Nelle catechesi del Papa all’udienza generale un invito incessante a porsi alla presenza di Dio
e ad aprirgli il cuore

Preghiera
ossigeno della vita

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21 gennaio 2021

In questi mesi la catechesi del mercoledì di Papa Francesco è stata dedicata alla preghiera. Nel suo appuntamento settimanale siamo stati posti dinanzi alla grande domanda che risuona da sempre nella vita della Chiesa: perché dobbiamo pregare? La risposta appare tanto semplice quanto impegnativa. Preghiamo perché Gesù stesso ha pregato. Non solo. I cristiani pregano perché Gesù ha insegnato loro a pregare. Le due risposte non fanno altro che sottolineare un evento che accomuna l’uomo di sempre nella sua esperienza spirituale. È peculiare della persona rivolgersi al trascendente, perché sente imperiosa dentro di sé la sua presenza. Lo spirito sente l’urgenza di elevarsi e andare oltre le preoccupazioni quotidiane, per sperimentare la forza di ricercare continuamente Dio.

La preghiera non è altro che l’esigenza di porsi alla presenza di Dio e aprire il cuore a chi lo conosce già nell’intimo. Dio non ha bisogno delle nostre parole per comprendere l’ansia che muove ognuno a confidare nella consolazione divina. Eppure la preghiera lo raggiunge e lo obbliga a ricordarsi dei suoi figli. Quante forme di preghiera la Chiesa presenta nel corso dei secoli. Il Papa nelle sue catechesi ne ha mostrato la multiformità evidenziando quella della lode, dell’intercessione e della contemplazione. Ci sta mostrando quanto la preghiera sia «come l’ossigeno della vita» e per questo richiede la continuità e la perseveranza. Alla base di tutto, comunque, permane quella «preghiera del Signore» che fin dall’inizio ha determinato l’esistenza di tutti. È la preghiera che Gesù ci ha insegnato, ma nello stesso tempo è l’invocazione che viene rivolta a Dio sotto l’azione dello Spirito Santo. Nell’originalità propria di Gesù, i cristiani possono invocare Dio rivolgendosi a lui con l’appellativo di «Abbà», “papà”. In una semplice espressione si racchiude il mistero della fede cristiana. Abbiamo Dio per Padre perché credendo nel Figlio diventiamo eredi della promessa antica e otteniamo il perdono dei peccati. Osiamo rivolgersi al Padre con la stessa familiarità con cui si rivolge a lui il suo unico Figlio. Mistero ineguagliabile che mentre evidenzia la distanza, sottolinea la vicinanza e l’intimità.

È necessario pertanto lasciarsi guidare dall’impulso dello Spirito perché la preghiera possa raggiungere il suo scopo. È significativa l’espressione che si trova nel Pastore di Erma: «La preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare del Signore». Lo Spirito Santo infatti è portatore di gioia, pace, serenità e amore. La preghiera compiuta sotto la sua azione purifica e trasforma, rendendo ogni parola della nostra preghiera degna di essere accolta presso l’altare del Signore.

di Rino Fisichella
Arcivescovo, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione