Il domenicano Jean Pierre Jossua a un mese dalla scomparsa

Illuminato paladino
della teologia letteraria

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27 febbraio 2021

Il virus che da mesi ci prostra e addolora lo scorso primo febbraio priva la Chiesa, e l’umanità, della bella persona che fu il padre domenicano Jean Pierre Jossua. Nato a Parigi il 24 settembre 1930, tanti poterono apprezzare i frutti della sua intelligenza, della sua innata gentilezza durante la lunga vita trascorsa sino alla fine in una ammirabile lucidità fisica e spirituale. La cultura fu l’ambito in cui lavorò instancabilmente per servire il Vangelo, quella cultura di cui non si stancò mai di lamentarne lo iato rispetto alla Chiesa; eppure non lesinò il suo vigore intellettuale perché queste distanze (apertesi secondo il domenicano a partire dal Rinascimento) potessero ridursi. Nonostante tutto l’Europa ha ancora bisogno della buona notizia. Ma non si pensi a nessuna “nuova evangelizzazione”, ingenua o rancorosa che sia; Jossua meditava un altro tipo di servizio della fede alla cultura. Proprio in questo ambito di lavoro si concentrano gli innumerevoli meriti per cui ne piangiamo la dipartita; rimpiangiamo i giorni del suo crescere alla esigente scuola del padre Yves Congar; quelli del testimone del concilio ma soprattutto dell’altrettanto esaltante periodo del post-concilio; quelli che videro la nascita della teologia letteraria e del suo diffondersi per l’Europa, ospite apprezzato di innumerevoli estimatori; quelli che ospitarono una delle voci cristiane più stimate (perché sapide di contenuti) dal non certo accondiscendente milieu culturale francese. Si è voluto sinteticamente dare al nostro lettore la sensazione della eccezionalità della vita di Jean Pierre Jossua, tuttavia vorremmo con fermezza affermare che queste importanti esperienze sono state rese possibili perché originate dalla umanità libera che nessuno che non sia in mala fede potrebbe non riconoscere al teologo domenicano.

Jean Pierre Jossua fu un uomo libero. Alcuni hanno sbrigativamente voluto vedere in lui il perpetuarsi di un certo ideale illuministico-liberale della libertà travestita da individualismo (critica che dovette subire automaticamente perché francese); l’esistenza di Jossua — e lo studio degli scritti — smentiscono questa lettura. La libertà di questo uomo — e credente — fu tale perché ancorata ad una evangelica accoglienza della fraternità; Jossua fu uomo libero perché prima di tutto fu uomo fraterno che accolse persone che non si era scelto. La fede in Gesù di Nazareth, sempre approfondita nel duro esercizio della ragione, lo resero uomo capace di rapporti fraterni che spesso furono all’origine delle sue ricerche teologiche; in tempi non sospetti intuì la non rinviabile urgenza di una teologia che fosse frutto del lavoro congiunto delle teologhe e dei teologi: data la complessità del tempo moderno che certo non meritava, né merita, le paternalistiche approssimazioni di certe teologie. Uomo libero — e teologo — perché capace di fraternità dunque. Puntuale è l’origine della sua libertà: la primavera del 1967, a Strasburgo. A un anno dal maggio parigino — e non è una coincidenza — Jossua è in una cameretta ed ebbe l’immediata coscienza di dover cambiar vita. Si noti che non si sta anticipando la storia della sua conversione dalla cultura ebraica (non fu mai praticante) al cattolicesimo; cattolico lo era già e frate e teologo; ma qualcosa di psicologicamente più profondo: la percezione impulsante e irrinviabile di dover cambiar vita. La penna elegante e breve di Jossua stesso ce ne dà conto in uno dei più vibranti passaggi del suo journal di carattere autobiografico Une vie (2001). A trentasette anni, il già affermato teologo si concede alla gioia di essere libero. Libero da cosa? «Dalla paura dei miei superiori», dal bisogno di «rendermeli favorevoli». Impressiona la libertà con cui a settant’anni lo stimatissimo teologo, anni prima delle denunce di Papa Francesco, ammettesse pubblicamente che l’origine della sua libertà nella Chiesa — e nel mondo — proveniva dalla rinuncia a ogni forma di clericalismo che nella brama di carriera ha il suo esito più deteriore. Sono gli eventi interiori di quella primavera a Strasburgo le remote cause di quella “teologia letteraria”che è l’eredità culturale maggiore che Jean Pierre Jossua lascia agli studiosi cattolici e non.

