Livatino presto beato

«Picciotti, che cosa
vi ho fatto?»

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22 dicembre 2020

Il giudice Rosario Angelo Livatino sarà presto beato. Papa Francesco ha autorizzato ieri, 21 dicembre, la Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto che ne riconosce il martirio «in odio alla fede».

«Quanti di noi in nutrita delegazione siamo accorsi venerdì a rendere omaggio alla salma di Rosario Angelo Livatino e siamo ritornati più numerosi nel duomo di Canicattì ai commossi funerali del giorno successivo, abbiamo ancora negli occhi l’immagine di una folla silenziosa e composta che ci interrogava, interrogava le più alte cariche dello Stato domandandosi e domandandoci perché la Repubblica avesse consentito l’infamia di altro sangue innocente versato [...]. Abbiamo ancora nelle orecchie le parole vibrate e dure del vescovo di Agrigento, che ha definito la ferocia della mafia assassina peggiore del nazismo». Sono soltanto alcune delle battute dell’allora vice-presidente del Consiglio superiore della Magistratura, Giovanni Galloni, nella drammatica seduta del 26 settembre 1990, per la commemorazione ufficiale di Rosario Angelo Livatino, assassinato nella mattinata del 21 settembre. Dopo il delitto, vengono effettuati dai magistrati l’esame esterno del cadavere e i rilievi. I referti medico-legali confermano la dinamica balistica di numerose pallottole che lo avevano colpito più volte fino al “colpo di grazia”, che raggiunge in bocca Livatino.

Le ultime parole di Livatino erano state quasi un lamento profetico: «Picciotti, che cosa vi ho fatto?». Come se dicesse: che cosa avrei dovuto farvi e non vi ho fatto? «Il martirio non è mai una sconfitta; il martirio è il grado più alto della testimonianza che noi dobbiamo dare». Come Papa Francesco scrive, così Rosario Angelo Livatino visse e morì. Nel sacrificio estremo del giovane è racchiusa la prova di una fede granitica, che per essere costellata di prove gravose risulta ancor più salda, sì da apparire odiosa e inaccettabile agli occhi di coloro che ritenevano e ritengono di essere padroni della vita e della morte altrui (nel nostro caso gli esponenti di Cosa nostra e delle Stidde dell’Agrigentino).

La sua morte gloriosa insegna la fortezza, addita la via stretta proposta da Gesù e insegna anche che è martirio opporsi a chi vuole soffocare e banalizzare il messaggio evangelico rendendolo culturalmente insignificante e socialmente irrilevante; è martirio, ancora tenere testa, con dignità e compostezza a chi mortifica l’uomo ed il suo destino. Il fondatore dei Bocconisti, Giacomo Cusmano, definì questo un «martirio a secco», che nel caso di Livatino sarà seguito dal martirio cruento, come attesta la descrizione da parte del medico legale di un corpo crivellato da colpi di armi da guerra.

Mandanti ed esecutori agirono per contrastare l’affermazione di una giustizia intrisa di Vangelo e fede? Lo fecero consapevolmente? È questo ciò che le due inchieste diocesane hanno dovuto dimostrare davanti alla Congregazione delle cause dei santi.

In una conferenza del 7 aprile 1984 su «Il ruolo del giudice in una società che cambia», Livatino aveva sostenuto che il giudice «... altro non è che un dipendente dello Stato» al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi: egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare, adeguandosi agli eventuali cambiamenti. «... Sarebbe quindi sommamente opportuno — prosegue Livatino — che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali» e «se eletti ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere e importanza l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta», bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario.

Questo perché — spiegava — «...l’indipendenza del giudice, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori dalle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità a iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia a ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione e il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività...».

Tutto questo diede molto fastidio, sia alla Cupola e ai capi provinciali di Cosa nostra, sia ai fuoriusciti (gli “stiddi”), che si erano aggregati per continuare la guerra nelle province di Agrigento e Caltanissetta negli anni Novanta. E in quel contesto nacque un po’ tutto: i gruppi in contrapposizione trovarono la convergenza per eliminare colui che era diventato il rimprovero vivente alla falsa religione mafiosa, il cui dio onnipotente è il capo assoluto e la cui fede è irreligiosa e atea. «Decidere è scegliere, e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni», aveva affermato Rosario Angelo Livatino a un convegno svoltosi a Canicattì il 30 aprile 1986. «E scegliere — aveva soggiunto — è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare [...]. Ed è proprio in questo scegliere per decidere che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata».

Parole inequivocabili, testimonianza preziosa di un uomo che ha professato la fede cristiana fino al versamento di sangue. Eccolo, Livatino. Si staglia come un gigante tra i nani mafiosi, che non solo non ne tolleravano l’intransigenza e la fedeltà alla legge, ma neppure la sua ostinata fede nel Vangelo, per la quale egli si era visto affibbiare gli epiteti irridenti di “scimunito” e “santocchio”, solo perché ogni mattina, prima di recarsi in ufficio, si fermava in chiesa per una preghiera e solo perché pregava per l’anima dei morti ammazzati, pur dopo averli magari indagati e condannati.

Il 21 settembre 1990 il colpo finale che lo uccise ai piedi del Gasena non eliminò soltanto un uomo e neppure soltanto un giudice: uccisero un cristiano doc, un giudice autenticamente cristiano, l’incarnazione di una fede indomita. Questo era Livatino. Era tutto ciò, e molto altro. E continuerà a esserlo, consegnato all’eternità dalla sua testimonianza imperitura di giustizia e di fede vergata con il sangue. Attimi di grandezza umana e spirituale, raggi di luce evangelica nel buio della disumanità. Certe cose possono farle solo i santi o gli eroi: Livatino era l’uno e l’altro.

di Vincenzo Bertolone
Arcivescovo di Catanzaro-Squillace
postulatore della causa