Sguardi diversi

La forza misteriosa
del chiostro

Il monumento a Rosvita eretto nel 1978 a Bad Gandersheim (Wikimedia commons)
02 gennaio 2021

L’impresa di Rosvita di Gandersheim, badessa e scrittrice di corte


Quando andavo in terza media, a Palermo, in un palazzetto liberty al confine fra la città piccoloborghese e città sottoproletaria, avevo una compagna di scuola che desiderava farsi suora di clausura. Era la fine degli anni Settanta, il mondo fuori dall'aula ci spaventava e ci attraeva: c’era il terrorismo, c’era l'eroina, ma il femminismo fioriva, si avvertiva uno slabbramento culturale che indicava una crisi, il preludio di un cambiamento. Ragazzi e ragazze, ognuno a modo suo, ci slanciavamo verso la piazza, l’esterno, il futuro. Tutti tranne lei. La maggior parte dei miei compagni e delle mie compagne la guardava da lontano, la teneva fuori dai discorsi, ai quali peraltro lei non si interessava. A volte se ne dimenticavano del tutto. Lo facevo anch’io. Io andavo veloce, discutevo sempre, o leggevo, libri, giornali, etichette, tutto quello che mi cadeva davanti agli occhi, leggevo, interpretavo, interrogavo: come facevo a tener conto della sua immobilità troppo armoniosa?

Fu in quel periodo che scoprii nella biblioteca di mio padre un librettino della Bur, grigetto e spoglio, c'era scritto sopra Rosvita, Tutto il teatro. Italianizzato così: senza w o h, senza nessun elemento connotante, neanche Rosvita di Gandersheim, come se Rosvita dovessero conoscerla tutti. Quando mi ritrovai il libretto in mano e scoprii che era una monaca, una giovane badessa che scriveva in latino prima dell'anno Mille, rimasi profondamente affascinata. Amavo un po' a caso Saffo, Vittoria Colonna, Gaspara Stampa, cercavo la mia genealogia femminile, prima ancora di pensarmi davvero donna. Così accolsi Rosvita di Gandersheim. Mi entusiasmai della leggenda che circolava – circolava in secoli lontani, non certo nel mio - che il suo teatro fosse scritto per essere rappresentato in convento. Immaginai giovani monache dagli abiti molli che in una sala di pietra si travestivano da antichi potenti della classicità intenti a forzare fanciulle fragili, le quali però, come in un cartone della Warner&Bros, vincevano sempre sbaragliando i potenti. Le monache me le immaginavo tutte ragazzine, anche Rosvita, in un luogo sottratto alla brutalità, zampillante di fontane gelate d’inverno, un luogo di pace, di voci e risate squillanti. Le immaginavo sporgersi sul mondo dai portici del loro chiostro come puttini dal cielo, complici, curiose, ma senza furia. Forse la stessa cosa mi affascinava nell’orizzonte della mia compagna, Elisabetta, così si chiamava: quel chiostro, cura protezione, eterna cova, che mi sembrava il più misterioso dei balconi.

Portavo spesso libri a scuola, da leggere sotto il banco, spesso mi portavo il teatro di Rosvita, che era un libretto così piccolo da entrare nelle tasche per davvero. Sollevavo la testa dal libro e guardavo Elisabetta. A volte aveva su di me l’effetto di un magnete, di una provocazione. Portava una corona di riccetti chiari, tra biondo e rossiccio, su un viso ampio e piatto color latte, due piccoli occhi scuri che quando la avvicinavo guardavano con ironia chissà dove oltre me. Che si immaginasse suora di clausura era una cosa che mi riempiva d’inquietudine. Come per caso, la incrociavo a ricreazione per domandarle come le venisse in mente, di fronte a un mondo disperato, pieno di dolore e di bisogno, di voltare la testa dall’altra parte, la provocavo: vuoi coltivare il tuo piccolo orto, non te ne importa niente di niente. Lei, che vestiva di rosa, di salmone, e si muoveva lenta portando a spasso una esasperante pacatezza, era tranquilla. Impermeabile alle mie insidie, mi spiegava il potere della preghiera, provava a farmi intravvedere un’altra via, una cura del mondo con altri mezzi, stendeva le labbra chiare in un sorriso dolce che aveva sempre dentro del divertimento e un leggero senso di superiorità. La violenza che a me sembrava fosse l’intollerabile cifra dei giorni, violenza fra gli uomini e le donne, chi ha i soldi e chi no, chi sta sopra e chi sta sotto, chissà se lei la conosceva. Sentivo, quand’ero con lei, che la smania di vita di tutti noi, ragazzi e ragazze, la smania dei corpi e dei pensieri, persino la smania di giustizia, non erano tutto, non esaurivano la realtà. Nelle sue parole avvertivo la fascinazione di un’altra possibilità di stare al mondo, sottratta alla furia, ma non per questo meno rischiosa. Chissà che mia lettura dell'opera della monaca di Gandersheim non avesse qualcosa a che fare con quest’altra possibilità: nell’unica immagine che avevo visto di lei, anche Rosvita mostrava un sottile sorriso divertito.

