L’8 gennaio di cent’anni fa nasceva Leonardo Sciascia

La scrittura
come azione morale

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08 gennaio 2021

Romanzi, racconti e saggi per affermare la verità


Di Leonardo Sciascia si è scritto e detto tanto nell’approssimarsi del centenario della nascita (8 gennaio 1921). Non tutto da condividere, soprattutto quando in modo esclusivo vengono ricordati i suoi polemici articoli a proposito di Sicilia, mafia, antimafia, amministrazione della giustizia, degrado della politica. Sciascia ha scritto e detto parole di verità assoluta su questi argomenti, ma non può fermarsi lì l’attenzione nel ricordarlo.

Da questo punto di vista va riconosciuto che il frequente intervenire nell’attualità del suo tempo, non gli ha giovato. Si ricordano i suoi articoli e non i suoi libri. Quasi nessuno dei critici letterari oggi più ascoltati cita capolavori come Il consiglio d’Egitto, romanzi e racconti-inchiesta come La strega e il capitano, 1912+1, Porte aperte, La scomparsa di Majorana, Dalle parti degli infedeli, o libri di allusiva, struggente autobiografia come Il cavaliere e la morte. Dimenticati gioielli saggistici come La corda pazza, Nero su nero, Cruciverba.

Per questo non ci stancheremo mai di dire che Sciascia rimane — è giusto rimanga nel ricordo e nelle antologie — soprattutto per la sua opera di scrittore, che dall’Illuminismo francese prese avvio e che nel suo svilupparsi sempre più aderì all’idea manzoniana della letteratura. In proposito si può affermare che tra i tanti suoi “maestri”, fu l’autore dei Promessi sposi a indicargli la strada, certo non la più breve e la più agevole, sulla quale indirizzare il suo magistero.

E si può dire così: che se Pirandello lo costrinse a guardare come in una rifrazione di specchi la realtà che lo circondava; se Vitaliano Brancati gli suggerì una scrittura agrodolce e tutta disincanto; se Montaigne fu il suo modello di scetticismo; se Voltaire rappresentò per lui la luminosità della ragione; se Stendhal fu la leggerezza dello scrivere e l’immenso piacere del leggere; se la sapiente intelligenza di Borges e Savinio l’incantarono, fu l’autore dei Promessi sposi a fargli intendere la scrittura come azione morale.

Lo affermiamo avendo in mente L’affaire Moro, il libro più religioso di Sciascia, e potremmo dirlo, manzonianamente, la testimonianza più alta della sua religiosità; un libro scritto per dare verità e giustizia a un uomo cui la condizione di prigioniero (in un covo delle Brigate rosse) tolse tutto, anche l’autenticità delle sue parole affidate alle lettere che gli fu permesso far uscire dalla prigione.

Non è esagerato dire che dopo La storia della colonna infame, questo libro viene a segnare uno dei momenti più alti nella storia della nostra letteratura. Proprio perché l’autore decise di scriverlo quando si avvide che il presidente Aldo Moro, il potentissimo uomo politico, costretto in stato di angosciosa prigionia, pirandellianamente all’incontrario, da personaggio si trasformò in creatura: sola, nuda, priva di ogni potere e abbandonata dai suoi sodali, tra questi i suoi più fidati collaboratori.

Sciascia come scrittore arrivò a permettersi simili sfide, perché il suo apprendistato avvenne in anni e in luoghi dove giustizia e progresso civile erano un sogno per coloro che, come lui, osavano immaginare un mondo diverso. Non gli fu facile affrancarsi da leggi primitive, espressione di una società rimasta tribale, generatrice del devastante fenomeno universalmente conosciuto col nome di mafia.

Nato in un luogo più povero della Sicilia povera, a Racalmuto, in provincia di Agrigento, fu tutto sommato un bambino da considerare fortunato, perché figlio di un amministratore di miniera, e perché una zia maestra gli insegnò a leggere e a scrivere prima ancora di andare a scuola. Compiuti gli studi magistrali, il giovane Sciascia insegnò come maestro elementare in una scuola del suo paese. E fu per lui una esperienza traumatica, perché costretto a parlare di storia e poesia a ragazzini affamati e tremanti di freddo (spiegherà in seguito che quegli scolaretti non avevano vestiti adatti per difendersi dal «lungo inverno della Sicilia interna»). Fu per reazione a questa esperienza che iniziò a prendere appunti, vivide annotazioni che poi, col titolo di Cronache scolastiche, confluirono nel suo primo vero libro, Le parrocchie di Regalpetra.

In quei bambini che il caso aveva assegnato loro come maestro, il giovane Sciascia colse la realtà della miseria più degradante. E non mentì a se stesso e agli altri. Non si voltò dall’altra parte, accontentandosi per quieto vivere di ricevere lo stipendio a fine mese. Nero su bianco, ne scrisse secondo verità. E questa, da quel momento divenne la sua più evidente cifra di scrittore: la ricerca e l’affermazione della verità. A futura memoria (se la memoria avrà un futuro), l’ultimo suo libro, in cui sono raccolti gli scritti più combattivi, si apre con un’epigrafe che non molti scrittori del suo tempo avrebbero potuto permettersi. Questa, tratta da un libro di Georges Bernanos: «Preferisco perdere dei lettori piuttosto che ingannarli». Che poi coincide perfettamente con l’affermazione proprio di Aldo Moro in una lettera dalla sua “prigionia”: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò perdente».

La verità, sempre e a qualunque costo. La libertà di affermarla in ogni circostanza. Questa l’eredità che soprattutto ci rimane di Leonardo Sciascia. Un bene inestimabile, anche se gravoso da custodire e difendere.

di Matteo Collura