Ufficio oggetti smarriti

Il figlio di Arturo

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09 febbraio 2021

Il covid non uccide solo chi già è in vita ma anche chi sta arrivando. La morte fa avanti e indietro dalle porte dell’esistenza, prova a colpire chi c’è già e chi ancora deve arrivare. Quante coppie già sottoposte alle traversie e alle incertezze insite nelle relazioni di oggi rinunciano definitivamente a un figlio a causa della pandemia? Ne basterebbe una al mondo. Sarebbe un bambino bloccato dietro al vetro della vita. Un bambino. Con nome, cognome, scarpe, maglietta, pallone, bicicletta e occhi. Non è già un disastro questo? Ne servono milioni perché lo sia? La pandemia è un “argomento”. Usiamo gli argomenti per dire no ai bambini. La cosa tragica è che funziona, spesso mandiamo indietro una vita perché abbiamo fatto due conti su di essa, ragionando con logiche di matematica su un compito che in realtà è un testo libero. Il più libero di tutti. Il destino della nostra coppia o magari anche solo le comodità che perderemmo sono alla base delle argomentazioni con le quali valutiamo l’opportunità di far arrivare un figlio. Proviamo a misurare la dismisura, a “pensarci su”. Come se il cervello fosse una mano capace di aprire la maniglia di quella porta misteriosa che divide ognuno di noi dai suoi figli. Toccherà dire una cosa poco sofisticata ma l’impressione è che ad oggi il metro meno fallibile e ridicolo col quale misurare quella dismisura sia l’amore. Lo so, siamo spaventosamente fuori dai trend e dalle nevrosi d’accatto che l’epoca impone. Ma temo che l’amore continui ad essere l’unico argomento dirimente. C’è? Fine dei discorsi. Ci sono amori talmente veri e nitidi che solo per questo motivo hanno già figli. Che, grazie alla biologia, arrivino o meno la realtà è che probabilmente in tante coppie i figli sono già lì, rannicchiati nel buio in attesa di fortuna. Di esser concepiti. I figli arrivano prima di quello stesso amore, sono lì ad attenderlo. Come spesso accade queste cose le mostrano le commedie. Quelle americane, nello specifico, erano maestre in materia. Dietro un patina apparentemente leggera depositavano ai nostri piedi tematiche infinite. Come un barboncino che invece dell’osso ti riporta dalla sua sgambata al parco un paio d’occhi identici ai tuoi. Quale miglior posto di una commedia per nascondere (ma ben in vista) le cose più serie della vita? Prendete Arturo 2 (di Bud Yorkin, 1988), il sequel (probabilmente più debole) di quell’Arturo con Dudley Moore e Lisa Minelli del 1981. La facciamo breve, nel primo episodio Arturo Bach è un miliardario mai cresciuto che trascorre la vita a giocare e divertirsi. È fidanzato con una tale Susan, brava, bella e buona (anch’essa rampolla di alto lignaggio) ma che lui non ama. Incontra una tale Linda Marolla (Lisa Minelli) ragazza della working class per la quale la vita è ogni giorno una lotta. S’innamorano. Fra mille espedienti, difficoltà e il consueto colpo di scena finale staranno insieme. Ma è il sequel quello che ci serve per il nostro ragionamento. In questa puntata accadono loro due cose, restano senza un soldo e non riescono a veder figli. Davanti a loro lo spettro della povertà per chi, nel caso di Arturo, non ci è mai stato abituato e la difficoltà ad avere un bambino. Arturo è stato di fatto cresciuto da Hobson, il suo maggiordomo (lo strepitoso John Gielgud) che muore prima del finale nel primo episodio. Senza soldi, senza speranze di avere figli e senza Hobson. Ecco perché, di fronte a tutte queste vicissitudini, Arturo Bach sembra cadere definitivamente. Provato dalla miseria imminente e dalla sua storia d’amore in difficoltà, Arturo ricomincia a bere e precipita. Una sera, durante il periodo Natalizio, il protagonista vaga per la città addobbata a festa, fra i canti di Natale e la gente che festeggia. Lui ormai non spera più a nulla, la sua vita è saltata e solo la bottiglia sembra la soluzione dei problemi. Perché rimettersi nuovamente in piedi? Glielo dice Hobson. Arturo incontra nuovamente il suo adorato Hobson che, come una sorta di Clarence de La vita è meravigliosa si palesa a lui quando tutto sembrava senza speranza. Lo avvicina tra la folla, giusto qualche minuto, per dirgli una cosa e sparire di nuovo. Parlano un pochino degli eventi, di come tutto sia precipitato e la sfiducia di Arturo sembra avere la meglio: non c’è motivo per riprendersi la vita. Ma Hobson ha un’ultima cosa da riferirgli: «Ho visto suo figlio». Il finale di ogni film, se ci pensiamo bene, è sempre questo; tuo figlio che dalla stanza accanto alla tua o dal cielo, aspetta tue notizie. Gli basta un cenno.

di Cristiano Governa