Un toccante cortometraggio inviato al Papa

«Forse perché
eravamo gli ultimi»

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08 gennaio 2021

Più noti con l’acronimo Opg, ovvero Ospedali psichiatrici giudiziari, un tempo si chiamavano manicomi criminali. Qui venivano rinchiuse le persone considerate socialmente pericolose, tra cui tossicodipendenti, sieropositivi, alcolisti, persone sole e anziani. Erano vere e proprie strutture dove gli ospiti venivano il più delle volte abbandonati a se stessi senza alcuna assistenza sanitaria. Rappresentavano il clou delle contraddizioni del sistema giudiziario italiano e, quando vennero istituiti, furono pensati per soddisfare una duplice esigenza: unire la dimensione terapeutica con quella di sicurezza. Esigenza superata dal fatto che, con gli anni, si è compreso che spesso il detenuto giudicato “normale”, aveva maggiori opportunità di reinserimento nel tessuto sociale rispetto a un ristretto dell’Opg che non aveva altra scelta se non quella di trascorrere il resto della sua vita dietro le sbarre.

A raccontare la trasformazione che ha portato queste strutture sicuramente più a misura d’uomo, ci hanno pensato proprio gli ospiti di uno degli ex manicomi criminali, diventato nel 2016 casa circondariale. Siamo a Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, dove i detenuti-attori hanno realizzato un cortometraggio intitolato Forse perché eravamo gli ultimi, una pellicola a tema post-apocalittico: in un ex manicomio abbandonato, pochi uomini riescono a sopravvivere alla pandemia. Da questa circostanza, nascono riflessioni sulla necessità di combattere l’alienazione e sul senso stesso dell’umanità. «L’idea — spiega la direttrice Nunziella Di Fazio — è nata nell’ambito di un laboratorio di mediazione artistico-culturale condotto dai nostri tecnici della riabilitazione. Tutta la sceneggiatura e lo sviluppo del cortometraggio si è fondato su un’idea dei ragazzi, che hanno dimostrato grande fantasia e applicazione. Per un detenuto psichiatrico tutto ciò ha una valenza comunicativa perché significa aumentare l’autostima e la consapevolezza della propria autoefficacia». La direttrice della casa di reclusione siciliana spiega poi le difficoltà incontrate durante le riprese dovute non certo allo scarso coinvolgimento dei protagonisti, quanto al covid-19 e al rispetto delle norme di sicurezza: «Vedendo il film traspare la loro emozione. Certo, la trama ideata appare inizialmente inquietante, ma a mano a mano che la storia si snoda, emerge con forza la (loro) voglia di rinascere. Come? Attraverso il gioco, tornando bambini». Per Di Fazio, infatti «gli ospiti di questo carcere hanno vite spezzate. È come se la loro esistenza si fosse a un certo punto interrotta e avessero perso quella possibilità di crescere che ciascun essere umano ha. Sta a noi operatori metterli in condizione di farli riprendere da dove il percorso si è interrotto e credo che iniziative come queste aiutino a rimettersi in carreggiata e a compensare questo vuoto».

La direttrice rileva inoltre che «durante il lockdown ci siamo dati come obiettivo quello di continuare le attività riabilitative e trattamentali con il personale interno a disposizione, fra cui il progetto del cortometraggio. Abbiamo quindi proseguito nelle iniziative anche durante il periodo di chiusura, riuscendo in una proficua collaborazione fra l’area sanitaria e quella amministrativa. Facendo squadra si possono ottenere grandi risultati. Papa Francesco ha detto che la persona malata o disabile, proprio a partire dalla sua fragilità, dal suo limite, può diventare testimone dell’incontro. Ecco — prosegue — io credo che questi ragazzi, attraverso la loro idea, sono riusciti a promuovere tale cultura dell’incontro evocata dal Santo Padre. Tanto è vero che gli abbiamo inviato una copia del film perché sono certa che apprezzerà il loro sforzo e il loro impegno. Lui che ha così a cuore i detenuti». La macchina da presa, dunque, come modello operativo efficace che supera la centralità del carcere come unica forma di pena e afferma l’importanza dello sviluppo di alternative alla detenzione uscendo finalmente dal rincorrere, di volta in volta, l’emergenza che bussa alla porta.

di Davide Dionisi