Nell’ultimo libro di Geminello Alvi

Un corpo a corpo
con l’«Apocalisse»

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10 febbraio 2021

Lultimo libro di Geminello Alvi (La necessità degli apocalittici, Venezia, Marsilio, 2021, pagine 464, euro 30) è un corpo a corpo con l’Apocalisse. O meglio, si potrebbe dire che è il resoconto diaristico, meditato e sofferto, di un’esperienza di lettura che si protrae da decenni e che si è trasformata quasi in una riscrittura del testo di partenza. Da questa intimità con l’Apocalisse, Alvi ha ricavato un commentario originale e brillante, che si compone di parti diverse intrecciate inestricabilmente tra loro, nessuna delle quali potrebbe esistere senza l’altra.

Capitolo dopo capitolo, l’analisi testuale (che spesso si richiama ai commenti di Charles, Bousset e Lohmeyer) è arricchita da considerazioni sulla storia, sulla religione, sull’economia, sull’antropologia e dal confronto con le riflessioni di esegeti, mistici, scrittori, musicisti, registi, le cui vite tra Ottocento e Novecento si sono incrociate con l’Apocalisse e i suoi temi, per le ragioni più varie e in modo talvolta diretto talaltra obliquo: da Bulgakov a von Balthasar, da Dostoevskij a Teilhard de Chardin, da Alfassa a Scelsi, da Schweitzer a Florenskij, da von Speyr a Tarkovskij. Sono loro alcuni degli «apocalittici» a cui si richiama il titolo del libro di Alvi: donne e uomini che hanno rifiutato il conformismo e l’omologazione sociale e culturale, a costo della marginalizzazione e della censura.

Proprio per la sua particolarissima struttura, così come per il suo stile e il ventaglio amplissimo di riferimenti, il libro di Alvi ha bisogno di attenzione e pazienza per essere adeguatamente apprezzato. Ed è difficile, anzi forse pressoché impossibile, dar conto della ricchezza di questo volume senza averlo dinanzi agli occhi. Una delle idee centrali è che sarebbe opportuno resistere alla tentazione di ridurre l’Apocalisse a un testo sistematico e unitario. Al contrario, le numerose contraddizioni di senso e le lacune lì presenti non possono essere trascurate né forzatamente corrette in nome di una coerenza imposta a posteriori. Non si tratta di aggirare le difficoltà, di levigare le increspature, di annullare le differenze, ma al contrario di accettarle e di valorizzarle perché è proprio in questi interstizi che è possibile scorgere, seppur in frammenti, il senso autentico di un testo che, scrive Alvi, «racchiude tutti i misteri cristiani» e senza il quale la maggior parte dei percorsi della storia occidentale non sarebbero comprensibili.

L’Apocalisse è infatti «lettura ostile», che oppone resistenza a chiunque vi si accosti e che per questo deve essere continuamente messa in scena e ripensata. Se è vero che essa accompagna e guida il lettore nelle sue peregrinazioni terrene, è altrettanto vero che lo spinge verso lo smarrimento; se è vero che vorrebbe consolarlo, è indubbio che al contempo lo ammonisca in modo severo; lenisce le sue pene e i suoi dolori, certo, ma insieme acuisce la consapevolezza della sua precarietà; appaga le sue attese e le sue speranze e insieme le delude e le confonde. Considerare, perciò, l’Apocalisse un testo pacificato, privo di una dimensione tragica, può apparire consolatorio, ma sarebbe in primo luogo scorretto da un punto di vista filologico e storico-critico ed equivarrebbe poi a ridurne la carica eversiva e perturbante. Perfino la sua lingua e la sua sintassi, nota Alvi, sono lo specchio del continuo sovvertimento che essa opera su ciò che è noto e familiare: le nozioni di tempo e di spazio vi vengono ridefinite, i quadri concettuali tradizionali vi vengono rifiutati, le forme consuete della percezione sono eluse, a favore di esperienze sinestetiche che ridisegnano, a ogni verso, il cosmo.

Forse questa ambiguità dell’Apocalisse era anche l’unico modo per scandagliare gli abissi della condizione umana, sospesa tra la condanna e la redenzione, e insieme per prendere in esame l’orrore di cui siamo, allora come oggi, vittime o artefici, più spesso complici. Con le sue visioni stupefacenti e crude, che non hanno perduto niente della loro potenza originaria, con le sue descrizioni di bestie, catastrofi e piaghe, l’Apocalisse ci dice che “il male è” e che non può non essere. Il problema risiede nel capire qual è il rapporto che l’essere umano intrattiene con quel male e quali sono gli spazi di libertà che abbiamo rispetto ad esso: si può non fare il male? Ci si può emancipare dalla violenza in società pervase dai rapporti di potere e di forza? È possibile fondare la convivenza civile su basi nuove, che non siano quelle della contrapposizione e del conflitto?

Senza dubbio, come emerge lungo tutto il libro di Alvi, ci è capitato di vivere in tempi inquieti. Quel che è evidente è che l’arroganza e il sopruso hanno preso il posto del soccorso reciproco e della giustizia: chiunque sia portatore di concezioni del mondo e di valori diversi dai nostri è respinto. L’attesa — non più quella di «un cielo nuovo» e di «una terra nuova», di cui si parla nell’Apocalisse, ma quella legata, molto più prosaicamente, alle nostre fragili esistenze — ci intimorisce e ci risulta insopportabile. Anche la fine e la morte sono poste fuori dal nostro orizzonte di senso e rimosse, come se non esistessero. L’unica dimensione che siamo in grado di concepire, o meglio di esperire, è quella legata al qui e ora, con il risultato che i tentativi di analisi storica sono spesso tacciati di vana erudizione e molti degli sforzi per immaginare l’avvenire sono definiti, in senso deteriore, “sogni”.

Da parte loro, la passività e l’indolenza (così simili a quella tiepidezza che si rimprovera nell’Apocalisse alla Chiesa di Laodicea) a cui siamo ormai assuefatti impediscono l’esercizio di una necessaria sorveglianza critica sull’esistente: la superficialità è preferita all’argomentazione, l’effimero all’essenziale, la semplificazione alla complessità, l’opacità alla chiarezza, al punto che i confini tra il vero e il falso ci appaiono sempre più indistinguibili. Le nostre società, inoltre, non concedono nessuna ospitalità al dubbio, che è equiparato a un segno di debolezza e di incertezza intollerabile. La ragione, infine, dopo aver dominato il pensiero filosofico per secoli, sembra ripiombata in uno stato letargico, dal quale non sarà facile ridestarla: i mostri che questo sonno ha generato, non meno spaventosi di quelli apocalittici, sono già tra noi. Ma vi può essere vera conoscenza, anche di ciò che è bene e di ciò che è male, senza l’uso degli strumenti offerti dalla critica, dal dubbio, dalla ragione?

Ecco, quindi, l’importanza di accogliere l’invito contenuto nel volume di Alvi: tornare a leggere l’Apocalisse, per misurarsi appieno con il suo dramma e con la sua tragedia. Quasi per paradosso, infatti, un libro così profondamente inattuale potrebbe rivelarsi una lettura salutare per l’oggi.

di Giovanni Cerro