Storie di domani
La nuova Aurora e le altre torri di Milano

Dialoghi ad alta quota

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16 febbraio 2021

Milano, la città italiana che più ha visto modificarsi il suo rapporto con il cielo negli ultimi anni. Emerge dalla pianura senza punti da cui possa essere vista per intero, ma il suo profilo, colto da potenti obiettivi fotografici solo da lontano, ha il fascino di un’evoluzione che la proietta nel futuro. Non senza interrogativi.

C’è tuttavia un punto, interno alla città, in cui il confronto fra diverse scale — la vertigine dei nuovi grattacieli e la misura della città novecentesca — nelle ultime settimane cattura l’attenzione, quasi inevitabilmente. Sta terminando la costruzione di Aurora, una torre residenziale di diciannove piani, accompagnata da due edifici lineari più bassi che occupano e ricompongono un isolato risalente al Piano Beruto del 1889, al confine nord-ovest dell’ex quadrilatero della Fiera di Milano, oggi CityLife.

Il complesso, firmato da Sonia Calzoni e Pierluigi Nicolin, ora liberato dalle impalcature, sta nudo, bianco, bambino davanti ai tre giganti simbolo del nuovo corso di una metropoli tentata dai linguaggi globalizzanti. Tralasciando il dibattito riguardo le soluzioni formali adottate dagli architetti, è da notare come il progetto Aurora ponga delle domande e voglia quasi sospingere a una riflessione sulla direzione intrapresa dalla città. Nicolin, d’altra parte, è dal 1974 direttore e anima di «Lotus International», una delle più prestigiose riviste di architettura del mondo, dimostrandosi nel suo stesso operare un consapevole critico delle evoluzioni urbanistiche ed estetiche contemporanee.

Non stupisce, quindi, che seppur successiva alla costruzione dei tre grattacieli di CityLife, la sua Torre Aurora non sia messa in ombra dalla loro verticalità, bensì provi a instaurare con essa un dialogo. O meglio, una discussione.

Può un edificio alto rispondere, ancora, al genius loci di una città? Possono nuovi interventi rileggere lo spirito proprio di una metropoli? Torre Aurora pone al centro una questione fondamentale: è il carattere urbano dell’edificio a determinarne e valutarne l’integrazione nel tessuto costruito o il suo emergere come singolarità, come puro oggetto architettonico?

Giovanni Chiaramonte, uno dei maestri della fotografia italiana, riflettendo sul modello imposto a Milano dai nuovi grattacieli invita apertamente a riflettere su come essi siano «dentro una logica ideologica, che lavora per assiomi, che non lascia spazio a pensieri e forme diverse: una dimensione totalitaria». Con il loro linguaggio anonimamente internazionale, non ricercano un rapporto con il contesto, ma semplicemente si affermano. Pongono un punto alla fine della frase, senza lasciare spazio a una contro-argomentazione. Ed è difficile affermare che un vero dialogo avvenga persino tra loro: fra le tre torri di CityLife si instaura un rapporto paratattico che abbandona la dimensione urbana, ricercando solo una relazione che esula dalla città, ne supera i confini, rivolgendosi alle altre grandi metropoli, alla rete delle global cities. Ed ecco sorgere Torre Aurora che, così come altri edifici alti della Milano con cui si confronta, da Torre Velasca a Torre Breda, interpreta invece la traccia dell’isolato cui appartiene, si pone sul suo limite, ricerca un dialogo con la città, estroflettendosi persino in rapporto ai tre giganti che, sull’altro lato della strada, ponendosi invece al centro della propria area, si chiudono in un’introversione autoriferita. Antitesi che arriva sino a livello terra, con il nuovo intervento di Calzoni e Nicolin che, appoggiando gli edifici sulla trama preesistente dà forma a giardini urbani, a delle corti in cui la dimensione privata si innesta su quella pubblica, mentre il parco che circonda i grattacieli si sgancia dal reticolo urbano, evocando i grandi parchi delle metropoli anglosassoni, senza tuttavia averne le dimensioni, né il vigore di eterotopia.

Progetto Aurora non solo ricompone l'isolato del piano urbanistico ottocentesco, bensì ne mantiene una traccia evidente: un lacerto del muro di cinta del Compendio demaniale di via Gioia, testimonianza ulteriore di un approccio che della città accoglie il palinsesto, rifiutando la ricerca di un’iconicità a tutti i costi del nuovo.

Chiaramonte, da una vita a fianco dei maggiori architetti contemporanei, è convinto del rilievo storico dell’operazione: se nei grattacieli di Citylife si assiste — adottando un’espressione di Rosenberg — a una «abolizione della tradizione del nuovo a favore del nuovo nuovissimo», Calzoni e Nicolin non rinunciano «a un linguaggio dell’architettura basato sulla finestra, sul balcone, sulla muratura». Rilanciando persino un elemento tipicamente milanese, quello del ballatoio, in un de-sign minimal e innovativo che non riproduce l’antico, ma riesce a proporre della città un fondamento tipologico. In realtà, ognuno degli elementi non smarriti — si pensi alla semplice finestra — rappresenta per l’edificio la possibilità di diventare protezione e insieme espressione di chi lo abita, disinnescando l’infinita replicabilità della forma, sfuggendo e quasi contraddicendo il calcolo di cui ogni grattacielo è esaltazione. Nicolin, uno dei massimi studiosi contemporanei della città e del paesaggio, dà quindi forma plastica nella propria città a un’alternativa al modello universale del grattacielo, fondato sulla freddezza e l’oggettività del calcolo e su un’estetica senza impronta delle diversità e contraddizioni umane.

Alla struttura metallica, ricoperta di vetro — che Mario Botta definisce per questo il materiale meno trasparente dell’architettura — Torre Aurora oppone il recupero della fisicità della materia e dell’espressività degli abitanti anche nell’edificio alto, cui nei suoi settantacinque metri di altezza non rinuncia. Matericità che rilancia, in realtà, i primi esempi di grattacielo che le città americane ci hanno consegnato (dal Flat Iron all’Empire State Building).

In gioco, dunque, è la misura umana, che passa certamente dalla vitalità delle facciate e dall’appoggio degli edifici a terra, con lo spazio urbano che genera, ma si spinge a drammatiche questioni di sostenibilità, laddove un modello idealmente nato per fare spazio, per non consumare suolo, per portare il verde nella metropoli, rappresenta oggi un punto di domanda di proporzioni epocali. Ce lo ricorda, a Milano, il silenzio che avvolge i nuovi grattacieli deserti, svuotati dalla pandemia, che li ha resi semplicemente inaccessibili, inutilizzati e forse già sorpassati dalla rivoluzione del lavoro da remoto, che pone molti dubbi sulla riutilizzabilità dei loro spazi. Oggi più che mai, insomma, la scala propria della città europea si rivela antica, ma pur sempre nuova, resiliente, capace di integrare la stessa provocazione del grattacielo come una momentanea e interrogativa parentesi.

di Beatrice Basile