Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte
I Grattacieli tra spazio e tempo

Alzare lo sguardo
senza dimenticare la terra

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16 febbraio 2021

«Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità. Camminava verso nord tra calcinacci e fango e c’erano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa. (…) Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili. Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo. (…) Il mondo era anche questo, sagome dentro finestre a trecento metri d’altezza, che cadevano nel vuoto (…). Poi ci fu un’altra cosa, fuori da tutto questo, qualcosa che non c’entrava, su nel cielo. La osservò scendere. Dall’alto del fumo sbucò una camicia, una camicia che risalì e fluttuò nella poca luce, per poi di nuovo cadere, giù verso il fiume». Inizia così L’uomo che cade di Don De Lillo (Einaudi, 2008), romanzo di un evento che, da un istante all’altro, ha cambiato il nostro modo di pensare, sperare e, soprattutto, guardare il prossimo. Chiunque allora fosse già nell’età della parola, ricorda esattamente dove si trovava quando vide e, poi, realizzò (ma il passaggio non fu immediato) che due aerei avevano disintegrato come panetti di burro le torri simbolo dell'Occidente lanciato verso il futuro. Tutti ricordiamo bene il senso di orrore e di profonda, radicale vulnerabilità che provammo mentre la punta meridionale di Manhattan, tra la statua della libertà e Wall Street, mutava per sempre il suo aspetto. Tra le tante, tantissime cose, l’11 settembre ha cambiato anche il nostro rapporto con i grattacieli. Un rapporto che affonda nella storia e si allunga nel futuro. Un futuro da costruire, e ricostruire specie a partire da un momento come questo, altro grande e doloroso spartiacque tra un prima e un poi. Ed è proprio ai grattacieli che è dedicato questo numero di Quattro Pagine, grattacieli di ieri, di oggi e di domani, grattacieli potenti e non prepotenti (mutuando le parole di Sergio Massironi) e per questo in grado di aiutarci a costruire la comunità. Un modo questo per raccogliere tutti, credenti e non, l’invito che Papa Francesco ci ha rivolto il 2 settembre scorso durante la prima udienza generale in presenza dopo la prima fase del covid-19. In quell’occasione, infatti, il Pontefice ha parlato della sindrome di Babele che avviene «quando non c’è solidarietà»: il racconto biblico della Torre «descrive ciò che accade quando cerchiamo di arrivare al cielo — cioè la nostra meta — ignorando il legame con l’umano, con il creato e con il Creatore», ed è ciò che «accade ogni volta che l’uomo vuole salire, salire, salire senza tener conto degli altri». Alzando dunque il nostro sguardo verso l’alto non dobbiamo mai però dimenticare chi abbiamo attorno, consapevoli sempre che cielo e terra hanno senso uno in virtù dell’altro. Così possiamo farci accompagnare anche dai grattacieli per costruire la comunità.

di Giulia Galeotti