Sguardi diversi

La ribelle veneziana
costretta a essere suora

La Chiesa di Sant'Anna in Castello a Venezia dove Arcangela Tarabotti entrò nel 1617 (Wikimedia Commons)
02 gennaio 2021

Arcangela Tarabotti, che già nel Seicento parlava di parità


La chiamerò Elena. Spogliandola almeno per il tempo di questo racconto dell’abito monacale che non avrebbe mai voluto indossare. Dentro il quale si è dibattuta per tutta la vita come fosse avvelenato, come l’abito che Medea fece recapitare come dono di nozze alla futura sposa di Giasone. Questo dicono le sue parole. Quello che si legge nei suoi scritti, che hanno la forza, l’ingegno e persino il genio di una scrittrice vera. Pensavo spesso leggendo L’inferno monacale di Elena Tarabotti al diario di Etty Hillesum. Scritto, questo, dalla parte opposta del dolore. Anche Etty era una giovane donna curiosa e dall’intelligenza luccicante, condannata senza colpa, imprigionata in una galera insensata.

Ma lei, Etty Hillesum, in quel poco tempo che ha avuto a disposizione è riuscita a prendersi il mondo, ha amato, camminato per la città, dormito in alcuni letti. Ha avuto a disposizione il suo corpo per goderne o patirne. E di questa messe si è tenuta la fame e la bellezza, e quella capacità di vedere il bello in chiunque e in qualsiasi cosa, che l’ha accompagnata fino alla fine dei suoi giorni, nel campo di concentramento di Auschwitz. Pensavo a lei perché nelle sue lettere, e nel diario, Etty scrive spesso che vorrebbe diventare una scrittrice.

Probabilmente la stessa vita che aveva immaginato per sé Elena Tarabotti, se non fosse stata rinchiusa in un convento contro la sua volontà a soli tredici anni. Per non uscirne più. «Incarcerate non in chiostro santo e religioso, ma nelle viscere dell’interessata balena che non mai le vomita», scrive del destino toccato alle bambine come lei. Etty era ebrea, Elena aveva ereditato dal padre un piccolo difetto fisico: queste le motivazioni del loro ergastolo e la condanna a morte. Etty Hillesum è morta a 29 anni. Ha scritto poco, il diario, le lettere, perché non ha avuto tempo. Come accade di altri scrittori dalle vite troppo brevi, Raymond Radiguet, Alain Fournier, Emily Brontë, Sylvia Plath, possiamo solo rimpiangere le meraviglie che non leggeremo mai. Ma in quel poco che ha scritto è stata una scrittrice, non qualcuno che aspiri a diventarlo. Così come Elena Tarabotti. Ognuna dentro il limite che le era toccato. Per Elena furono le mura che la imprigionavano. Che scelse di non ignorare, che divennero anzi l’argomento di ogni suo scritto. Come avrebbe potuto fare altrimenti? Cosa avrebbe potuto raccontare una donna che era stata fatta prigioniera a tredici anni se non di quella prigionia, della disperazione?

Elena, Elena Cassandra Arcangela Tarabotti, nacque a Venezia nel 1604, nel quartiere di Castello, da una famiglia ricca. Ma non abbastanza da provvedere alla dote per sposare le numerose figlie in maniera adeguata. Aut murus aut maritus. Secondo un’abitudine dell’epoca, il padre Stefano scelse di sacrificare quella che, secondo il suo insindacabile parere, avrebbe avuto maggiori difficoltà a trovare un marito. Elena era zoppa. Proprio come lui.

Altro non sappiamo del suo aspetto. I suoi scritti e i saggi su di lei sono sempre accompagnati da un ritratto che per molto tempo si credette fosse il suo. Si tratta invece di Maria Salviati, moglie di Giovanni de’ Medici e madre dell’arciduca Cosimo i , un’opera attribuita a Pontormo e custodita agli Uffizi di Firenze. Dipinta una cinquantina d’anni prima della nascita di Elena, che non è quindi quella donna dal naso lungo e sottile, gli occhi leggermente diversi uno dall’altro, la bocca ben disegnata.

Elena era zoppa, aveva il piede caprino, come il diavolo.

Sarà stata davvero questa la ragione per cui fu scelta come vittima di quell’abominio, la reclusione monacale forzata? Forse, o forse aveva un carattere meno remissivo delle altre sorelle, una vocazione all’indipendenza che le si leggeva nell’anima anche se era solo una bambina. Forse Elena fu individuata come una di quelle femmine difficili da domare, mai soddisfatte, troppo intelligenti per accontentarsi di un matrimonio di convenienza. Una di quelle donne isteriche, la cui passione o peggio ancora il raziocino potevano far saltare la catena di montaggio della procreazione/eredità/rendita. Forse Elena, oltre che zoppa, non fu abbastanza furba da occultare la sua intelligenza e il suo talento, così che la famiglia dovette adoperarsi per mozzarglieli.

Nel 1617 fu dunque destinata, tredicenne, al monastero di Sant’Anna. Da quel convento, nel quale ricevette la consacrazione dodici anni più tardi, non uscì mai più.

