Il 26 febbraio 2014 moriva Elena Bono

Cristiana poetessa
e partigiana

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26 febbraio 2021

Una delle scrittrici italiane più importante della seconda metà del xx secolo è una sconosciuta. Il suo nome, Elena, riporta all’imperatrice visionaria che scoprì la vera croce. Il cognome, Bono, rimanda al padre che le recitava Erodoto in greco. Classe 1921, nata il 29 ottobre a Sonnino, uno dei paesi del Lazio antico tutti di pietre nere. Morta nel 2014, il 26 febbraio, presso l’ospedale genovese di Lavagna. In tre parole: cristiana, poetessa, partigiana.

Una cristiana mistica e radicale che non disdegnò la spada. Outsider perfino alla Garzanti di Pasolini, Penna, Caproni, Luzi, che è tutto dire; tanto da farsi reclusa col marito a Chiavari, patria d’elezione e sede del secondo ed ultimo, piccolo e coraggioso, editore: Francangelo Scapolla. Infine partigiana, non rossa, ma scolara del cattolico ed apartitico Aldo Gastaldi, “Bisagno”, il comandante più amato della Resistenza ligure.

Tre caratteri che le costarono parecchio in termini di notorietà. Ben vengano allora la recente ristampa Per Aldo Gastaldi “Bisagno” di Elena Bono (Roma, Edizioni Ares, 2020, pagine 144, euro 13) e la pubblicazione Indagine sull’opera di Elena Bono. La sacralità della parola e la ricerca della verità, a cura di Milagro Martín-Clavijo e Roberto Trovato (Chiavari, Internòs edizioni, 2020, pagine 96, euro 10). Due libri che permetteranno di riscoprire l’opera dimenticata di un’inascoltata Cassandra a quasi un secolo dalla sua nascita.

Seguendo l’affermazione del secondo titolo, sacra è la parola di e per Elena Bono: ossia il dire deve essere “sì sì no no”, pane al pane vino al vino, semplice e chiaro come i classici greci, latini e cinesi. Come Dante, il poeta mistico e radicale per eccellenza morto sette secoli fa, che per Elena non fu mai ambiguo. Al contrario la complessità e il camuffamento tra ciò che si dice e ciò che si intende, è opera diabolica. Per cui questa sacralità nella Bono è profondamente legata alla ricerca della verità: del mondo e prima di tutto di sé.

Il verso che sintetizza a priori tale ricerca fra liriche, romanzi e drammi teatrali della scrittrice, è quello che Elena vergò l’8 settembre 1943 coi tedeschi ubriachi e minaccianti all’uscio di casa: «Così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare». La volpe di Saint-Exupéry tradurrebbe al piccolo principe: «È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». L’intera opera della Bono vuole in altri termini rispondere alla grande domanda dei classici «Chi sono io?», cioè «Che cos’è il mio cuore?»; e lo fa ad occhi chiusi, calandosi nel buio di cui siamo fatti. Solo in questa ricerca della verità le parole vengono estratte dall’intimo semplici, chiare, insomma libere come solo la verità può renderle. Ecco il motivo dell’emarginazione e della damnatio memoriae che subì e ancora subisce l’opera boniana: le parole di Elena sono davvero libere. Financo da chi le scrive. Tanto che la Bono affermò di non essere un autore, ma un’antenna ricevente, diciamo la segretaria di una voce misteriosa che imponeva altre parole da scolpire in scrittura.

Succede anche questo a chi frequenta quel dentro da cui non ci difende nessuno. A forza di guardare al buio, lo si ascolta con le orecchie e lo si vede con la pelle. Così Elena, dentro la tempesta del cuore, sentì la voce e vide il volto della verità che cercava e riconobbe in essi il suono e il sembiante dell’Uomo Dio. A Lui fu fedele la vita e l’opera della Bono. E di nuovo (ed è la cosa più sorprendente) leggendo le sue opere Lo sentirete venire con i bianchi taciti passi come dentro al vostro cuore.

di Emanuele Giraldo