Il docu-film «African Dreamers»

Piccole donne
Anzi grandi

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
08 febbraio 2021

«La nostra missione è raccontare l’Africa di cui non sentiamo la voce, quella di cui le cronache mediatiche non colgono nemmeno un flebile respiro e che non raggiunge la nostra quotidianità»: presenta così Angelo Ferrari, presidente di Hic Sunt Leones, il progetto #dallapartedinice, da cui è stato tratto il docu-film African Dreamers. Un’avventura in cui, con altri sei colleghi giornalisti incontrati in Africa, si è lanciato con l’ambizione di raccontare l’Africa che non immaginiamo attraverso le storie semplici e, nello stesso tempo, straordinarie, di cinque giovanissime donne locali. «Avendo conosciuto in profondità e a lungo quel grande continente, noi, giornalisti uomini — ricorda Ferrari — siamo rimasti colpiti dalla forza e dalla resilienza con cui le donne reggono tutto il peso della società, ma siamo rimasti altrettanto sconvolti dal livello di tollerabilità con cui sopportano le violenze e le torture che sono costrette a patire: da qui abbiamo maturato la consapevolezza che il futuro del continente dipende dalle bambine e dalle ragazze».

Fare di quelle storie di coraggio e libertà, di privazioni e soprusi, di riscatto e crescita, la storia di tutti noi è la molla che ha spinto sette amici a ritrovarsi e ad unire le forze in un progetto comune. Wangare Grace, Deborah, Marveille, Mariam e Koumba, protagoniste di African Dreamers, provengono da cinque diversi Paesi, quelli da cui tante donne e uomini fuggono in cerca di un futuro migliore: non loro, che, seppur giovanissime, seppur vittime di falsi pregiudizi, paure ancestrali e pratiche barbare, seppur oggetto di violenze e scambi, sul mercato della prostituzione e della tratta delle tante forme di schiavitù moderna, hanno deciso di restare e lottare per cambiare il corso di ciò che appare immutabile e che da secoli nega loro il diritto ad un futuro degno di questo nome. L’incontro che rivoluzionerà totalmente lo sguardo dei giornalisti italiani sull’Africa avviene in Kenya, quando una bambina, Nice (da cui il nome del progetto), mostra loro che la descrizione dell’Africa, terra lacerata da guerre e carestie, fame e sfruttamento, è parziale: esiste un altro volto che merita il nostro sguardo. Quello dei bambini e delle bambine che rincorrono le piccole cose nello stesso modo in cui anelano alla salvezza che è loro dovuta. È un’Africa in cui protagoniste sono le piccole storie, quelle, però, che cambiano la Storia, e lo fanno partendo dai villaggi sperduti alle falde del Kilimangiaro, come quello in cui è nata e lavora, a fianco di Amref, la giovane Nice. «Avevo scoperto che 12 mila bambine Maasai avevano fatto il rito di passaggio all’età adulta senza subire alcuna mutilazione genitale, come da tradizione di quelle comunità — ricorda Ferrari — mi sembrava meritasse risalto che l’uscita dalla pubertà prevedesse riti alternativi per le piccole. Così, con gli amici di Hic Sunt Leones, abbiamo pensato a un docufilm centrato sui diritti negati delle bambine e delle donne africane, a cominciare dalla storia di Nice».

La scintilla scaturita da un incontro accende la speranza di tante giovani donne di riappropriarsi della propria vita e, in tre anni di cammino, tra piste polverose, baraccopoli di fango e paesaggi mozzafiato, dalla Costa d’Avorio e dalla Tanzania, dal Congo e dalla Nuova Guinea, tante giovani si uniscono al progetto. «Chi entra in contatto con altri mondi, si trova spesso a vivere la frustrazione di raccontare drammi sempre uguali a sé stessi, apparentemente immutabili — afferma il giornalista — mentre abbiamo la responsabilità di trasmetterne il valore e l’unicità dei loro percorsi di crescita, soprattutto, se contengono una straordinaria carica positiva». E, infatti, nonostante il peso di un passato incancellabile, queste piccole donne d’Africa sono riuscite, con tenacia e coraggio, a riscattare sé stesse e farsi modello per migliaia di ragazze.

Grazie al sostegno concreto di Hic sunt leones tutte le ragazze stanno realizzando le proprie ambizioni, sempre affiancate dagli operatori dell’associazione. «Sono ormai parte della nostra vita: Mariam oggi gestisce il suo atelier di cucito nel quartiere Oddos a Grand Bassam, tra le più povere baraccopoli della Costa d’Avorio. Grace, fuggita dallo spettro di un matrimonio combinato, frequenta il liceo a Nairobi, mentre Deborah, per anni schiava domestica a Bagamoyo, in Tanzania, è già all’università» racconta Ferrari, facendo eco alle parole di Mariam: «Può sembrare poca cosa, ma la macchina da cucire è stata, per me, la realizzazione di un sogno e l’atelier, in cui insegno un mestiere alle mie allieve, è il simbolo del riscatto dal nostro passato, quello in cui eravamo costrette a prostituirci e vendere droga per sopravvivere».

Certo non è stato facile per chi è stato forzato nel “giro” a soli 8 anni. «Lo chiamano sesso della sopravvivenza, ma esiste un’altra via: la mia mi ha portato a confezionare abiti e oggi per una camicia guadagno 5 mila franchi, più che sufficienti per me e la mia famiglia» sospira con orgoglio Mariam. La tribù dei Maasai occupa le ampie savane tra il Kenya e la Tanzania: Grace è fiera di essere nata nel cuore della Rift Valley, dove si dice abbia avuto origine la storia dell’uomo, e, ricordandolo, ci svela un segreto. «Farò la specializzazione in ginecologia e mi batterò perché ogni bambina venga sottratta al rito della mutilazione». Racconta di risentire solo il dolore di quel taglio, quando aveva otto anni: «Mio padre decise che a 12 avrei dovuto andare in sposa a un uomo molto più anziano di me — ricorda con distacco Grace — rivedo il sangue sul tavolo di legno, la luce fioca nella capanna semibuia e null’altro». Fortunatamente, poco prima che Grace compisse 12 anni, la madre riuscì a metterla in salvo, prima che fosse per la seconda volta sacrificata, sottraendola a quell’unione innaturale. «Nasciamo liberi e mi batterò perché questo valga per ogni bambina. Il messaggio che lascio con la mia storia è che non bisogna mai rinunciare ai sogni, perché tutto può cambiare».

di Silvia Camisasca