Rosvita, è considerata la prima scrittrice tedesca, anche se scrisse sempre in latino. Visse in un tempo difficile anche da immaginare, nacque attorno al 935; fu nobile. La sua opera fu fatta conoscere nel 1501 dall'umanista tedesco Conrad Celtis. C’è chi ritiene che sia entrata nell’abbazia di Gandersheim, nella Bassa Sassonia, sin da bambina e che lì abbia studiato, altri pensano che sia entrata in convento da adulta dopo una vita a corte, lo pensano anche perché dall’opera sembra che abbia osservato direttamente le pulsioni mondane di cui parla. Pare che sia stata anche una vera e propria scrittrice di corte, che abbia avuto dimestichezza con le mura secolari, che abbia vissuto, almeno in un periodo della sua vita, tutt’altro che protetta dal mondo del potere, della violenza, dei matrimoni combinati dei nobili e dei re. Scrisse Gesta Oddonis Caesaris Augusti e Sette leggende. Sulla formazione in convento abbiamo la sua testimonianza diretta: Rosvita scrive che elaborò le sue Leggende «prima attraverso l'insegnamento istruttivo della coltissima e gentilissima maestra Rikkardis (…) poi sotto la benevola considerazione della regale Gerberga». C’era, prima dell’anno Mille una rete di coltissime studiose dei classici e di insegnanti che si passavano il testimone nell’abbazia di Gandersheim, che si riconoscevano l’una con l'altra stima e autorevolezza. Probabilmente Rosvita attraverso il loro insegnamento aveva letto Terenzio, Virgilio, gli autori latini cristiani, Boezio. Conosceva la scolastica. Scrisse in latino le sei commedie che tenevo in mano raccolte nel libretto della Bur: Ahbraham, Pfnutius, Calimachus, Dulcitius, Gallicanus, Sapientia. Il suo modello era Terenzio, il suo teatro era commedia, in ogni senso, faceva ridere ed era a lieto fine, anche se spesso nelle sue trame il lieto fine era la morte. Le sei commedie di Rosvita raccontano di potenti che vogliono costringere ragazze bellissime a fare cose che non vogliono, al sesso, al matrimonio, a rinunciare alla propria fede; oppure raccontano storie di prostitute che con l’aiuto di uomini saggi e santi riescono a lasciare la strada del vizio e a diventare eremite. Tra le due tipologie preferivo decisamente la prima, mi dava moltissima soddisfazione la storia di Dulcizio che cerca di violentare tre ragazze le quali si nascondono in uno sgabuzzino, e quando Dulcizio entra a forza, spariscono lasciando che al posto del loro corpo l’aggressore stringa una batteria di pentole. Poi certo un aggressore peggiore di Dulcizio riuscirà a ucciderle, ma non a costringerle a far qualcosa contro la loro volontà. Mi entusiasmavano le ragazze di Rosvita che rinunciavano alla vita senza soffrire e senza nemmeno dare alla cosa troppo peso, pur di sottrarsi alla violenza, all'oppressione, ai matrimoni imposti, e mi piaceva veleggiare su quel grand guignol medievale, fantasioso di torture che felicemente venivano vanificate perché i corpi fatti a pezzi non soffrivano (quasi se la ridevano) e anche la morte giungeva grata e senza peso. Il capovolgimento mi commuoveva, come anche in seguito sempre mi commuoverà: il piccolo che vince il grande, il debole che vince il forte, l’inerme che insegna al potente che esiste un’altra forza ben più grande della forza. A quella forza non sapevo dare un nome, ma la incontravo qua e là nella realtà o nei libri: nella leggenda di Numa Pompilio che si libera della guardia del corpo di Romolo per presentarsi al popolo romano inerme, nell’Adelchi manzoniano, in Ermengarda, nelle storie che qualcuno mi raccontava sulla nonviolenza di Gandhi, e anche nella sua versione più bizzarra, in Rosvita, nei suoi dialoghi scenici.

Intuivo che anche la mia compagna di classe Elisabetta era capace di starsene in disparte, di non scivolare giù per la china della smania, della curiosità, del naturale conformismo dei tredici anni, perché era sorretta da una forza misteriosa. Non so che vita stia vivendo adesso, se poi sia diventata veramente suora, ma lei la sua pace già la conosceva. Io invece ero travolta fra la smania che mi reclamava e il rifiuto che mi ricacciava indietro: spiavo il mondo come potevo senza nessuna reale protezione.

Le leggende e le commedie di Rosvita si possono leggere agevolmente, sono state ripubblicate nel 2017 da Castelvecchi con il titolo Leggende e drammi sacri.

di Carola Susani


L'abbazia


L'abbazia di Gandersheim  è una casa soppressa di canonichesse secolari. Venne fondata nell'852 dal duca Liudolfo di Sassonia e dalla moglie Oda, che, durante un pellegrinaggio a Roma nell'846, ottennero il permesso da papa Sergio II insieme alle reliquie dei Santi Anastasio e Innocenzo, tuttora patroni della chiesa abbaziale. La “Libera fondazione secolare imperiale di Gandersheim”,  come era riconosciuta fino alla sua dissoluzione nel 1810, fu una comunità di figlie nubili dell'alta nobiltà che conducevano una vita pia ma senza aver pronunciato i voti, fatto che spiega il termine “secolare”.


Canonichesse


Le canonichesse, conosciute come Stiftsdamen , potevano detenere proprietà private e, non avendo preso voti, potevano lasciare l'abbazia in qualunque momento. Non erano distanti dal mondo:  frequentavano la corte imperiale dei  sovrani ottoniani e della dinastia salica che con i loro seguiti risiedevano frequentemente a Gandersheim. Uno dei principali compiti delle consorelle era quello dell'educazione delle figlie dell'alta nobiltà, che comunque non erano obbligate a divenire membri dell’abbazia.


L’autrice

Scrive per grandi e per ragazzi. È redattrice  di Nuovi Argomenti, conduce laboratori  di lettura e scrittura  e fa parte dell'associazione  Piccoli Maestri. Nel 1995 è uscito  il suo primo romanzo, Il libro di Teresa  (Giunti).  Tra i suoi libri Il licantropo  (Feltrinelli 2002), Eravamo bambini abbastanza  (minimum fax 2012), Terrapiena  (minimum fax 2020). È nel Comitato  di direzione di  Donne Chiesa Mondo.