LA BUONA NOTIZIA
Il Vangelo della domenica fra l’ottava di Natale, festa della Santa Famiglia

«Gesù, fa’ ch’io sia buono»

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22 dicembre 2020

«Si può sapere cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?». Così viene apostrofato il protagonista del Racconto di Natale di Buzzati, il povero don Valentino uscito nell’inquieta ricerca di Dio in una Notte Santa divenuta triste e buia perché le persone faticano a donare quel “po’ di Dio” che hanno trovato. E mentre scompare da ogni casa e da ogni cuore che cerca di tenerlo esclusivamente per sé, il Signore brilla tutt’intorno all’arcivescovo che rimprovera affettuosamente il pretino spaventato.

Stiamo vivendo anche noi un tempo inquieto, nel quale temiamo di non riuscire a condividere con le persone che amiamo la gioia di queste ore. In realtà anche il primo Natale è stato inquieto per tutti i suoi protagonisti. Lo è stato per Zaccaria, che fatica a sperare in una vita felice e feconda, dopo aver tanto pregato insieme a sua moglie (Lc 1, 18). È stato angoscioso per Giuseppe, che deve affrontare il senso di inadeguatezza e convincersi di avere un ruolo nella storia sorprendente che gli viene proposta dall’Angelo (Mt 1, 24). Sconcertante è stata la luce improvvisa che abbaglia i pastori in piena notte e li invita ad andare a Betlemme a vedere un segno misterioso per la troppa semplicità: «Un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Mt 2, 12).

Il fatto è che, per raggiungere la pace e la gioia del Natale, non basta stupirsi degli eventi straordinari. È necessario, come Maria, ritagliare dei tempi di contemplazione in mezzo alle inquietudini e agli andirivieni dei giorni di Natale, per «custodire tutte queste cose, meditandole nel nostro cuore» (Lc 2, 19). Si tratta, come l’anziano Simeone che accoglierà al Tempio la Sacra Famiglia, di avere gli occhi colmi di gratitudine perché «hanno visto la salvezza». Ma cosa vede Simeone? Non soltanto la realtà semplice di una famiglia così povera da non potersi permettere di offrire al tempio un agnello, ma solo un paio di tortore. Bisogna guardare al di là della superficialità di «chi crede / che la realtà sia quello che si vede» (Montale). Ci vuole uno sguardo contemplativo, che sa fare memoria della propria vita e ricordare i piccoli e grandi doni che, a ben vedere, costellano la storia di ognuno. Accorgersi che anche ogni giornata di questo 2020 che si avvia alla conclusione è stata un dono, che è stata un dono ogni persona, a cominciare da chi abita sotto il mio stesso tetto: un dono e una chiamata, che attende una risposta quotidiana d’amore, di affetto. Per renderci conto di questo, tuttavia, è necessario avere lo sguardo buono di Simeone, che sa vedere nel Bambino e nella famiglia normale che lo accompagna la «salvezza preparata davanti a tutti i popoli» (Lc 2, 32).

I giorni di questo Natale inquieto saranno pieni di luce se avremo occhi contemplativi e desideri di prenderci cura dei doni della nostra vita. Chiediamo al Signore questo sguardo con la preghiera di un poeta: «Gesù, fa’ ch’io sia buono, / che in cuore non abbia che dolcezza. / Fa’ che il tuo dono / s’accresca in me ogni giorno / e intorno lo diffonda, / nel Tuo nome» (Saba).

di Carlo De Marchi