A colloquio con Rosa García Gutiérrez

Un Premio Nobel
ancora sconosciuto

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23 dicembre 2020

Continua a essere un grande sconosciuto Juan Ramón Jiménez. E questo nonostante sia stato non soltanto un poeta centrale del xx secolo, incredibilmente originale e coraggioso, ma anche una figura culturale di prim’ordine e di un’attualità sorprendente. Lo sostiene Rosa García Gutiérrez, direttrice della Cattedra Juan Ramón Jiménez dell’Università di Huelva.

Qual è la missione della Cattedra Juan Ramón Jiménez?

Fondata nel 2014, ha come obiettivo promuovere in tutti gli ambiti la conoscenza della vita e dell’opera di Jiménez. A tal fine organizza cicli di conferenze, corsi estivi, simposi internazionali e mostre, sempre in stretta collaborazione con la Casa Museo Zenobia-Juan Ramón Jiménez e con Carmen Hernández Pinzón, pronipote del poeta. Ha anche istituito la Biblioteca di Studi juanramoniani, una collezione di libri conservata nel Servizio di Pubblicazioni dell’Università di Huelva. Inoltre collabora al finanziamento di ricerche sull’opera del poeta e accoglie tirocinanti sia della stessa Università di Huelva sia dell’Università di studi di Torino, grazie a un accordo con la professoressa Isabella Mininni. Pensiamo che, nonostante il Nobel per la letteratura che ha vinto, Juan Ramón Jiménez continui a essere un grande sconosciuto.

Jiménez è noto soprattutto per il suo poema «Platero y yo». Perché crede che sia stato questo il suo libro di maggior successo?

È stato autore di un’opera immensa, difficile da circoscrivere e non sempre accessibile a tutto il pubblico. La scrittura di Platero y yo coincise con anni di enorme produttività, raccolte di poesie e libri in prosa rimasti a volte inediti, condensò le preoccupazioni sulla Spagna e sulla modernità delle élite intellettuali e offrì nuove possibilità per la prosa poetica. La complessità e persino l’ermetismo dei libri poetici successivi esaltò il successo popolare di Platero y yo, del quale si consolidò pian piano una lettura costumbrista e naif che non rende giustizia alla sua componente critica. Molto dopo, il sistema educativo franchista contribuì a ridurre l’eterodossa e scomoda figura di Juan Ramón a Platero y yo, un libro eccellente e complesso, ma con il quale era facile trasmettere un’immagine opportunamente innocua del poeta e cancellare l’opera scritta mentre era in esilio. L’inserimento nel sistema educativo — non soltanto spagnolo — di Platero y yo rese Juan Ramón indimenticabile ma al tempo stesso seppellì gran parte della sua opera.

Il matrimonio con Zenobia influenzò la sua opera?

Moltissimo. Quando la conobbe, Juan Ramón stava cercando da tempo un nuovo cammino poetico. Le lettere che si scambiarono durante il fidanzamento mostrano come il temperamento e le opinioni poetiche di Zenobia lo aiutarono a liberarsi da quegli ormeggi decadenti e a forgiare un nuovo io poetico che irruppe in modo decisivo nel Diario de un poeta recién casado. Il titolo stesso di questo libro del 1917, che fonde l’esperienza poetica con quella matrimoniale, è molto eloquente. Zenobia, che era bilingue, aiutò Juan Romón con l’inglese e lo avvicinò a poeti che gli sarebbero risultati fondamentali dopo il Diario: Emily Dickinson, Tagore, Ezra Pound e Yeats, per citarne alcuni. È un errore pensare che questa donna moderna e decisa abbia abbandonato la sua vocazione per mettersi al servizio del marito. Da giovane scrisse qualcosa, ma la sua vocazione non era quella letteraria. La sua attività pubblica fu inesauribile, e ancor di più accanto a Juan Ramón: fu una figura centrale del Lyceum Club Femenino, istituzione fondamentale per lo sviluppo del femminismo in Spagna, avviò attività legate al mondo dell’artigianato popolare e impartì lezioni all’Università del Maryland durante l’esilio. La sua personalità allegra e risoluta, e anche la sua concezione dell’etica personale, furono sempre un contrappunto fondamentale agli eccessi emotivi di Juan Ramón.

Che ruolo svolse Jiménez nella Generazione del ‘27?