La letteratura ha portata teologica pari — se non superiore — alla teologia di scuola perché, come la Scrittura stessa non svela l’ontologia di Dio ma narra la storia di Dio, essa è capace di dare conto dell’indefessa ricerca che l’uomo fa di un senso che giustifichi la sua esistenza, e questo senso è sostenuto dall’esperienza di Dio. Solo un uomo veramente libero sa che, come Dio, anche la libertà non si può concettualizzare ma vivere, ecco perché sentiva così forte la chiamata alla letteratura: essa può condividere questo essenziale bisogno antropologico, attraverso la narrazione. Nulla della sua ricerca intellettuale fu contaminato dall’albagia dell’uomo di cultura; Jean Pierre Jossua fu uomo di comunione, gli innumerevoli amici sparsi per l’Europa lo possono attestare. Il suo impegno verso la diffusione della conoscenza della teologia letteraria, attraverso la scrittura e le conferenze, fu sempre vissuto — e recepito — da lui come un ministero alla fraternità nella ricerca delle motivazioni che rendono più umani e quindi più discepoli del Cristo. Da quella lontana primavera del ’67 non si preoccupò più di piacere (compiacere) agli uomini ma alla sua coscienza; questa fu la sua libertà che fu anche severa capacità di critica soprattutto contro il soffocante clericalismo incontrato e una morale che invece che liberare le persone le atrofizzava nei sensi di colpa. Il servizio all’intelligenza della fede — così intendeva la teologia — non assomiglierà mai al «dogmatismo che in pratica nega la complessità e i rischi della ricerca e della scoperta della verità» che rinfacciava a vescovi e teologi. Non avendo carriere da rovinare, nulla aveva da temere. La critica alla Chiesa fu vissuta come irrinunciabile esigenza del suo amore per essa e mai fu tentato dall’abbandono; questo in virtù del fatto che paradossalmente fu proprio la chiesa a donargli i beni maggiori della vita: la fraternità e la libertà. La Chiesa li offre perché dal Signore li ha ricevuti. Per tutto questo il nome di Jean Pierre Jossua è percepito come eco recente del Vangelo; il virus ha vinto il suo corpo ma non il suo spirito perché, come racconta nel già citato Une vie, il teologo e scrittore domenicano consente di entrare nel mistero della morte, forte di tutte le occasioni belle ricevute dalla vita e «avendo fiducia nel mio Dio, di cui io credo che ad ogni passo si prenderà cura di me».

«Infine, appunto per proseguire la ricerca di ciò che consideravo essenziale, per me, mi sono rivolto all’ambiente che ritenevo più indicato per un francese d’oggi, quello in cui doveva essersi depositata tutta una sapienza secolare, che mi avrebbe dato modo di approfondire quei problemi, in una parola in cui Dio non avrebbe potuto essere assente: la Chiesa cattolica. L’ho accettata in blocco, con tutto il suo folclore, le sue leggende, le sue ottusità, la sua intolleranza, la testimonianza invadente e abusiva che il suo sistema istituzionale e gerarchico rende a sé stesso, la sua semplicistica concezione della verità (legata a un dogmatismo che in pratica nega la complessità e i rischi della ricerca e della scoperta della verità), il legalismo colpevolizzante e il razionalismo puerile dei suoi moralisti. In seguito non ho mai cessato di rifiutare e denunciare tutto questo; eppure non ho mai avuto la tentazione di abbandonare questa famiglia, di rinnegare ciò che essa mi aveva dato, proprio perché è stato in essa che ho imparato a riconoscere la libertà, quella libertà che rende possibile e perfino necessaria la critica. Anche senza contare la fraternità, ancora più preziosa, e in particolare, per me, quella da cui nasce questo libro».

di Domenico Cambareri