PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
La difficile battaglia sociale ed ecologica di un parroco di Siracusa

«Padre, lei pensi
a occuparsi delle anime»

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20 febbraio 2021

«Padre, lei si occupi di anime». È una frase che don Rosario Lo Bello si è sentito ripetere più volte da quando nel 2009 è diventato parroco della chiesa di San Paolo Apostolo a Siracusa e ha cominciato a indirizzarne l’azione pastorale e sociale verso quella che definisce una «riaffermazione degli spazi pubblici» della città, attraverso un’attività di sensibilizzazione, responsabilizzazione e studio del paesaggio. Al suo fianco, un migliaio di parrocchiani del quartiere Graziella sull’isola di Ortigia, una volta zona di soli pescatori, ora anche di povertà, degrado e spaccio. È un fiume in piena don Rosario nel raccontare a Vatican News un impegno che si rinnova ogni giorno in difesa dei valori paesaggistici, ambientali e naturali e che negli ultimi anni ha trovato — dice, non nascondendo un certo sollievo — una sorta di “legittimazione” nella Laudato si’ di Papa Francesco.

Il contrasto tra modernità e arretratezza


La sua, spiega, è una terra che «all’indomani del dopoguerra, negli anni ’50, ha conosciuto uno sviluppo industriale fortissimo» all’insegna di una “modernità” entrata all'interno del tessuto sociale di questa parte di Sicilia «in maniera molto invasiva», a cui non è corrisposto «un vero e proprio sviluppo sociale». Il giovane parroco siracusano, 45 anni, un dottorato in Teologia dogmatica alla Pontificia facoltà teologica di Palermo, già membro di un gruppo di ricerca di Storia della filosofia medievale a L’Orientale di Napoli e oggi insegnante di Storia della teologia al San Paolo di Catania, parla comunque della zona industriale locale, perlopiù petrolifera e metalmeccanica, come di una fonte di “ricchezza” per gli abitanti negli anni: prima della crisi innescata dalla pandemia, dice, erano gli “unici” stipendi sicuri della città. Tale realtà, aggiunge, è sempre stata calata però «in un contesto di arretratezza sia da un punto di vista culturale, sia di elaborazione civile e politica». «A Siracusa — secondo don Rosario — non c’è mai stata una borghesia illuminata». «Anche i cristiani impegnati nelle loro riflessioni sociali — afferma — hanno spesso preferito rifugiarsi in un’erudizione astratta da cui è scaturita una classe dirigente perlopiù priva di storia culturale e civile. Un po’ come in tutte le città siciliane negli anni Sessanta e Settanta, affaristi e palazzinari hanno accumulato una certa ricchezza». «Mi fa impressione che oggi a Siracusa ci siano pochissime librerie — nota — rispetto al numero degli abitanti», oltre centomila, e che la città perda «costantemente giovani, perché non c’è un’università: i ragazzi preferiscono gli atenei del Nord Italia». È una città dunque di «adolescenti, adulti, anziani, ma manca tutta quella fascia dai 20 ai 40 anni». Purtroppo, fa notare, «la spinta verso un incremento di reddito dei lavoratori pian piano si è fermata, soprattutto negli ultimi anni, causando tanta povertà e non facendo intravedere un futuro». «Mi rendo conto, da parroco, che a molti ragazzi, figli di disoccupati, manca la possibilità di studiare: oggi non hanno la banda larga per collegarsi alle lezioni online o i soldi per i libri». La crisi per il coronavirus aggrava tali difficoltà, in particolare per tutta quella fascia di «lavoratori in nero» che non hanno «né reddito di cittadinanza né cassa integrazione».

Un’area marina protetta


A partire da fine anni ’90, racconta poi don Rosario, «quando si è capito che le industrie frenavano, si perdevano posti di lavoro e si iniziavano a notare gli effetti negativi delle emissioni sulla salute degli abitanti, è nato un secondo miraggio per Siracusa: quello dello sviluppo turistico». «Un turismo che ovviamente si ancorava anche a valori positivi, quali per esempio il ricupero e la fruizione di beni archeologici e architettonici», ma che era caratterizzato da una «scarsa pianificazione territoriale». Il sacerdote cita il Piano Regolatore del 2005: «attraverso tantissime varianti» aprì la strada ad un territorio «interamente da urbanizzare» che di fatto «diventava più attraente per gli investimenti nazionali e internazionali». La città, racconta, «si è espansa in modo quasi mostruoso», con la creazione di nuovi quartieri «che però sono rimasti scollegati» dagli altri. E «soprattutto nelle campagne a sud di Siracusa si è data la possibilità di costruire ben sei aree destinate allo sviluppo turistico e ad altissima quantità volumetrica», in una zona balneare «dove ancora non c’era una forte urbanizzazione». Negli anni, spiega don Rosario, ne sono state costruite due, «una alla Fanusa e una all’Arenella». Per le altre, precisa, erano stati individuati terreni pure sulla spiaggia della Pillirina, «un tratto del Plemmirio, zona costiera della Penisola della Maddalena, che è area marina protetta dal 2009», ed è cantata da Virgilio nell’Eneide. Tutto ciò ha generato, va avanti don Rosario, una campagna contro le cementificazioni, un «movimento cittadino che è riuscito a bloccare la costruzione di questi villaggi turistici, trovando anche nella parrocchia di San Paolo Apostolo un luogo di riflessione identitaria e amalgamando sia giovani cattolici — tra Scout e Azione Cattolica — sia gente che veniva da Legambiente, Arci, Italia Nostra». Ricorda quella volta in cui una manifestazione partita dalla parrocchia rappresentava metaforicamente «il funerale di Siracusa ingabbiata in un sudario di cemento», oppure quella in cui «abbiamo portato delle piante e dei piccoli fiori, come provocazione, ad una riunione della commissione urbanistica della città». Per don Lo Bello «i Piani Regolatori non rappresentano nella pianificazione territoriale della città una idea legata agli interessi collettivi, ma spesso una sorta di strumento di scambio per agevolare gli interessi di alcuni a scapito della grande maggioranza della città. A tutto questo ovviamente non è estranea la criminalità organizzata».