Il primo libro, quello in cui la rabbia della condanna era ancora fresca, Elena lo scrisse a vent’anni e lo intitolò Tirannia Paterna, ma non fu pubblicato. Uscì postumo, con lo pseudonimo Galerana Baritotti e il titolo La semplicità ingannata, e fu messo all’indice dei libri proibiti nel 1661: condannava la pratica della monacazione forzata, rivendicava la dignità femminile e il diritto all’istruzione. Il successivo, L’inferno monacale, rimase inedito per quattrocento anni, ma il manoscritto circolava e ne sopravvisse una trascrizione nella collezione di Alvise Giustiniani. La prima edizione è del 1990 (Torino, Rosenberg & Sellier), a cura di Francesca Medioli. L’ho comprato su Amazon, costa 1 euro e cinque centesimi ma c’è, ostinatamente. Non è certo una scrittrice famosa, eppure, dopo 400 anni, il suo libro può essere acquistato su una piattaforma di e-commerce. Come uno di quei batteri che si nascondono tra le fasce delle mummie per sopravvivere e, liberato, se ne va in giro spavaldo.

Che cos’è quell’inferno? La versione grottesca del paradiso al quale avevano promesso di condurle. Alle ragazze che devono varcare la soglia del convento tutti quanti mentono. Mente la famiglia, quando promette loro che vivranno in un luogo dove tutto è gioco e leggerezza, dove saranno libere dall’obbligo di lavorare e di adempiere alle funzioni di una moglie o di una madre. Nel convento, raccontano, ci sarà cibo lauto del quale nutrirsi e abitazioni vaghissime nelle quali riposare. Ma soprattutto alle ragazze monacate per forza si racconta che potranno godere della massima libertà.

«Avari di poco denaro, ma prodighi di altrui libertà», scrive Tarabotti dei padri che si liberano delle proprie figlie imprigionandole. Mentono, come mentono anche le altre donne, le monache, già vittime anche loro di quella pratica di confino. Anzi, quest’ultime mentono anche di più, secondo il meccanismo psicologico che conosciamo: in regime di reclusione, le più efferate sono le compagne di destino, che nella delazione e l’inganno cercano di ottenere anche minuscole deroghe alla loro contenzione.

Dentro, le ragazzine vengono abbigliate con una veste scura di lana, ma si preferirebbe vestirle con pelli di cammello, come gli eremiti, o foglie di alloro, per risparmiare, o anche niente, dei loro stessi capelli o peli, per risparmiare ancora di più. Perché quello che accade è che le famiglie, una volta ottenuta la monacazione, abbandonano le figlie. Per colpa o per sollievo non vogliono saperne più niente e soprattutto non vogliono più spendere niente per loro. E il convento si riempie di risse, imprecazioni contro i congiunti che cagionarono loro quella condizione, e contro i superiori che la permisero. «A guisa di furibonde fere trattenute da nodi indissolubili si van disperatamente ravolgendo et affanando fra quei muri senza rittrare altro frutto d’un tormentosissimo cordoglio. L’obiedienza non è che una funzione, una cerimonia, tutto è vanità, prospettiva e ombra che inganna l’occhio a chi mira la scorza senza penetrar il midollo».

Così, la cerimonia di raffermazione, somiglia soprattutto a un funerale: «gittata bocconi a terra [la novizia] viene coperta di negro drappo e postale a’ piedi una candela et una al capo, sopra sé le cantan littanie: tutti segni che la dinottano estinta. Ella stessa sente i suoi propri funerali e sotto quella bara gl’accompagna con lacrime e singulti, sacraficando tutti i sensi alla passion e dolore.... La superiora le dà poscia tre ponti ad un velo di camorada, che chiamasi sorazzetto», per ricordarle che i tre giorni successivi dovrà tacere.

Morta, sepolta, dimenticata, Elena Tarabotti ottiene finalmente la pubblicazione del suo quarto libro, che si intitola, non sarà certo un caso, Paradiso monacale. Eppure non è affatto una ritrattazione, ma un più abile esercizio di finzione. «Recisi i capelli, ma non sradicai gli affetti, riformai la vita, ma i pensieri, ch’apunto a guisa di capelli tagliati, più crescono, vanno pululando». Proprio come aveva scritto ne L’Inferno, qui nescit fingere, nescit vivere.

Scrisse ancora, scrisse sempre. Nel 1644 uscì a Venezia per i tipi del Valvasense l’Antisatira, in risposta alla satira misogina del senese Francesco Buoninsegni Contro ’l lusso donnesco. L’opera fu pubblicata con il nome siglato («D. A. T.») e fu dedicata a Vittoria Della Rovere, moglie del granduca Ferdinando ii , ch’era in corrispondenza epistolare con la stessa autrice. E nel 1651, di nuovo con lo pseudonimo di Galerana Barcitotti, il trattatello polemico Che le donne siano della spetie degli huomini, scritto in risposta a un’opera latina del 1595 attribuita a Valens Acidalius e stampata in italiano nel 1647.

Nel 1650 erano uscite per l’editore Guerigli le Lettere familiari e di complimento, che testimoniarono della sua rete di relazioni, amici, corrispondenti, in particolare con l’Accademia degli Incogniti. Che si riuniva nell’abitazione del suo fondatore, lo scrittore veneziano Giovan Francesco Loredan. Lì si discuteva, pubblicava, si organizzavano spettacoli.

Filosoficamente libertina, sospettata di gnosticisimo, l’Accademia si disperse quando, nel 1644, Ferrante Pallavicino, uno dei suoi principali animatori, fu decapitato ad Avignone per lesa maestà ed apostasia.

Suor Arcangela Tarabotti, invece, morì «di febbre e cattaro» il 28 febbraio 1652 a 48 anni.

di Elena Stancanelli


L’autrice

Nata a Firenze, vive a Roma. Esordisce nel 1998 con Benzina (Einaudi Stile libero), fonda l'Associazione Piccoli Maestri di cui  è presidente, collabora con «la Repubblica» e «La Stampa». Il suo ultimo libro è Venne alla spiaggia un assassino (La Nave di Teseo)