Dopo l’uccisione di George Floyd

Black Lives Matter
e l’identità dell’America

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30 dicembre 2020

La morte del quarantaseienne afroamericano George Perry Floyd, avvenuta lo scorso 25 maggio a Minneapolis in seguito all'arresto dell'uomo da parte dell'agente di polizia Derek Chauvin, si è rivelata uno degli eventi più significativi dell'anno appena trascorso. Le drammatiche immagini nelle quali Floyd giaceva a terra mentre il poliziotto premeva sul suo collo con il ginocchio sono state riprese da diversi passanti e diffuse nella rete, generando un vero e proprio caso mediatico. Migliaia di manifestanti sono scesi in strada nei giorni successivi per protestare contro la brutalità delle forze dell'ordine, dando luogo a violenti scontri che hanno portato il governatore del Minnesota Tim Walz a richiedere l'intervento della Guardia nazionale.

Le proteste si sono poi allargate in tutto il Paese, fino a scatenare disordini anche di fronte alla Casa Bianca e a portare all'arresto di oltre 14.000 persone nel giro di un mese. Nei giorni successivi, inoltre, diverse metropoli di tutto il mondo, da Tokyo a Parigi, sono state luogo di manifestazioni di solidarietà verso Floyd, mentre il volto dell'uomo veniva dipinto perfino sulle mura di Idlib, città devastata dalla guerra civile siriana. E la tensione, a distanza di mesi, sembra non essersi placata del tutto: lo scorso 11 dicembre, durante una manifestazione del movimento Black Lives Matter a New York, due donne, poi arrestate, si sono lanciate con la loro auto contro il corteo, investendo 7 partecipanti.

Ma come è possibile che un singolo episodio, per quanto efferato, abbia scosso a tal punto l'America e il resto del mondo? Per capire i motivi di questa potente protesta è necessario esplorarne più a fondo il contesto storico, tanto nella sua dimensione nazionale quanto in quella internazionale.

Negli Stati Uniti, la problematica sociale del razzismo è sempre stata presente, specialmente in relazione agli abusi di potere perpetrati dalle forze dell'ordine. Numerosi sono stati infatti i casi di afroamericani uccisi da agenti di polizia negli ultimi anni, l'ultimo dei quali — quello di Andre Hill — risale appena allo scorso 22 dicembre. Una ricerca sulle vittime della polizia, pubblicata nel 2014 dall'agenzia di stampa americana ProPublica, ha concluso che la probabilità che la polizia spari a una persona di colore rispetto a un bianco è 21 volte più alta. Già da molti anni si susseguono campagne d'opinione mirate alla riforma delle forze dell'ordine statunitensi, anche attraverso un controllo centralizzato sul loro operato. Lo stesso movimento Black Lives Matter, fondato nel 2013 dalle attiviste Patrisse Cullors, Alicia Garza e Opal Tometi in seguito all'assoluzione del vigilante George Zimmerman per l'omicidio del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, nasce da queste proteste. Al centro delle critiche vi sono in particolare l'eccessivo numero di corpi di polizia (quasi 18.000 in tutto il Paese), l'addestramento ritenuto inadeguato e le immunità di cui godono le forze dell'ordine, motivo che ha portato molti agenti coinvolti nella morte di sospetti a non affrontare un processo.

Sul piano internazionale, invece, le recenti proteste rimandano a una dinamica già osservata durante la guerra fredda con le lotte per i diritti civili degli anni '60. In quel frangente, era fondamentale per gli Stati Uniti mostrare all'esterno la solidità dei loro valori fondanti di democrazia e uguaglianza per affermare la validità del loro modello di fronte al comunismo sovietico e per attirare nella loro orbita i paesi non allineati e quelli di recente indipendenza. Vedere una nazione non tenere fede ai propri principi di base ha un effetto estremamente negativo sulla sua influenza internazionale, e fondamentali decisioni come l'approvazione del Civil Rights Act del 1964 risposero alla necessità di coerenza. Oggi il contesto internazionale è indubbiamente diverso, ma è innegabile che l'eco mondiale ottenuto dalla vicenda di Floyd abbia comunque avuto un impatto sulla percezione degli Stati Uniti nel resto del mondo.

Fattori nazionali e internazionali hanno quindi concorso ad amplificare l'eco della lotta per i diritti civili in America. Opal Tometi ha parlato all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, evidenziando «l'urgente necessità per la comunità internazionale di impegnarsi sull'emergenza più imminente dei giorni nostri», mentre la petizione di Change.org «Justice for George Floyd» ha raggiunto 19 milioni di firme, record assoluto per il sito e segnale della rilevanza mondiale dell'avvenimento.

di Giovanni Benedetti