La testimonianza di padre Federico Lombardi

Al servizio dell’inculturazione

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12 febbraio 2021

La Radio Vaticana celebra i 90 anni dalla sua nascita. In questi decenni l’emittente della Santa Sede ha vissuto e commentato momenti epocali della storia mondiale, come la fine della cortina di ferro, dal 1989 in poi. Proprio in quegli anni arrivava alla Radio Vaticana  padre Federico Lombardi, prima come direttore dei programmi, poi come direttore generale, che spiega come quegli eventi abbiano cambiato la comunicazione verso le Chiese uscite dal silenzio della clandestinità.

«Quelli — racconta — sono stati anni cruciali. Eravamo nel pieno del pontificato di Giovanni Paolo ii , che aveva già agito molto con i suoi viaggi per cambiare la situazione, e poi ci fu effettivamente il crollo dei muri. Si apriva una possibilità completamente nuova nel rapporto fra le redazioni dei Paesi oltrecortina, dell’est dell’Europa, e l’ambiente a cui loro parlavano. Diventava possibile avere interviste, voci, viaggi, contatti che prima erano estremamente rari e ridotti. Per me fu veramente importante fare capire che non è che con la caduta dei muri non ci fosse più bisogno di questi programmi per l’est perché il comunismo era caduto e l’avversario era stato vinto. Noi facevamo un servizio per una Chiesa, una società e dei popoli che si trovavano in un momento di passaggio. E quindi dovevamo rinnovare anche il nostro contributo per loro profittando delle nuove possibilità di comunicazione e affrontando i problemi nuovi e la situazione nuova dei nostri ascoltatori. Potevano essere fatti discorsi di formazione sulla visione della Chiesa, sui problemi della società, su che cosa voleva dire vivere in una democrazia, confrontarsi con una cultura occidentale che faceva un ingresso abbastanza irruento in un mondo diverso. Ecco questi erano tutti i problemi, piuttosto importanti, che i programmi dovevano affrontare in un modo nuovo. Era una situazione differente, quindi bisognava insistere sulla continuità di un servizio in una situazione cambiata.

Fin dal suo nascere la Radio Vaticana è stata caratterizzata dal multilinguismo, che è il suo tratto distintivo ancora oggi. Qual è stata la lettura di questo multilinguismo in tutti questi anni di storia della radio?

Era naturalmente una richiesta fin dalle origini, quella di parlare in lingue diverse per raggiungere i diversi popoli, prima soprattutto in Europa, poi anche degli altri continenti. Però non si trattava solo di una moltiplicazione dello stesso discorso identico formulato nello stesso modo con le lingue diverse, ma si trattava di dire un messaggio comune, che era appunto quello della visione della Chiesa e del Papa anzitutto, ma di dirlo per ascoltatori che si trovavano in culture e in situazioni diverse. Questo si è sviluppato durante tutta la storia della Radio Vaticana in un modo continuo — io continuo a parlare volentieri del tema dell’inculturazione — cioè non si trattava solo di tradurre, ma si trattava di dire per un mondo, per una cultura specifica, da parte di persone che questa cultura la conoscevano, ne erano dei rappresentanti pur essendo qui a Roma.

Padre Lombardi, la Radio Vaticana, e in particolare la redazione italiana è sempre stato un luogo di incontro e di dialogo. Qual è stato il suo ruolo sociale col mondo laico e anche con il mondo non cattolico?

Con il passare del tempo sono aumentate le possibilità per la radio di essere un luogo di incontro e di dialogo e non solo un microfono attraverso cui si mandava un messaggio da un centro per una periferia. E questo in particolare è andato aumentando nei decenni dal concilio in poi, anche come atteggiamenti vissuti. Quindi parliamo di tutti quelli che erano i messaggi della Chiesa del dialogo, su cui aveva tanto insistito già Paolo vi e che poi si sono sviluppati nella direzione dell’ecumenismo, e poi anche del dialogo con le diverse religioni, pensiamo a Giovanni Paolo ii ad Assisi, e poi anche agli sviluppi adesso con Papa Francesco. Ecco, la radio è un luogo in cui se si avevano degli spazi di tempo per degli interventi un po’ più “riposati” o anche per un dialogo degli ospiti in diretta — come avveniva soprattutto con il programma italiano — si rispecchiava la realtà della Chiesa in dialogo con il mondo. Lo spazio dell’ecumenismo con le altre confessioni cristiane lo abbiamo sempre vissuto moltissimo. Siamo stati anche sempre fieri di avere nelle nostre redazioni dei cristiani non cattolici, ma con cui avevamo una perfetta e piena collaborazione. Anche per quanto riguarda le altre religioni siamo stati sempre molto contenti di poter avere interviste, di potere incontrare, dialogare. Naturalmente lo spazio di Roma è particolare, perché a Roma passano innumerevoli persone, non solo rappresentanti della Chiesa che vengono per incontrare il Papa e il cuore della Chiesa cattolica, ma anche persone di altre confessioni e di altre religioni che vengono per incontrare la Chiesa cattolica o per motivi di rapporti internazionali. Ecco quindi Roma è stata sempre, man mano che gli spazi sono diventati adeguati per ospitarli, un luogo di dialogo, di interviste, di incontri con persone che rappresentavano altre componenti dal punto di vista religioso, sociale, politico, ma anche dal punto di vista delle grandi personalità. Noi qui, avendo programmi in tante lingue diverse, abbiamo avuto ospiti, interviste con personalità di tanti Paesi diversi che permettevano di approfondire le tematiche anche di carattere internazionale in un modo molto ricco e molto ampio.

di Luca Collodi


La Radio der Papa


Dar Trentuno che c’ebbe la licenza
de irradà li Papi ne l’orecchi
ha cambiato un mijone de apparecchi,
però in novant’anno mai un’assenza

Li fatti ariccontati? So’ parecchi:
celi e inferni, er vero e l’apparenza
de la Chiesa e der monno e l’insistenza
de parlà de Iddio a gioveni e vecchi.

Dall’onne ar digitale senza sosta,
si serve co’ la tromba messa in mostra,
a vorte in forma più anniscosta.

È vecchietta? Sarà ma nun dimostra:
quann’è l’ora se mette un’antra pelle
e dietro a Pietro seguita la giostra.

Alessandro De Carolis