Il 20 dicembre 1935 l’enciclica «Ad catholici sacerdotii» di Pio XI

La bellezza del sacerdozio dono per la Chiesa
e il mondo

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19 dicembre 2020

Nel cinquantaseiesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale — avvenuta il 20 dicembre 1879 — Pio XI volle indirizzare ai confratelli nell’episcopato e a tutti gli ordinari, la lettera enciclica Ad catholici sacerdotii (20 dicembre 1935), in ringraziamento a Dio per il dono ricevuto, come «doverosa esaltazione della dignità e del carattere sacerdotale».

Si tratta di una lieta ricorrenza per la Chiesa intera, tanto più che si accompagna all’anniversario di ordinazione sacerdotale (13 dicembre) e al compleanno (17 dicembre) di Papa Francesco, il quale ha in comune con Pio XI una speciale attenzione per i sacerdoti e una continua premura per la loro formazione, la loro vita e la loro missione, unitamente ad alcune priorità nel tratteggiare l’identità del presbitero.

L’enciclica, divisa in tre parti, presenta un itinerario di spiritualità sacerdotale “dall’alto”, a partire dalla configurazione a Cristo Sommo Sacerdote, per giungere alle esigenze della formazione iniziale in seminario, passando attraverso i fondamenti della vita e del ministero dei sacerdoti.

Così la prima parte (La sublime dignità: Alter Christus) è dedicata alla fonte del sacerdozio, Cristo stesso, mediatore tra Dio e gli uomini, partecipe tanto della realtà divina quanto di quella umana, secondo la teologia della lettera agli Ebrei (5, 1). Uniti a Cristo, i sacerdoti sono chiamati a essere esperti delle cose di Dio e partecipi delle vicende umane, nell’esercizio del loro ministero, a loro volta “mediatori”, non meri “intermediari”, come ha ricordato Papa Francesco, in quanto «il mediatore perde sé stesso per unire le parti, dà la vita, sé stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro» (meditazione mattutina a Santa Marta, 9 dicembre 2016).

All’interno della missione affidata dal Risorto alla Chiesa, ogni sacerdote si deve pensare e comprendere in rapporto a Cristo, di cui è ministro (1 Cor 4, 1), come «strumento nelle mani del divin Redentore per la continuazione dell’opera sua redentrice in tutta la sua mondiale universalità e divina efficacia» — secondo Pio XI — prossimo agli uomini in ogni fase della loro vita, in modo che «dalla culla alla tomba, anzi sino al cielo, il sacerdote è accanto ai fedeli, guida, conforto, ministro di salute, distributore di grazia e di benedizioni».

Passando dal riferimento a Cristo alla vita concreta dei sacerdoti, nella seconda parte (Fulgido ornamento) vengono proposti — come si direbbe oggi — i principi della formazione permanente, volti a sostenere e promuovere un fruttuoso esercizio del ministero.

Innanzitutto, Pio XI è esplicito nel sottolineare come la grandezza del sacerdozio non comporti il porre i sacerdoti su un onorifico piedistallo — si può pensare al “clericalismo” — ma come esso sia una impegnativa e permanente responsabilità, che comporta per il sacerdote «il dovere di una sublime santità», di una vita cioè conforme alle esigenze del ministero, che dia credibilità alle parole e alle opere, perché, scrive il Pontefice, «un predicatore che non si sforzi di confermare con l’esempio della vita la verità che annuncia, distruggerebbe con una mano quello che edifica con l’altra».

Tale richiamo viene seguito nel testo dell’enciclica dalla presentazione di alcuni pilastri della spiritualità sacerdotale, ambiti che, se custoditi e curati nel tempo, possono aiutare nel corrispondere ai doveri del servizio sacerdotale per tutto il corso della vita.

In primo luogo viene menzionata la pietà sacerdotale, intesa come una conoscenza personale e profonda di Cristo, cioè «non soggetta alle incessanti fluttuazioni del sentimento [...] quindi formata di convinzioni salde, che resistono agli assalti e alle lusinghe della tentazioni». Ad essa fa seguito la castità, vissuta nel celibato, presentata come di «somma convenienza» per i sacerdoti, in una visione positiva, che li vuole preservare nella mente, nel cuore e anche nelle priorità dell’agenda quotidiana, per dedicarsi totalmente alla loro missione di servizio, con lo zelo buono di cui si parla poco oltre.

Allora come oggi con Papa Francesco, non manca un cenno al distacco dai beni terreni, facilmente comprensibile in chi — non «mercenario», né «impiegato» — è chiamato a essere «in cerca di anime, non di danaro, della gloria di Dio, non della sua». Le ultime due componenti della spiritualità sacerdotale, secondo Pio XI, sono l’obbedienza ai legittimi superiori, definita necessaria, in modo che «assegni a ciascuno il suo posto e le sue mansioni e ciascuno vi si collochi senza resistenze», e la scienza, strumento pastorale, volto a «indicare la verità con serena franchezza; e a ispirare coraggio e fiducia alle anime ancor incerte».

La terza parte (La preparazione), dedicata ai seminari, è in funzione delle premesse poste in precedenza. Per essere configurato a Cristo e vivere in pienezza il suo servizio agli uomini, il sacerdote ha bisogno di una formazione adeguata, che comincia in famiglia, dall’esempio dei genitori, e riceve specifica cura ecclesiale nel tempo del seminario.

Colpiscono ancora oggi le parole di Pio XI rivolte ai vescovi, perché riservino per il fondamentale compito della formazione «i migliori sacerdoti» e non temano all’occorrenza di sacrificare i seminari diocesani per concentrare le forze nella creazione di quelli interdiocesani, senza cedere alla “chimera” dei numeri, che «non devono essere la principale preoccupazione di chi lavora per la formazione del clero».

Rileggendo l’enciclica a distanza di quasi un secolo — merita sul serio riprendere in mano il documento — non si può non apprezzarne la visione ampia che, con linguaggio e immagini dell’epoca, presenta un’immagine del sacerdozio pienamente attuale, e permette di constatare come siano di fatto “eterni” i temi e le priorità da sottolineare al riguardo.

Scritta in un tempo non meno complesso del presente, l’enciclica ha come messaggio centrale la bellezza del sacerdozio, come dono per la Chiesa e per il mondo, e incoraggia i chiamati a vivere con gioia il loro esigente ministero, nella duplice relazione con Dio e con l’umanità, poiché, come ha detto Papa Francesco, «il Signore è Colui che ci trasforma, che si serve di noi come del pane, prende la nostra vita nelle sue mani, ci benedice, ci spezza e ci condivide e ci dà al suo popolo» (Lettera ai sacerdoti della diocesi di Roma, 31 magio 2020).

di Andrea Ripa
Sottosegretario della Congregazione per il clero