Fu per primo maestro dei giovani che avrebbero formato la Generazione del ‘27, per poi divenire il padre simbolico che andava messo in discussione. Non seppe comprendere a pieno questo meccanismo e fu addolorato e offeso da alcune prese di posizione degli ex discepoli inscenarono contro di lui. Tuttavia è impossibile comprendere la poesia della Generazione del ‘27 senza di lui. È noto lo scontro che ebbe con Pablo Neruda all’inizio degli anni Trenta, esempio del parricidio letterario che caratterizzò le avanguardie. Meno nota e la rettifica che negli anni Quaranta Juan Ramón pubblicò correggendo alcuni dei suoi giudizi negativi sul poeta cileno.

Come spiegherebbe a un pubblico internazionale il contributo di Jiménez alla poesia e al pensiero ispanici?

Con lui si può spiegare tutta la poesia spagnola moderna, dal Modernismo agli anni Cinquanta. In tutte e in ognuna delle fasi della tradizione poetica moderna, il suo ruolo fu centrale: lo fu nel Modernismo spagnolo, nel Novecentismo, negli anni Venti, nella poesia spagnola dell’esilio e, specialmente, nel superamento delle aporie delle avanguardie storiche con la sua poesia finale, soprattutto a partire da Animal de fondo (1949), una poesia scritta in stato di grazia che continua a essere un atto di fede nell’arte, nella bellezza e nello spirito, in anni di dolore, guerre, totalitarismi, e in un clima nichilista segnato dallo scetticismo al quale lui non cedette mai, nonostante le sue profonde crisi depressive e i suoi periodi di letargo emotivo. Meno conosciuto ma affascinante è il Juan Ramón pensatore: è falsa la caricatura che lo ritrae come un poeta chiuso nella sua torre d’avorio. Le conferenze che pronunciò durante l’esilio negli Stati Uniti e in America Latina ce lo mostrano come un intellettuale singolare, molto consapevole del suo tempo, onesto e incorruttibile, detentore di quella che lui stesso denominò «politica poetica»: una visione dell’uomo nella polis in cui la Poesia, intesa come un modo per coltivare la sensibilità, occupa un posto centrale e diventa un argomento per ridefinire e ripristinare in modo provocatorio concetti come “comunismo” o “aristocrazia”. Nel disegno di questa politica poetica, il suo sguardo rivolto sempre alla Spagna, il suo rifiuto radicale della dittatura franchista e l’attualizzazione degli ideali democratici della Institución Libre de Enseñanza furono cruciali.

Qual è stato il rapporto tra Jiménez e l’America Latina? In che modo contribuì alla sua opera e come la influenzò?

La sua attrazione per l’America Latina iniziò quando era bambino: nato molto vicino al Monastero de La Rábida, luogo emblematico dell’incontro tra i continenti, ricordava sempre come la sua immaginazione si accendeva nell’osservare le cassette di terra di ogni Paese dell’America Latina che ancora oggi sono conservate lì. Avrebbe poi scoperto la figura di Rubén Darío, il grande maestro che adorò sempre e al quale dedicò un libro – Mi Rubén Darío – e che lo mise in contatto con il Modernismo ispanoamericano. È certo che verso il 1910 Juan Ramón prese le distanze dalla poesia latinoamericana, ma poco dopo stabilì rapporti molto stretti con Alfonso Reyes e con Pedro Henríquez Ureña, che furono fondamentali al momento di determinare il suo nuovo incontro con la letteratura ispano-americana.

Che impronta lasciò nei Paesi ispanoamericani nei quali soggiornò?

Contribuì soprattutto con i certami e i concorsi di poesia per giovani che organizzò e con quelli a cui collaborò sia a Cuba sia in Argentina. Juan Ramón era un poeta noto e molto rispettato e il suo arrivo a Cuba e in Argentina fu un vero e proprio evento per le giovani generazioni di poeti. Non fu facile per Juan Ramón, che si portava dietro il dolore della guerra e dell’esilio, ma accettò di partecipare ad attività che avrebbero contribuito a promuovere la poesia tra i giovani e vi si dedicò con entusiasmo e impegno, quasi come fosse un dovere.

di Rocío Lancho García

(L'articolo dedicato a Juan Ramón Jiménez sarà pubblicato in versione integrale sul prossimo numero nell’edizione settimanale in lingua spagnola dell’Osservatore Romano)