Rileggere le fiabe da adulti

Storia di un abete
e di un dono

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
22 dicembre 2020

«Lo trascinarono fuori dalla sala, su per le scale e in soffitta, e lo misero in un angolo buio, dove non arrivava la luce. “Che significa?”». A interrogare se stesso è un alberello, il protagonista della novella datata 1844 e firmata dal danese Hans Christian Andersen. L’abete — che dà il titolo al racconto ed è rintracciabile in Fiabe e storie (Feltrinelli 2015, traduzione di Bruno Berni) —, dopo la notte di Natale, si ritrova tutto solo, abbandonato dalla famiglia che, in precedenza, lo aveva prelevato dal bosco con lo scopo di agghindarlo a festa. Non che all’albero dispiacesse: per tutta la vita aveva sperato di dire addio alla natura in cui era nato e cresciuto, nonché di partecipare alle sfarzose festicciole natalizie degli uomini (ad esempio, facilmente, si lasciava affascinare dalle narrazioni dei passeri: «In città abbiamo guardato dai vetri! Sappiamo dove vanno! [...] Abbiamo visto che (gli alberi) vengono piantati al centro della sala calda e adornarti con le cose più splendide, mele dorate, dolci al miele, giocattoli e centinaia di candele»). Però, l’abete, vivendo d’improvviso la malinconia e la solitudine a cui dai suoi “proprietari” viene relegato, dovrà ricredersi, rimpiangendo i tempi in cui i raggi del sole gli dicevano di gioire e ricordando, ancora, la bellezza del bosco, quando vi trascorreva le giornate estive o le notti d’inverno, sotto le stelle scintillanti.

È così, con una storia metaforica e senza tempo, che Andersen — autore de La sirenetta (1837), Il brutto anatroccolo (1843), La piccola fiammiferaia (1848) e tantissime altre fiabe — invita i più piccoli e, sì, pure i grandi a non ripetere l’errore del suo abete, che ha dimenticato di guardare se stesso e le meraviglie vicine («Se almeno fossi stato contento quando potevo! Passato! Passato!»). Sembra che, alla fine, l’abete stesso voglia dire al lettore di non rincorrere sfavillii e frivolezze, di vivere la famiglia che si ha accanto, riscoprendola insieme al gusto delle cose semplici: si tratta di un monito necessario per ieri e — a maggior ragione in tempi d’emergenza sanitaria come quelli che si stanno adesso affrontando — per oggi.

Parimenti attuale è poi la storia che, nel 1907, la psicoanalista tedesca Louise Andreas von Salomé scrive come regalo per Bubi e Schnuppi, figli dell’amica Helene Klingenberg. Nella versione a cura di Alba Chiara Amadu, il testo è intitolato Fiaba per il Natale (Il Melangolo, 2016, traduzione di Mario Gennari). Leggendolo, ci si rende subito conto del messaggio, in un certo senso inaspettato, volto a festeggiare la vita. Attraverso questa narrazione pedagogica ambientata nell’ultima domenica di Avvento, il Natale è, non a caso, definito «il giorno della vita», il «compleanno universale» che a tutti, si spera, porta gioia e armonia, affievolendo le inquietudini del quotidiano. Grazie all’incontro con un particolarissimo St. Nikolaus — il quale «equivale mutatis mutandis al Babbo Natale della tradizione italiana» che in Fiaba per il Natale siede su una panchina fatta d’aria e scrive sopra a una tavoletta di marzapane — la scrittrice comprende (e del pensiero che sviluppa fa dono ai suoi piccoli destinatari) l’importanza di non considerare il Natale come mera ricorrenza accumulatrice di regali, bensì come momento di riflessione, per guardare oltre il proprio naso e celebrare le meraviglie che si hanno accanto, «tutto ciò che è gradevole nella nostra vita e (…) tutte le cose gradevoli che accadono intorno a noi, o ovunque, per il nostro tramite». Lo spiega bene Amadu nella postfazione del volumetto: «Oggi i bambini, a due o tre anni, sanno destreggiarsi fra cellulari e tecnologie. Tuttavia, ciò non è sufficiente per accrescere in loro il desiderio d’afferrare la vita attraverso ricerche e scoperte».

Se, dunque, oggi come allora, i regali à la mode, le richieste esaudite, gli oggetti materiali rappresentano qualcosa di fugace — desideri invisibili e dissolti a poco a poco —, perché non donare un racconto, una fiaba come segno di speranza e «per esplorare con curiosità quello che (si ha) di fronte»? Louise Andreas von Salomé, con una storia in cui ognuno, piccino o adulto che sia, può trovare un personale significato, lo fa («il mio desiderio era essere con Voi. Babbo Natale (…) non poteva esaudire il mio desiderio natalizio (…) ma alla fine, (…) mi ha regalato questa storia») ed è, probabilmente, ciò che tutto il mondo dovrebbe provare a fare. Raccontare una fiaba per tornare a meravigliarsi.

di Enrica Riera