Spazi condivisi con gli altri


«La nostra riflessione nasce da due principali motivazioni che nella Laudato si’ hanno trovato conferme», ritiene don Rosario. La prima è che «un paesaggio ha dei valori che vanno oltre le possibilità di sfruttamento imprenditoriale». La seconda è che «all’interno della città devono esserci degli spazi in cui la natura abbia la possibilità di non essere toccata dall’uomo. Si tratta di spazi — evidenzia — che devono continuare ad essere condivisi. Questa idea è molto importante per noi credenti, perché quelli condivisi sono luoghi dove tutti possono andare, ricchi e poveri, giovani e meno giovani. E ciò riguarda soprattutto questi tratti di costa. Non sono spazi in cui l’identità dell’uomo è prestabilita, ma dove c’è condivisione tra le varie fasce di età, i vari ceti, dove tutti vanno al mare». D’altra parte, sottolinea, il Papa al paragrafo 151 dell’enciclica del 2015 evidenzia come sia necessario curare «gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro «sentirci a casa all’interno della città che ci contiene e ci unisce», esortando a «vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri».

Contro le ritorsioni l’affetto della gente


Un impegno, quello del parroco siracusano per riconsegnare i beni del creato alla gratuità, che va avanti da oltre un decennio. Non sono mancati i momenti bui, contrassegnati da ritorsioni, minacce, insinuazioni nei suoi confronti, anche a livello personale. «È stato molto difficile in un primo momento», «ho sofferto molto», confessa don Rosario. «Dinanzi ad alcune minacce mia madre, una donna con tanto autocontrollo, piangeva», racconta con una punta di commozione ma senza mai perdere la lucidità. «Però da quando c’è la Laudato si’ di Papa Francesco è come se tutti i preti “sventurati” come me avessero trovato una legittimazione. La gente ora comprende che, se un pastore vuole riflettere sul degrado in città, sugli spazi condivisi e sulla possibilità che le risorse paesaggistiche e naturali non siano solo nelle mani di chi sta bene ma anche dei più poveri, è perché sta seguendo la dottrina sociale della Chiesa. Per cui oggi come oggi, nonostante tutto, questa missione risulta più facile». A rafforzare l’esperienza del sacerdote, una certezza. «Ringrazio tantissimo la mia comunità, perché proprio i miei giovani sono quelli che hanno percepito immediatamente che le notizie che si facevano circolare su di me avevano una radice maligna, erano costruite a tavolino, come poi è stato appurato dagli inquirenti. I giovani della mia parrocchia, che sono una ventina, mi hanno sempre sostenuto: voglio loro un mare di bene».

Le generazioni future


Proprio ai parrocchiani, di tutte le età, don Rosario continua a trasmettere l’invito del Pontefice che viene dalla Laudato si’: essere “un noi che costruiamo insieme”. «È un atto di amore. Cristo ci dice: “ama il prossimo tuo come te stesso” e il nostro prossimo sono i figli di queste persone o quelli che diventeranno i loro nipoti. Amare il prossimo vuol dire anche lasciare un ambiente e una terra sani a chi viene dopo di noi. Per cui l'idea di dover rispettare il pianeta, per poi consegnarlo alle generazioni successive, rientra all'interno del comandamento di Cristo». Il sacerdote e i ragazzi della parrocchia hanno inoltre aderito alle iniziative della Comunità di connessioni, del padre gesuita Francesco Occhetta. «Stiamo lavorando a un percorso di analisi politica e sociale della città, sotto l'egida della Laudato si’, che viene commentata in parrocchia. Purtroppo a Siracusa la politica continua molte volte a disinteressarsi dei problemi urbanistici e ambientali e ci rendiamo conto che non basta indicare alle persone una strada ma dobbiamo anche supportarle. Per questo speriamo a breve di creare una scuola di formazione per aiutare chi lascia gli studi — a Siracusa siamo sull’11% di abbandono scolastico — a reintegrarsi nei percorsi formativi e scolastici, anche attraverso forme di tutoraggio». A significare che il cammino della parrocchia di San Paolo Apostolo a Siracusa non si ferma qui.

di Giada Aquilino