Da Torino a Soverato passando per Roma sono tante le persone e le associazioni che recuperano i libri gettati
Dando così nuova vita a intere comunità

Tesori salvati dal cassonetto

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19 gennaio 2021

Abbandonati, scartati, distrutti. È questo il destino di molti, moltissimi libri. A sottolinearlo sono coloro che non ci stanno, quegli uomini e quelle donne che hanno deciso di fare della propria vita una missione, salvando i volumi da noncuranza, disinteresse, problemi pratici o burocratici e, dunque, dalla meta finale a cui di solito non riescono a sfuggire: il cassonetto, il macero, la discarica. Pare che chi salva i libri compia un ragionamento che suona più o meno così: «Se leggere un romanzo regala all’umanità la possibilità di vivere più esistenze, perché non offrire alle pagine piene di parole un’altra chance?». Abbiamo dato la caccia alla balena bianca sul Pequod, abbiamo viaggiato in treno con Anna Karenina, siamo stati alla festa di Gatsby e ci siamo interrogati sulla sorte delle anatre di Central Park. Mentre facevamo tutto ciò, qualcuno si stava silenziosamente prendendo cura di noi; e ora alcuni di noi stanno ricambiando.

Quattordicimila sono i libri che ogni anno a Torino vengono sottratti all’inceneritore grazie al progetto «ViviLibrôn», nato nel 2017 su iniziativa delle associazioni ViviBalôn ed Eco dalle Città e, ancora, dal Tavolo del Riuso, con il finanziamento della Fondazione Compagnia di San Paolo. «Ci occupiamo — spiega Graziano Esposito, coordinatore del progetto — del recupero di libri che altrimenti andrebbero distrutti, mediante l’impegno, tra gli altri, di rifugiati e richiedenti asilo che, oltre ai volumi, raccolgono pure tonnellate di cibo invendute tra i mercati torinesi: subito dopo la raccolta, si passa alla distribuzione in vari punti del territorio». Per quanto riguarda i libri, «se ne raccolgono quattrocento a settimana, in buonissimo stato, dai venditori del mercato del Balôn, prima che chiudano e, soprattutto, prima che ne buttino diversi».

Con carrello alla mano si fa incetta di pubblicazioni, sulle quali viene posto il timbro di «ViviLibrôn», in modo che gli stessi libri non siano rivenduti. «Si tratta — prosegue Esposito — di romanzi e saggi, ma anche di libri per bambini, i quali, quando vengono distribuiti negli snodi dov’è donato il cibo, vanno davvero a ruba. Inoltre procediamo, eccetto i periodi di fermo causati dal covid, regolarmente: sabato e domenica c’è il Balôn e tra lunedì e martedì realizziamo la distribuzione tra associazioni, parrocchie, circoli, periferie, luoghi in cui si avverte maggiore disagio e povertà». Il riscontro della comunità è positivo. «A un certo punto — dice ancora Esposito — anche le scuole ci hanno contattato per chiederci libri e noi abbiamo risposto favorevolmente; del resto, la cultura non può finire in discarica».

Da Torino al Centro Italia, seguendo il filo rosso dei libri da salvare, il passo è breve. È a Roma che incontriamo Monica Maggi, giornalista, formatrice per docenti e “libraia felice”. Del 2013 è sua l’idea di realizzare — nell’ambito dell’associazione Libra, a cui dà vita undici anni fa e che fa parte delle realtà no profit accreditate da Ama Roma — «Pagine Viaggianti». Un progetto interamente gratuito sulla donazione alla cittadinanza, in luoghi socialmente significativi, di libri salvati dalla distruzione; e che riceve il sostegno permanente del Comitato scientifico Unesco e il patrocinio delle Biblioteche di Roma. Ogni sabato, dalle 9 alle 13, Maggi è al mercato del Tufello col suo banchetto ricolmo di volumi scampati ai 451 gradi Fahrenheit e «con lo scopo di accendere l’interesse per la lettura».

Come un fiume in piena, Monica Maggi racconta: «Dapprima, il mio era un cammino itinerante. Portavo libri ovunque: ponti, piazze, ospedali, metro. Poi però, per ovviare a problemi tecnici e conferire maggiore funzionalità al progetto, mi sono “stabilizzata” al Tufello: è qui, al mercato di quartiere, che accolgo, pur avendo dovuto reinventare il servizio in tempo di pandemia, chiunque desideri prendere, senza alcun costo, i libri che finirebbero tra i rifiuti».

