Con sguardo
libero e gioioso

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
23 gennaio 2021

Pubblichiamo ampi stralci della prefazione — scritta dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e della Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo — al secondo volume de La Bibbia dell’amicizia (2020, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano], pagine 386, euro 30), che raccoglie brani dei Neviim/Profeti commentati da ebrei e cristiani.

Il concilio ecumenico Vaticano II ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio con la Costituzione dogmatica Dei Verbum (1965). Da quelle pagine emerge in maniera chiara la natura della Sacra Scrittura, il suo essere tramandata di generazione in generazione (cap. II ), la sua ispirazione divina (cap. III) che abbraccia Antico e Nuovo Testamento (capp. IV e V ) e la sua importanza per la vita della Chiesa (cap. VI ).

Così si esprimevano i Padri conciliari nella Dichiarazione Nostra aetate (1965): «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani ed ebrei questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo».

È proprio questo spirito che ha animato la Pontificia Commissione biblica nella redazione del documento Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), nel quale si afferma: «I tempi moderni hanno portato i cristiani a prendere meglio coscienza dei legami fraterni che li uniscono strettamente al popolo ebraico». E in tale riscoperta di legami fraterni un posto di rilievo ha lo studio delle Scritture. Sappiamo infatti che «tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere, e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo, ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3, 16-17).

Da parte sua, Benedetto XVI convocò nel 2008 un’Assemblea del Sinodo dei vescovi sul tema «La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa», in seguito alla quale pubblicò l’Esortazione apostolica Verbum Domini, che costituisce un insegnamento imprescindibile per le nostre Comunità.

Infine, Papa Francesco, a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia (2015-2016) aveva chiesto che si pensasse a «una domenica dedicata interamente alla parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo» (Lettera apostolica Misericordia et misera).

Con la Lettera apostolica in forma di «motu proprio» Aperuit illis (2019) egli ha voluto rispondere a tante richieste che gli erano giunte perché in tutta la Chiesa si potesse celebrare in unità di intenti la domenica della parola di Dio: «È diventata ormai una prassi comune vivere dei momenti in cui la comunità cristiana si concentra sul grande valore che la parola di Dio occupa nella sua esistenza quotidiana. Esiste nelle diverse Chiese locali una ricchezza di iniziative che rende sempre più accessibile la Sacra Scrittura ai credenti, così da farli sentire grati di un dono tanto grande, impegnati a viverlo nel quotidiano e responsabili di testimoniarlo con coerenza» (n.2).

Perciò Papa Francesco ha stabilito «che la iii domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della parola di Dio». Questa Domenica della parola di Dio verrà a collocarsi in un momento opportuno dell’anno, quando i fedeli sono invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani (n.3).

Il Papa ricorda che «Il ritorno del popolo d’Israele in patria, dopo l’esilio babilonese, fu segnato in modo significativo dalla lettura del libro della Torah. La Bibbia ci offre una commovente descrizione di quel momento nel libro di Neemia. Il popolo è radunato a Gerusalemme nella piazza della Porta delle Acque in ascolto. Quel popolo era stato disperso con la deportazione, ma ora si ritrova radunato intorno alla Sacra Scrittura come fosse “un solo uomo” (Ne 8, 1). Alla lettura del libro sacro, il popolo “tendeva l’orecchio” (Ne 8, 3), sapendo di ritrovare in quella parola il senso degli eventi vissuti. [...] Questo brano contiene un grande insegnamento. La Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo» (Aperuit illis 4).

Il passo di Neemia citato dal Pontefice si conclude con un’osservazione decisiva: il popolo fu pervaso da «grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate» (Ne 8, 12). Lo stesso brano di Luca, che ispira la Lettera apostolica, cioè l’incontro tra il Risorto e i due discepoli diretti a Emmaus (Lc 24, 13-33), evidenzia come per comprendere le Scritture sia indispensabile avere uno sguardo libero da preconcetti («Stolti e tardi di cuore a credere a quello che hanno detto i profeti!»: Lc 24, 25). Solo dopo aver “aperto” loro il senso delle Scritture, i loro occhi si “aprono” (in greco si ha lo stesso verbo ai vv. 31 e 32) e lo riconoscono allo spezzare il pane.

Purtroppo, per molto tempo la tradizione iconografica cristiana si è compiaciuta nel raffigurare la Sinagoga come bendata, cioè impossibilitata a cogliere la novità contenuta in quei testi, di cui era madre. Si è dimenticato così che la cecità interpretativa può colpire chiunque non si mette in obbediente ascolto di Dio che parla; e molte volte c’è bisogno dell’altro perché il nostro sguardo — fissato in vecchi schemi — colga nuove dimensioni.

di Kurt Koch