#QuarantaGiorni
Tracce di riflessione lungo il cammino quaresimale

Le chiavi e i chiodi

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01 marzo 2021

Non riesco a non pensare il tempo di Quaresima se non come uno spazio nel quale «teniamo fisso lo sguardo su Gesù» (cfr. Eb 12, 2), mentre tutto il resto passa in seconda linea. Non perché vogliamo rimuovere lo spettacolo desolante delle nostre contraddizioni, delle nostre menzogne, della fragilità di noi stessi e delle stesse nostre istituzioni, tutt’altro: ma perché dobbiamo vederle come Lui le vede, dal suo stesso punto di vista. Diversamente la nostra riflessione, incominciando in noi, terminerebbe anche in noi, e ci aggroviglierebbe su noi stessi ancora più di quanto non lo siamo già, avvitandoci alla nostra autoreferenzialità.

Mi è d’aiuto una parola di Caterina da Siena: i chiodi divennero chiavi. Contempliamo Cristo, che estinse in se stesso l’inimicizia (cfr. Ef 2, 16), portando i nostri peccati nel suo corpo (cfr. 1 Pt 2, 24). Vorrei osservare la plasticità di queste immagini, la loro fisicità: è un corpo quello che noi abbiamo davanti, quello di Gesù, sintesi di tutti i corpi feriti e oltraggiati. È lui l’Abbandonato, il Non-amato, il Disprezzato: se tanti sono così, è perché abbiamo ridotto così Lui, o negandolo o onorandolo solo con le labbra. Il dolore del mondo è frutto del rifiuto di Lui, anche da parte dei suoi; per questo abbiamo sempre i poveri con noi, icona vivente di quel che abbiamo fatto a Lui.

Il peccato dunque è la mia lancia che entra nel suo corpo, sono i miei chiodi che feriscono Lui, nella sua stessa carne. Ma Lui trasforma questi chiodi, questi colpi, in chiavi che aprono e così rivelano la sua fedeltà, fino alla fine (Gv 13, 1). Da quelle ferite esce il sangue e l’acqua: quel sangue che dice e riassume tutti i sangui della storia, tutto il dolore dell’uomo, quello innocente e anche quello colpevole, dal giusto Abele a tutti gli Abeli; e quell’acqua, dove giunge risana (cfr. Ez 47, 9). Gesù sceglie il peggio di noi, quello che tutti accomuna, cioè il peccato e la morte, per accoglierli in se stesso; sconfigge il Divisore con le sue stesse armi.

E così noi ci conosciamo a partire da Lui, come siamo da Lui conosciuti: omicidi come Caino, e perdonati, in una giustizia che supera davvero quella degli scribi e dei farisei, quella della legge, accolti, e cercati così come siamo, e non come avremmo dovuto essere, e comprati a così caro prezzo. E qui si può compiere il miracolo (1 Cor 6, 20): la nostra guarigione. Abbiamo infatti ferito perché lo siamo stati noi stessi; siamo strappati dalla dinamica perversa per la quale scarichiamo sugli altri ciò che noi abbiamo patito. E così «noi amiamo, perché Egli ci ha amato per primo» (1 Gv 4, 19). Qui può partire la fraternità, che è dunque il nostro futuro, non il nostro passato. Ora possiamo quel che prima non potevamo: vegliare e pregare insieme a quanti sono abbandonati ed esclusi, riparare con la carità quella folla dolorante che preme alle nostre porte, e della quale, per mille motivi, non ci accorgevamo.

Dalla contemplazione del Cristo in croce alla contemplazione del Cristo nelle croci di tanti; e perfino della nostra. E di qui impariamo ad abbracciare e compatire davvero la nostra stessa sofferenza, la nostra disprezzata fragilità, vedendo noi in Lui e Lui in noi. Con le parole di G. Bernanos: «Odiarsi è più facile di quel che si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe amare umilmente se stessi, come qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo». In questo consiste, a mio parere, quell’umanità riconciliata, quella profonda pacificazione di noi stessi per mezzo di Lui, che chiamiamo santità.

di Ottavio De Bertolis