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Bambini senza futuro

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23 febbraio 2021

Una delle migliori poesie sui “vecchi” è una canzone; l’ha scritta uno che d’invecchiare non ha avuto il tempo. Non ci si annoia mai, ad averne la forza, su questa Terra. Jacques Brel muore nel 1978, a quarantanove anni. Ma ha visto Bruxelles, che non è poco per nessuno. Come ha fatto, così giovane, a cogliere tutti questi aspetti, queste fragilità insite nel percorso d’invecchiamento? Proprio lui che, vecchio, non lo è stato nemmeno mezz’ora. Perché i vecchi sono bambini senza futuro, perché i vecchi, in fondo, muoiono orfani. Senza la destinazione che li attende, queste due mere constatazioni non sarebbero sopportabili. Come fa Brel allora a cogliere così precisamente, e così profondamente l’essenza di quel percorso finale dell’esistenza? Quel tipo di fragilità... Attraverso l’amore. Si tratta forse del metodo più utilizzato al mondo per raccontare le persone, quello probabilmente con meno certezze e riscontri ma probabilmente il più vero. Vivere non è solo quello che accade a noi stessi, ma quanto riusciamo a cogliere dalle finestre di fronte alla nostra. E se siamo capaci di entrare in questa forma di risonanza, ci accorgiamo che ogni giorno siamo immersi nella fragilità degli anziani. Forse però facciamo un po’ di confusione. Crediamo che il “sopravvissuto” in una coppia, sia il più forte (almeno biologicamente). E se non fosse così? E se la fragilità, nell’invecchiamento, non consistesse tanto nell’esporsi alla propria fine, bensì nel sopravvivere a quella di chi amiamo? In questa canzone Brel fotografa la spegnimento progressivo del vivere, un commiato che non si snoda sempre nella malattia bensì nell’invisibilità. Nell’inutile ripersi del miracolo di esserci. Nel dimenticare i pomeriggi. Ma soprattutto, in un punto del brano, Brel descrive quel senso di colpa del restare, l’indicibile dolore del maneggiare più tempo di coloro che abbiamo amato:

… E l’altro resta là
il migliore o il peggiore
il dolce o il severo
— questo non importa,
quello dei due che resta
si ritrova all’inferno.
Lo vedrete forse, lo vedrete qualche volta
nella pioggia e nel dolore
attraversarvi la strada,
scusandosi magari
di non essere già più lontano...

Nell’inferno del restare e in quello scusarsi per esserci ancora c’entriamo in qualche modo anche noi. La partita non è fermare quella vita, ma trasformare in altro quell’inferno e respingere, senza tentennamenti, quelle scuse che non ci sono dovute.

I vecchi


I vecchi non parlano più
oppure solo, a volte,
dal fondo degli occhi,
anche ricchi, sono poveri
non hanno più illusioni
hanno un solo cuore per due.
Da loro, c’è un odore di pulito,
di antica lavanda:
anche a vivere a Parigi
si vive tutti in provincia
quando si vive troppo a lungo.
Ed è per aver troppo riso
che la loro voce si incrina
quando parlano di ieri
è per aver troppo pianto
che le lacrime imperlano
le loro palpebre.
E se tremano un po’
è nel veder invecchiare
la pendola d’argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che dice: Io vi aspetto.
I vecchi non sognano più
il loro libro è chiuso
il loro piano è muto.
Il gatto di casa è morto
il moscato della domenica
non li fa più cantare.
I vecchi non si muovono più
i loro gesti hanno troppe rughe
il loro mondo è troppo piccolo
dal letto alla finestra
poi dal letto alla poltrona
poi dal letto al letto.
E se escono ancora
l’uno a braccetto dell’altra
nei loro vestiti rigidi
è per seguire al sole
il funerale di uno più vecchio
il funerale di una più brutta.
Il tempo di un singhiozzo
e dimenticare per un’ora
la pendola d’argento
che ronza nel salone
che dice sì che dice no
che dice che li aspetta.
i vecchi non muoiono
si addormentano un giorno
e dormono troppo a lungo
si tengono la mano,
hanno paura di perdersi
e tuttavia si perdono.
E l’altro resta là
il migliore o il peggiore
il dolce o il severo
— questo non importa,
quello dei due che resta
si ritrova all’inferno.
Lo vedrete forse, la vedrete
qualche volta
nella pioggia e nel dolore
attraversarvi la strada,
scusandosi magari
di non essere più lontano
e fuggire davanti a voi
un’ultima volta
la pendola d’argento
che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice loro: Io ti aspetto.
Che ronza nel salotto
che dice sì che dice no
che poi dice che ci aspetta.

                                        Jacques Brel

di Cristiano Governa