Più che una semplice autrice, la scrittrice statunitense è un capitale culturale

Una vena noir
tra ansie e paure

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18 gennaio 2021

Saranno presto pubblicati i diari inediti ritrovati in un armadio


È più che una semplice scrittrice Patricia Highsmith, è un capitale culturale dal quale cinema, tv ed editoria attingono e continueranno ad attingere ancora per molto. Già portato sul grande schermo nel 1960 da René Clément e nel 1999 da Anthony Minghella, Il talento di Mister Ripley, senza dubbio uno dei suoi romanzi più noti, sta per approdare sul piccolo schermo sottoforma di miniserie in sei puntate. Steven Zaillian, premio Oscar come sceneggiatore di Schindler’s List, è infatti il regista cui è stata affidata l’ennesima trasposizione di questa storia di inganni e false identità, di desideri repressi, soldi, viaggi intercontinentali e dolce vita anni Cinquanta.

Contemporaneamente, è stato annunciato sul «New York Times» che il suo esecutore testamentario e la sua editor daranno alle stampe entro quest’anno i diari privati della Highsmith, che l’autrice custodiva gelosamente, e che sono stati ritrovati in un armadio della biancheria nella casa ticinese in cui passò gli ultimi anni di vita. Cinquantotto quaderni stanno diventano un libro di 650 pagine per l’editore americano Liveright. Sebbene sia scomparsa nel 1995, nel ventunesimo secolo si rincorrono le sue biografie, una pubblicata nel 2003 (Beautiful Shadow), una nel 2009 (The Talented Miss Highsmith) e una in uscita in questi giorni, Devils, Lusts and Strange Desires di Richard Bradford.

Se il pubblico anglofono ha a disposizione queste ricostruzioni della vita e dell’arte della scrittrice, l’attenzione del mondo culturale italiano non è da meno. Gli appassionati di teatro ricorderanno, qualche anno fa, una magistrale Lucia Poli alle prese con Brividi, uno spettacolo tratto da cinque racconti della giallista americana (e lo scorso anno l’artista toscana l’ha nuovamente evocata nel suo spettacolo Animalesse), mentre la Highsmith è diventata a sua volta personaggio del romanzo di Margherita Giacobino Il prezzo del sogno (Mondadori, 2017).

Potremmo andare avanti — o indietro — ancora per molto, per raccontare la fascinazione che questa donna ha esercitato su generazioni di lettori. Pensare all’epoca che l’ha trasformata in un prodotto pulp, quando alcune sue pubblicazioni finivano sugli scaffali dei paperback pruriginosi, con le copertine coloratissime e ammiccanti, spesso poco più che inganni del packaging ideati per veicolare a un pubblico poco selettivo romanzi di serie A . O quando, per pubblicare liberamente un romanzo di amore tra donne (The Price of Salt, successivamente divenuto Carol), cambiò il proprio nome in Claire Morgan.

Oggi che Patricia compirebbe cento anni, però, la sua figura autoriale è talmente nota e affermata che non c’è più bisogno di ammiccare al lettore, se non con la promessa di materiali nuovi. È quello che fa La nave di Teseo, che pubblica la raccolta di racconti Donne (pagine 288, euro 19, traduzioni di Hilia Brinis, Lorenzo Matteoli e Sergio Claudio Perroni), alcuni dei quali sono finora rimasti inediti in italiano. Un’occasione ghiotta per i suoi ammiratori, e anche per chi voglia avvicinarsi per la prima volta a questa penna così lucida da riuscire a guardare molto spesso il male dritto negli occhi.

Da esperta giallista quale sarebbe diventata di lì a poco, la giovane Patricia, infatti, racconta mondi sempre in bilico tra il sogno e l’incubo, mondi di abusi e di quiete, dimesse disperazioni.

Così, in Quando a Mobile sbarcò la flotta, una semplice ragazza del Sud che va a cercare lavoro lontano da casa, sola in un’altra città, si ritrova suo malgrado imbrigliata in un giro di prostituzione. L’incubo, a quell’epoca, di ogni donna che da sola decidesse di scegliere la libertà personale e professionale senza l’ala protettiva di una famiglia o di un marito. Il finale è terribile: quando sale su una giostra e recupera quel senso di gioia e innocenza che aveva provato anni prima proprio lì durante una vacanza con i genitori, sotto le mentite spoglie di un principe azzurro che le possa dare una nuova vita, arriva, invece, il fondo dell’abisso. Non succede spesso che i suoi racconti abbiano un finale risolutivo come questo, che sia tragico o positivo.

Nella maggior parte dei casi la narrazione si interrompe in medias res, lasciando il lettore col fiato sospeso, tecnica molto nota a chi lavora con la suspense. D’altronde il termine deriva dal latino suspendere, e l’esempio che di solito si fa per esemplificare questa cifra stilistica è il personaggio di Due occhi azzurri di Thomas Hardy (1873), che a causa di uno scivolone si ritrova aggrappato con la punta delle dita alla parete di una scogliera senza la possibilità di mettersi in salvo.

Quando il lettore si identifica con un personaggio in questa situazione, la suspense è assicurata. In questi racconti la sensazione di pericolo imminente è spesso di carattere psicologico, la minaccia più frequente è l’altro, un uomo che ti segue inspiegabilmente di notte in una città ostile, il vicino che d’improvviso non ti saluta più e ti scatena improbabili sensi di colpa, il bambino povero e sporco che potrebbe infettare un suo coetaneo ignaro della propria vulnerabilità.

Bambini e bambine appaiono frequentemente nei racconti di Donne, perché possono rispecchiare, potenziandolo, il senso di smarrimento di un adulto, o possono sentirsi schiacciati dal peso delle aspettative dei genitori, o perché sono sempre sulla soglia tra l’innocenza e la malizia, come in Mattinate radiose o in Un uomo tanto gentile. Degna erede di Edgar Allan Poe, la Highsmith riesce anche a percorrere con disarmante naturalezza i sentieri che all’angoscia arrivano partendo non tanto da entità minacciose, quanto dalle passioni più apparentemente innocue, come nell’ultimo racconto della raccolta, Il Guardalumache. Amata da cineasti classici e contemporanei (Hitchcock, Wenders, Haynes, Chabrol, Cavani), definita da Graham Green «poetessa dell'angoscia», Patricia Highsmith ha attraversato il ventesimo secolo con una vena noir che ancora oggi riecheggia tra le nostre ansie e le nostre paure.

di Alessandro Clericuzio