I 90 anni di Radio Vaticana
La triplice consegna del cardinale segretario di Stato

Apertura, universalità, contatto

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
12 febbraio 2021

È stato il cardinale Pietro Parolin a presiedere la messa per i novant’anni di Radio Vaticana, venerdì mattina, 12 febbraio, all’altare della Cattedra della basilica di San Pietro. Insieme con il segretario di Stato — pubblichiamo integralmente la sua omelia qui di seguito — hanno concelebrato il cardinale Marcello Semeraro, che è membro del Dicastero per la comunicazione, monsignor Lucio Adrián Ruiz, segretario dello stesso Dicastero, e alcuni sacerdoti legati all’emittente, tra i quali il gesuita Federico Lombardi. Al termine del rito, prendendo la parola per ringraziare il cardinale Parolin «a nome del prefetto e di tutto il Dicastero», monsignor Ruiz ha detto che «rendere grazie a Dio, in chiave cristiana, ha un solo nome: Eucaristia!». Ed è qui, ha aggiunto, «che vogliamo prendere la forza e l’amore per continuare la missione». Il prelato ha anche ricordato che il 24 dicembre è stato celebrato «il 25° anniversario del sito www.vatican.va, che raccoglie i testi del Magistero dei Papi, quindi lo sbarco sulla grande rete internet» e che a luglio sarà la volta del 160° dalla nascita de «L’Osservatore Romano». «Per noi, come Dicastero per la comunicazione, creato da Papa Francesco, assumere il servizio e la missione della Radio Vaticana significa un nuovo slancio missionario, perché ci chiede — ha concluso — di rispondere al nuovo contesto culturale dove l’uomo, e quindi la Chiesa, camminano oggi. Nella sinergia della convergenza di tutti i media, propria di questa cultura digitale, la missione viene arricchita e rilanciata».

Sono lieto di portare con voi all’altare il rendimento di grazie per i novant’anni di Radio Vaticana. Nella gratitudine che eleviamo al Signore rientra quella per tutti coloro che in questo consistente lasso di tempo hanno offerto e continuano a offrire con generosità il proprio contributo per trasmettere la voce del Papa nel mondo. C’è quanto mai bisogno oggi di diffondere messaggi benefici, in un contesto comunicativo che sembra spesso puntare più all’utile che all’umano e richiede di essere risanato.

Per singolare, provvidenziale coincidenza, il Vangelo odierno ci parla proprio di una guarigione che permette di tornare a comunicare, di parlare e di ascoltare nuovamente. Ho pensato perciò di trarre dall’episodio della guarigione del sordomuto tre parole connesse alla missione di comunicare.

La prima è apertura. La desumo dall’espressione centrale del Vangelo, quell’«Effatà! Apriti!» (Marco 7, 34) riportato nella lingua stessa di Gesù, l’aramaico, a sottolinearne l’importanza.

Radio Vaticana ha rappresentato fin dall’inizio un segno di apertura al mondo, non solo dal punto di vista “geografico”, raggiungendo le latitudini più distanti, ma anche dal punto di vista “storico”, divenendo una pietra miliare nell’innovazione comunicativa. L’invenzione di Guglielmo Marconi costituì un’avanguardia tecnologica. Anche oggi è indispensabile aprirsi con uno sguardo nuovo alle mutate esigenze dei tempi: non è solo una strategia necessaria, è soprattutto un bisogno della fede. Il Santo Padre ricorda spesso che la fede autentica porta ad aprirsi, a lottare contro le chiusure e le rigidità che paralizzano il cuore e rinchiudono nel “si è sempre fatto così”. Ci sono d’esempio i primi cristiani, che lo Spirito condusse a superare il legalismo religioso nel quale erano radicati purché non fosse in alcun modo limitata la diffusione del Vangelo.

È un messaggio contenuto anche nel racconto della guarigione del sordomuto. Si trattava di un uomo che non era in grado di parlare bene — letteralmente era “balbuziente” — in quanto era incapace di ascoltare.

Ma il significato del miracolo trascende la pura guarigione fisica e si radica nella storia della salvezza. Prima di Gesù, in tutto l’Antico Testamento, non compaiono guarigioni di sordi e di muti. Tuttavia si parlava spesso di sordità, sempre in modo metaforico, per designare la lentezza di cuore del popolo nell’accogliere il messaggio di Dio. «Ascolta, popolo stolto e privo di senno, che ha orecchi ma non ode» (Ger 5, 21), proclama il profeta Geremia per rimproverare al popolo la sua durezza di cuore.

È un pericolo anche per noi: ciascuno rischia di essere sordo ai richiami di Dio e muto nel rispondergli. Da soli non riusciamo a mantenere aperta la comunicazione con Dio. Ecco dunque il significato profondo del segno compiuto da Gesù: guarendo per la prima volta la sordità e il mutismo dell’uomo, ci rivela che solo Lui è in grado di riaprire completamente le nostre orecchie chiuse e di riabilitarci nella comunione con Lui.

Lo conferma la stessa parola «effatà», che dice più di un semplice “apriti”: significa “apriti completamente”; apriti, cioè, per non chiuderti più.

