La «passione secondo Veronica» di don Vincenzo Lopano

Pregare con l’arte

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19 dicembre 2020

«Passione secondo Veronica» (Otranto, Anima mundi, 2020, pagine 72, euro 10) — lettera “p” volutamente minuscola — è un libro che nasce da un incontro e un desiderio. O meglio, da un incontro che ha infiammato un desiderio. L’incontro è quello tra l’autore, il sacerdote don Vincenzo Lopano, e il giovane direttore del Coro Vox Cordis di Altamura, Michele Vulpio; il desiderio è quello di riscoprire l’arte come preghiera. Anzi, come entrambi amano dire, «pregare con l’arte».

Ne è nato un tentativo di nuova evangelizzazione intitolato «Meditazioni in arte», anche attraverso l’utilizzo di forme espressive come sand art, live painting, danza. In questo contesto si inserisce passione secondo Veronica. Prima di essere un libro, perciò, il monologo di don Lopano — perfettamente incastonato nella collana «piccole gigantesche cose» diretta da Antonia Chiara Scardicchio — è un testo nato per accompagnare i momenti di canto corale. Non è casuale, in questo senso, il fatto che la prefazione sia firmata da don Luigi Verdi, protagonista del nuovo spettacolo di meditazione e musica, Le poche cose che contano, con Simone Cristicchi.

La definizione di monologo è attribuzione corretta ma incompleta. Perché, se la voce narrante è sempre in soggettiva, «pensiero ad alta voce», non manca però una trama di fatti concreti; tutti, per la verità, catalizzati da uno solo: l’incontro con Gesù. E così, nel tessuto delle vicende, il flusso di coscienza acquisisce la chiarezza del racconto in sequenza cronologica.

Monologo, racconto e, appunto, preghiera, non solo per l’intento del testo, ma anche per la vicenda in sé: la rivoluzione personale di Veronica, tutta mossa da domanda costante, da insaziabile sete. E cos’è, la preghiera, se non sete e domanda?

Seguire Veronica perciò è pregare; perché tutto, in lei, prega. Ed è una preghiera che si fa movimento, uscita da sé e slancio verso ciò che la accende e catalizza.

C’è un incontro decisivo, nelle pieghe del racconto. Non direttamente con Gesù, ma con uno sguardo tutto preso su di Lui. «A un tratto arrivò Maria, la sorella di Lazzaro. Noi al villaggio la chiamavano “la lunatica” e tra le mani aveva un vasetto: lo ruppe e versò sui piedi del Maestro tutto il profumo. Che spreco! “Il mondo versa nella miseria e lei spreca un vasetto di olio profumato, all’incirca un mese di lavoro, per i piedi del Maestro”. È vero: la giudicai! Ma dentro di me la invidiavo (…). Volevo liberarmi dalla corazza di sicurezze che in parte mi ero costruita e in parte mi avevano messo addosso, e spandermi... come quel profumo».

È un libro cristiano, passione secondo Veronica, da Cristianesimo delle origini verrebbe da dire, poiché pone l’incontro con Gesù come alternativa radicale alla mentalità del tempo, alle sue tante idee di realizzazione: nel successo, nel piacere, nella tranquillità o, appunto, «nella corazza di sicurezze» che ci si illude possa bastare. Veronica parte proprio dall’infelicità e dall’incomprensione («Nessuno mi capiva; l’unica cosa che sapevano dirmi era: ti passerà») per giungere alla salvezza, all’uscita da sé, alla nascita vera. Ed è appassionante seguire la coscienza, a posteriori, di questo strappo, che Veronica sintetizza con parole intense e bellissime: «Non stavo uscendo, stavo nascendo».

È un libro sconsigliato, perciò, a chi voglia fare della “tranquillità” lo scopo della propria esistenza. «I nostri vuoti — sono le ultime parole di Veronica — sono la possibilità che diamo a Dio di incontrarci e salvarci».

di Giuseppe Suriano