Nell’omelia del Papa per la Giornata mondiale della vita consacrata

Elogio della pazienza

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
04 febbraio 2021

Nella celebrazione dell’Eucaristia dello scorso 2 febbraio, in occasione della xxv Giornata mondiale della vita consacrata, Papa Francesco ha posto al centro della sua omelia una virtù, oggi, poco apprezzata: la pazienza.

La cultura, in cui, almeno nelle società così dette avanzate, siamo immerse ha perso la dimensione dell’attesa dei tempi della natura e di Dio.

Siamo spesso come bambini capricciosi che non sanno rinviare neppure di poco l’esaudimento di un desiderio, che rompono un giocattolo, se non si piega ai loro obiettivi.

Ma la fretta, il “tutto, subito” nasconde spesso la mancanza di speranza: quello che non si ottiene subito, non si avrà mai — si pensa.

La pazienza, invece, è, al tempo stesso, madre e figlia della speranza.

Chi spera sa attendere con gioia il tempo della realizzazione.

È un’attitudine interiore che la natura “conosce” bene: perché il seme fruttifichi ci vogliono dei mesi, perché una nuova vita giunga a maturazione anche, lo sanno bene le mamme.

Voler abbreviare i tempi, anticiparli conduce solo alla morte.

La fedeltà creativa a Dio che chiama ogni giorno consacrate e consacrati, non si edifica dall’oggi al domani; il seme evangelico sparso non attecchisce e non dà frutto in tempi brevi.

Simeone e Anna sono anziani, da lungi anni vivono nel Tempio, a servizio di Jahvé, sono capaci di riconoscere in quel Bambino, simile a tutti gli altri che ogni giorno vengono portati dai genitori, il Messia promesso, il compimento della Promessa, al centro della fede di Israele, perché hanno saputo attendere con perseveranza, senza lamenti e ribellioni.

Il Papa ci ha ricordato che dobbiamo avere pazienza con noi stessi, con le comunità, con il mondo: tre “luoghi” in cui saper attendere il tempo di Dio è vitale per noi e per tutti. Pazienti con noi stessi, anche quando il percorso per costruire la nostra risposta d’amore a Dio e all’umanità non è quello che abbiamo sognato all’alba della nostra vita consacrata; pazienti quando il quotidiano rischia di appiattire sogni e desideri. È il momento in cui solo una pazienza robusta, nutrita di speranza, può continuare a farci vedere orizzonti luminosi.

Mi è capitato di raccogliere lo scoraggiamento di chi, dopo tanti anni, si vede sempre fragile allo stesso modo e di incoraggiare con le espressioni della mia fondatrice, santa Maria Domenica Mazzarello: «Non vogliamo figlie senza difetti, ma figlie che non facciano pace con i loro difetti»... persone capaci di ricominciare ogni giorno a rispondere alla chiamata, a coltivare l’amore perché cresca.

Ho anche conosciuto tante consorelle anziane, che, proprio per aver coltivato la pazienza con se stesse, sono capaci di essere pazienti con la comunità, di vivere con sereno umorismo, alleggerendo il clima, gli urti e le differenze, le fatiche e le sconfitte, di non pretendere che vivere in comunità sia un anticipo di Paradiso.

Pazienti perché colme di speranza: la comunità è un bene che ci è consegnato da Dio. Lui saprà guidarci verso la meta che vuole per noi.

Pazienti, colme di speranza e perciò anche capaci di cura, di aver cura delle consorelle, dei confratelli, delle persone, della comunità, del carisma.

Sono la concretizzazione visibile dello sguardo buono e misericordioso del Padre su chi è più giovane e/o più fragile, su chi accanto a loro cade e si scoraggia e ha bisogno di una mano tesa a risollevare con tenerezza, senza giudicare...

E quanto ha bisogno di pazienza, nutrita di speranza il nostro mondo, questa cultura che non sa aspettare chi fatica a tenere il passo, chi si incanta a contemplare il bello e il buono senza “produrre”; questo contesto frettoloso e perciò incapace di uno sguardo profondo e di gesti di cura, di costruire speranza.

La nostra presenza di consacrate e consacrati ha la missione di ricordare che non siamo padroni della natura, a cui estorcere tutto il possibile, ma suoi custodi sempre stupiti per la sua bellezza e perfezione; non siamo padroni del tempo, degli altri, ma umili servitori che si adoperano perché questa fragile virtù che è la speranza non fugga dalle nostre città, dai luoghi di lavoro, dalle famiglie, ma maturi in cura premurosa per tutti.

Giovani o anziane, la nostra presenza ricordi che attendere con pazienza è atteggiamento possibile solo a una persona forte, coraggiosa, che coltiva la speranza e vive il servizio come piena realizzazione. Questo richiamo è quanto mai attuale e urgente, se vogliamo che il nostro mondo occidentale ritorni ad adempiere la sua missione di motore di evangelizzazione, di mediazione dell’amore di Dio per l’umanità e per tutto il creato.

Le culture di altri continenti possono insegnarci a coltivare la pazienza e a vederne i riflessi positivi. Ho vissuto alcuni anni in Africa e lì ho imparato che il tempo è fatto per le persone e non il contrario. Presso quei popoli, nella relazione, è molto importante donare tutto il tempo necessario per ascoltare, attendere con la pazienza del cuore il momento in cui l’altro/a è pronto a condividere il messaggio di cui è portatore. La pazienza non è un aspettare passivamente, ma un aprire il cuore per creare lo spazio alla vita che nasce.

di Yvonne Reungoat
Superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice