Cambiamento d'epoca

Colonialismo digitale

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27 febbraio 2021

La discriminazione algoritmica e il “lavoro fantasma” non sembrano problemi che affliggono le intelligenze artificiali per caso. Shakir Mohamed, un ricercatore sudafricano, invita con uno sguardo dal sud globale del mondo a cercare di uscire dai nostri paradigmi culturali. Comprendere altre prospettive può essere un primo passo per afferrare la dimensione politica della tecnologia e forse per cercare di eradicare la lunga e preoccupante storia di alcune ingiustizie globali. Nel marzo 2015, all’Università di Città del Capo in Sud Africa sono scoppiate proteste contro la statua del colonialista britannico Cecil Rhodes. Rhodes, un magnate minerario che aveva donato la terra su cui era stata costruita l’università, aveva commesso un genocidio contro gli africani e gettato le basi per l’apartheid. Sotto la bandiera della manifestazione «Rhodes Must Fall», gli studenti hanno chiesto che la statua fosse rimossa. Le loro proteste hanno innescato un movimento globale per sradicare le eredità coloniali che persistono nell’istruzione.

Gli eventi hanno anche spinto Shakir Mohamed, un ricercatore sudafricano di intelligenza artificiale a DeepMind, a riflettere su quali eredità coloniali potrebbero esistere anche nella sua ricerca. Nel 2018, proprio mentre il campo dell’ ai stava iniziando a fare i conti con problemi come la discriminazione algoritmica, Mohamed ha scritto un post sul suo blog con i suoi pensieri iniziali. In esso ha invitato i ricercatori a “decolonizzare l’intelligenza artificiale”, a riorientare il lavoro del campo lontano da hub occidentali come la Silicon Valley e coinvolgere nuove voci, culture e idee per guidare lo sviluppo della tecnologia. Ora, sulla scia delle rinnovate grida per «Rhodes Must Fall» nel campus dell’Università di Oxford, spronate dall’omicidio di George Floyd e dal movimento antirazzista globale, Mohamed ha pubblicato un nuovo documento insieme al suo collega William Isaac e alla studentessa dottorale di Oxford Marie-Therese Png.

In questo nuovo testo, ripreso anche da Technology Review, la rivista del mit , Mohamend completa le idee originali con esempi specifici di come le sfide etiche dell’ ai sarebbero radicate nel colonialismo e presenta strategie per affrontarle cominciando con il riconoscere questa eredità. Cosa annotare da questa lettura? Pensare un algoretica significa quindi pensare a uno sviluppo dell’innovazione. Utilizzare eticamente la tecnologia oggi significa cercare di trasformare l’innovazione in sviluppo. Significa indirizzare la tecnologia verso e per lo sviluppo e non semplicemente cercare un progresso fine a se stesso. Sebbene non sia possibile pensare e realizzare la tecnologia senza delle forme di razionalità specifiche (il pensiero tecnico e scientifico), porre al centro dell’interesse lo sviluppo significa dire che il pensiero tecnico-scientifico non basta a se stesso. Servono diversi approcci compreso quello umanistico e il contributo della fede. Per la tecnologia e per il nostro futuro abbiamo bisogno di uno sviluppo che ho già definito come “gentile”. L’etica è questo e le scelte etiche sono quelle che vanno nella direzione dello sviluppo gentile.

di Paolo Benanti