Ciascuno di noi ha ricevuto, all’inizio della vita cristiana, questa “apertura comunicativa con Dio”. Nel Battesimo, infatti, “il rito dell’Effatà” è il gesto finale che sigilla la vita nuova in Cristo, attraverso la benedizione delle orecchie e delle labbra. Siamo stati costituiti ascoltatori e annunciatori della Parola. È una chiamata originaria che ci rende amplificatori della novità di Dio nel mondo e ci ricorda che la vita cristiana non può accontentarsi di gestire la grazia ricevuta, ma è chiamata a mettere in gioco i talenti, in un atteggiamento di apertura creativa volta a incarnare, in ogni epoca, la novità del Vangelo.

Propongo una seconda parola: universalità. Radio Vaticana ha creato una rete che capillarmente si è diffusa ovunque, espressione dell’universalità della Chiesa cattolica e del ministero petrino. Di più, ha fatto pregare all’unisono persone lontane migliaia di chilometri. Il suo messaggio, riverbero moderno della Pentecoste antica, si è posato in lingue diverse su popoli distanti nel segno dello Spirito che tutti raggiunge e unisce. Radio Vaticana ha bucato persino la cortina di ferro, facendo giungere la presenza di Dio nei totalitarismi che ne negavano l’esistenza.

Riscontriamo un messaggio di universalità nell’episodio evangelico, che è introdotto da articolate indicazioni geografiche: «In pieno territorio della Decapoli, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, verso il mare di Galilea» (cfr. Marco 7, 31). Tutto questo dice che si era in pieno territorio pagano. La guarigione del sordomuto segna così una sorta di svolta nel Vangelo, in quanto i discepoli di Gesù erano restii ad annunciare al di fuori dei confini di Israele.

È una tentazione che appartiene anche a noi oggi: è sicuramente meno difficile e più appagante rimanere tra i propri piuttosto che avventurarsi nella sfida della missione in luoghi estranei. A tale proposito è interessante notare come nel brano, rispetto alla narrazione precedente, i verbi siano coniugati al presente. Li abbiamo ascoltati al passato, ma nell’originale sono al presente, come a segnalare l’attualità perenne di quanto raccontato. In ogni epoca i cristiani hanno bisogno di essere risanati dalle ristrettezze dei propri particolarismi.

È un universalismo salvifico che chiama pure noi a dilatare i confini della nostra testimonianza, perché il Signore, conserva i vicini, ma desidera anche ardentemente raggiungere i lontani.

L’ultima parola riguardante il Vangelo e la comunicazione è contatto. Radio Vaticana, durante la seconda guerra mondiale, fu intensamente impegnata come “braccio operativo” dell’Ufficio informazioni della Segreteria di Stato, sorto per rintracciare e contattare le famiglie dei dispersi e dei prigionieri. Si costituì una rete solidale che arrivò a diffondere più di un milione di messaggi e riuscì a collegare molte persone con i loro cari.

La comunicazione tende al contatto vivo e diretto, come ha ricordato il Santo Padre nell’ultimo messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, evidenziando l’importanza di «comunicare incontrando le persone dove e come sono». La parola è infatti «efficace solo se si “vede”, solo se coinvolge in un’esperienza», solo se tocca con mano la vita.

Anche in questo caso Gesù ci offre l’esempio, ponendo in essere alcuni gesti concreti, che potrebbero apparire superflui, ma trasmettono in realtà quanto vuole realizzare. «Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua» (v. 33). Sono gesti che denotano la volontà del Signore di non rimanere in superficie, ma di toccare nel profondo la vita di quell’uomo. La saliva a quel tempo era ritenuta una sorta di “alito condensato”, che proveniva dal di dentro, dall’anima. Gesù tocca con la saliva la lingua del malato, come a comunicargli il suo stesso alito vitale, lo Spirito Santo.

Anche noi abbiamo bisogno di entrare tangibilmente in contatto con Gesù per essere risanati nel profondo. Altrimenti il rapporto con il Signore rischia di diventare un’abitudine e di ridursi a una serie di pratiche esteriori. Cristo desidera, al contrario, che gli portiamo noi stessi, a partire dalle nostre parti malate; che riscopriamo l’intimità con Lui, senza paura di presentargli le nostre miserie, di raccontargli le nostre falsità, di mettergli davanti le fragilità di cui ci vergogniamo.

Un’immagine può aiutarci, quella del contatto forse più famoso dell’arte sacra: le dita di Dio e di Adamo che si sfiorano nella volta della cappella Sistina. Senza soffermarci sulle evoluzioni dell’affresco, possiamo cogliere un particolare di quanto appare oggi: il dito di Dio è teso e diretto verso l’uomo, ma quello di Adamo non è disteso, è piegato: può dunque sollevarsi un poco per toccare l’indice divino, oppure ritrarsi e ripiegarsi su di sé. Questa immagine rende plasticamente l’oscillazione del nostro rapporto con Dio. E tuttavia Gesù, il nuovo Adamo, il Verbo fatto carne, ci ha definitivamente messo in contatto con il Dio dei cieli. Sta a noi alimentare un legame vivo con Lui, il solo che può guarirci dalla nostra mediocrità e farci toccare con mano il mistero di Dio, senso e fine della nostra esistenza.

A questo, cari fratelli e sorelle, vi incoraggio, affinché nelle immancabili fatiche di ogni giorno fondiate il vostro servizio sul contatto trasparente con il Signore. Ciò vi permetterà di mantenere uno sguardo aperto alle esigenze dei tempi e di coltivare la dimensione universale che vi caratterizza. Nel rinnovarvi la mia sentita gratitudine, assicuro la preghiera per voi e per quanti beneficiano del vostro operato, perché possano essere toccati, attraverso le parole che trasmettete, dalla Parola che salva.

di Pietro Parolin