In Spagna il Proyecto Esperanza al fianco delle donne vittime di tratta nel mondo

Sostenerle per trasformarle

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18 dicembre 2020

Da oltre vent’anni, in Spagna, il Proyecto Esperanza, ideato dalla congregazione delle suore Adoratrici ancelle del santissimo Sacramento e della carità, aiuta le donne vittime della tratta. Il loro servizio è come una luce che illumina nuovamente i cuori di chi in un istante ha visto la propria vita cambiare per sempre. Tutto inizia con l’inganno. Seguono minacce, violenze, rapimenti e abusi con il fine di sottomettere l’essere umano allo sfruttamento fisico, lavorativo e criminale. Dal 1999 a oggi hanno ricevuto aiuto oltre 1.190 donne, di età compresa tra 18 e 45 anni, appartenenti a settanta nazionalità. «Per noi ogni donna è unica e irripetibile», dichiara a «L’Osservatore Romano» suor Ana Almarza Cuadrado, direttrice del Proyecto Esperanza, intervistata in occasione della Giornata internazionale per i diritti dei migranti che si celebra il 18 dicembre. «Il nostro modo di prenderci cura di loro, di guardarle, deve aiutarci a capire e a rendere manifesti i fattori che possono contribuire a generare situazioni di maggior disagio, disuguaglianza, discriminazione e vulnerabilità».

Gli interventi hanno un obiettivo duplice: offrire un sostegno integrale e dare consapevolezza. A tal fine il Proyecto Esperanza è organizzato in tre aree. La più importante è l’intervento diretto che, attraverso l’accoglienza e l’accompagnamento, mira alla trasformazione personale di donne private della libertà, dell’autonomia e dei diritti. La seconda è la sensibilizzazione che si concretizza in attività formative, di denuncia e di influenza in ambito politico. L’ultimo ambito è la gestione di una rete di professionisti e volontari che costituisce il capitale umano del progetto. La squadra è composta da ventisei persone tra educatori, avvocati, mediatori culturali, assistenti sociali, psicologi, promotori e amministrativi. Vi si aggiungono cinque suore che operano nelle case di accoglienza, i volontari e i sacerdoti specializzati in vudù, magia nera e spiritismo. Senza dimenticare le forze di sicurezza, i funzionari pubblici, i medici, ma anche le università, le ong, le associazioni professionali e le organizzazioni ecclesiali che vengono formati per individuare, identificare e assistere al meglio le donne sfruttate.

La complessità del progetto trova una sintesi nel percorso concreto che compie ogni vittima della tratta. «Ognuna delle donne intraprende un proprio viaggio e attraversa delle fasi in base ai propri obiettivi, alle esperienze, ai suoi bisogni e alla forza», afferma suor Ana. Nella maggior parte dei casi il primo passo coincide con una chiamata al servizio telefonico di emergenza da parte delle dirette interessate o di enti pubblici e privati ​​che presentano il loro caso. Segue una prima fase emergenziale che consiste nell’accoglienza orientata a un graduale recupero di una vita normale: le donne, liberate o fuggite, vengono ospitate in alloggi anonimi e sono assistite legalmente nella scelta autonoma di tornare nel loro Paese di origine, oppure di restare in Spagna. Nella seconda fase avviene il consolidamento della quotidianità per chi ha deciso di non partire: insieme alla squadra del Proyecto Esperanza la persona progetta integralmente gli obiettivi da raggiungere. L’ultima fase è quella dell’autonoma gestione e organizzazione di ogni attività della vita, con l’obiettivo di sviluppare le capacità personali, sociali e lavorative.

