1233 e oggi annoverata tra le più antiche università esistenti.

È straordinaria quest’eredità: le vicende che hanno investito il Museo Nazionale dell’Iraq — i saccheggi del 2003 nella specie — hanno provocato grande dolore non solo nel popolo iracheno. «La reazione interna e internazionale — si legge nelle pagine — è stata coerente col principio che tale ferita non fosse stata inferta solamente a gente lontana, ma che questa intollerabile offesa andasse a colpire l’intera umanità in una delle sue esperienze più alte». Del resto, siamo tutti custodi della memoria, tutti rami dello stesso albero.

di Enrica Riera