Mentre parla, Maggi riceve un messaggio: una donna, habituè del mercato, è in cerca della Bibbia, che sì, è disponibile. «Sabato prossimo puoi passare a prenderla» è, perciò, la risposta telematica di Maggi, anche a segno di come «Pagine Viaggianti» abbia creato un’autentica comunità di lettori. «La mia iniziativa — continua Maggi — non è fine a se stessa, do suggerimenti a chi cerca un libro e, via via, con alcune persone si sono instaurati rapporti d’amicizia».

Sorge spontaneo chiedersi da dove provengano i libri del banco, su cui negli anni è giunto di tutto: qualsiasi genere o edizione, vere preziosità (perfino un’Iliade del 1838 e le poesie di Silvio Pellico). «Agli inizi — spiega Maggi — ero io, in prima persona, a salvare i libri, rispondevo agli appelli delle case editrici in crisi, le quali, per legge, avrebbero dovuto mandare le pubblicazioni al macero, oppure rintracciavo persone alle prese coi traslochi, con eredità non volute: quante biblioteche private, risalenti al tempo in cui tv e internet non c’erano, sono state smantellate da nipoti privi di spazio, interesse o tempo. In seguito, la gente ha iniziato a cercarmi e a portarmi grossi carichi di libri (tra le donazioni illustri ci sono quelle di Dacia Maraini e Marco Ferri, grazie a cui è stata posta la “prima pietra” della biblioteca comunale di Sacrofano). A ogni modo — precisa — quello librario è un fondo che non si esaurisce mai, in sole quattro ore possono andar via un centinaio di libri e, nonostante ciò, il banco al Tufello non rimane mai vuoto, i volumi si moltiplicano».

Così, la “libraia felice” incrocia lo sguardo con generazioni diverse, ciascuna portatrice di una storia. «A fermarsi sono in primis le donne, dai 40 ai 98 anni, come l’immancabile Maria, quasi centenaria, accompagnata dalla badante; e poi ci sono gli uomini, perlopiù anziani, e a volte mi domando che vita abbiano da raccontare. Sono soli? Sono stati spediti dalle mogli a fare la spesa? Ci sono mondi da scoprire in chi passa, sfoglia un libro e lo infila nella busta delle arance». Per essere precisi, infine, sono circa diecimila i libri che «Pagine Viaggianti» ha finora salvato, «facendoli adottare» con la convinzione, mai perduta, secondo cui «sono proprio i libri a salvare il mondo».

E del fatto che la bellezza possa salvare il mondo ne è convinto pure Domenico Commisso, presidente dell’associazione «a resistere di stampo culturale» con sede a Soverato «Kalibreria», che, guarda caso, mutua il nome dal greco kalòs, il bello. Insieme all’associazione, a giugno 2019, nasce la biblioteca di strada, intitolata al compianto autore soveratese Vito Maida, con libri letteralmente recuperati dalla locale discarica. «È nato tutto così — chiosa Commisso — un giorno mi trovai in discarica e rimasi meravigliato dal gran numero di libri presente; chiesi di poterli prendere per riportarli alla loro funzione originaria e, cioè, quella di essere letti. Da allora, con altri amici, li rimettiamo in vita e, attraverso Kalibreria, eroghiamo prestiti gratuiti».

Quattromila sono i volumi attualmente in biblioteca, quelli recuperati molti di più. «Alcuni, difatti — continua Commisso — li abbiamo donati alle scuole e alle suore del comprensorio perché il nostro spazio è piccolo e i libri non si esauriscono mai, considerato che ora sono anche le persone esterne a contattarci e a regalarceli». Dalla voce di Commisso trapela la gioia di compiere un’azione necessaria, «dare a tutti la possibilità di leggere e leggere qualunque cosa, dato che in discarica capita di tutto, per giunta edizioni degli anni Cinquanta o di autori calabresi di cui si vuole recuperare la memoria». A causa del virus, la biblioteca lavora a domicilio. «Se ci scrivono, portiamo il libro a destinazione. Non ci fermiamo e tanti sono i progetti che abbiamo in cantiere, come, ad esempio, la catalogazione digitale dei volumi, di questo patrimonio culturale di cui non possiamo fare a meno».

Perché salvare i libri equivale a salvare storie, a camminare nella strada di Swann, a viaggiare in carrozza con le sorelle Bennet, a fare il giro del mondo in ottanta giorni e a sognare senza data di scadenza.

di Enrica Riera