Le parole di «Fratelli tutti»

Si vis pacem para verbum

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22 dicembre 2020

Gentilezza è una parola che sta caratterizzando lo stile del Pontefice; vi insiste lui stesso partendo, come di consueto, da un fondamento neotestamentario che smentisce come ciò possa essere un semplice atteggiamento “buonista” inadatto a chi svolge un ministero come quello petrino: «È un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il “dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano”, invece di “parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano”» ( Ft , 223).

L’«incontro» e la «gentilezza» sono la base per affrontare e superare i conflitti che si generano nella vita dei singoli e delle comunità; conflitti che possono perpetuarsi in una spirale perversa o che possono avere termine senza che ciò presupponga la prevaricazione di una parte sull’altra. A patto che il processo di mediazione metta al centro un altro concetto chiave: «La verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate. […] La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi» ( Ft , 227).

Sarà allora possibile costruire e mantenere la pace, la quale «non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile — soprattutto di quanti occupiamo un ufficio di maggiore responsabilità — di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione» ( Ft , 233).

Papa Francesco è consapevole che simili processi non sono né facili né scontati, perché ancora una volta possono essere di ostacolo parole sbagliate, oppure fraintese, oppure ignorate: «Alcuni preferiscono non parlare di riconciliazione, perché ritengono che il conflitto, la violenza e le fratture fanno parte del funzionamento normale di una società. […] Altri sostengono che ammettere il perdono equivale a cedere il proprio spazio perché altri dominino la situazione. […] Altri credono che la riconciliazione sia una cosa da deboli, che non sono capaci di un dialogo fino in fondo e perciò scelgono di sfuggire ai problemi nascondendo le ingiustizie» ( Ft, 236).

Occorre dunque chiarirsi sui termini e prendere piena coscienza di ciò che essi implicano: «Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. […] Mi spetta farlo, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede. Ciò che conta è non farlo per alimentare un’ira che fa male all’anima della persona e all’anima del nostro popolo, o per un bisogno malsano di distruggere l’altro scatenando una trafila di vendette. […] Quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. […] Neppure stiamo parlando di impunità. […] Il perdono è proprio quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare» ( Ft , 241-242 e 251-252).

La Chiesa di Roma non può sottrarsi a tale impegno, ma anzi deve assumerlo come missione e priorità: «Chiamata a incarnarsi in ogni situazione e presente attraverso i secoli in ogni luogo della terra — questo significa “cattolica” —, la Chiesa può comprendere, a partire dalla propria esperienza di grazia e di peccato, la bellezza dell’invito all’amore universale» ( Ft, 278). Un impegno da assumere insieme alle altre religioni (specie quelle che si rifanno all’unico Dio, ma non solo), con precisione di parole e dunque di obiettivi.

di Edoardo Buroni