Ma chi sono le persone che compiono questo percorso? Più del 90 per cento di esse sono migranti, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, provenienti da Nigeria, Cina, Romania, Paraguay, Ecuador, Vietnam e Camerun. «La Spagna è un Paese di transito e di destinazione», spiega la direttrice. In transito «perché le mafie usano il nostro territorio per portare le donne in altri Stati, come Francia o Italia. Di destinazione perché le portano qui per sfruttarle». In genere, infatti, lasciano il luogo di origine nel tentativo di migliorare la condizione di vita propria o familiare. Si trovano perciò in una posizione vulnerabile in cui scorgono opportunità lavorative, offerte loro da persone sconosciute o anche fidate, che si rivelano illusorie. All’inganno seguono pressioni, minacce, violenze fisiche e carnali. La tratta si nutre di ingiustizie, disuguaglianza, povertà e fragilità. «È una grave violazione dei diritti umani che minaccia la dignità e l’integrità umana», continua la religiosa: «Viola il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza, alla libertà di movimento, a non essere soggetti a servitù e a trattamenti degradanti».

La tratta, dicono le Nazioni Unite, è la forma di schiavitù del ventunesimo secolo. Suor Ana Almarza Cuadrado, però, fa una precisazione perché spesso si confonde il traffico di migranti con la tratta. «Il primo è un crimine contro lo Stato, poiché si violano le leggi sull’immigrazione al fine di ottenere un vantaggio economico dall’attraversamento del confine. La tratta invece è un crimine contro la persona che consiste nel catturare, trasferire e dare alloggio a un essere umano per guadagnare dal suo sfruttamento mediante la prostituzione, la pornografia, il lavoro agricolo e tessile, i servizi domestici, l’accattonaggio, le attività criminali, i matrimoni forzati e la maternità surrogata». Il Proyecto Esperanza si nutre dei tre pilastri pedagogici — amore, liberazione, incontro — di santa Maria Micaela, fondatrice dell’ordine, che durante la prima metà dell’Ottocento mise la vita al servizio della rieducazione delle giovani. «L’obiettivo è la trasformazione totale delle donne — afferma la direttrice — che avviene credendo nel potere trasformativo di Gesù-eucaristia, amando la vita di tutti i giorni, confidando nella capacità di cambiamento di ogni donna, rispettando la sua dignità, libertà, storia e la sua vita passata». C’è un’attenzione particolare alla realtà personale di ciascuna e un follow-up personalizzato che scopra le loro potenzialità. «Sia nelle case rifugio che nei centri diurni — conclude — cerchiamo di creare spazi amorevoli e misericordiosi dove scoprire se stesse, altri valori e stili di vita per proiettarsi nel futuro». In questo la fede è centrale: «Molte donne hanno un’esperienza religiosa profondamente radicata e occorre loro un processo di guarigione a partire dall’incontro salvifico del Dio della vita. Altre hanno vissuto le conseguenze del vudù e hanno bisogno, oltre a comprendere la loro esperienza, di riti di liberazione».

Negli ultimi mesi la pandemia ha generato una precarietà diffusa e ha riattivato ansia e sintomi post-traumatici in alcune donne vittime di tratta, soprattutto quelle sole, anche a causa di permessi di soggiorno scaduti, affitti e bollette che si accumulavano. A loro il Proyecto Esperanza ha dato sostegno psicologico, legale ed economico. Nato dalla sinergia tra queste religiose, volontari e progetti europei, oggi il Comune di Madrid è il principale finanziatore. Nel dicembre di venti anni fa si celebrò la prima Giornata internazionale per i diritti dei migranti e in Italia venne firmato a Palermo il protocollo delle Nazioni Unite sulla tratta, sottoscritto da 178 Paesi. Ancor prima i Pontefici e la Chiesa diedero linfa vitale a questo tema: dalla Gaudium et spes promulgata da san Paolo vi che parla di schiavitù, mercato delle donne e dei giovani, e di ignominiose condizioni di lavoro, passando per il concilio Vaticano ii che li definisce atti vergognosi che «guastano la civiltà umana». E poi san Giovanni Paolo ii, Benedetto xvi e Papa Francesco, instancabili difensori di uomini, donne e fanciulli vittime della tratta di esseri umani. Così l’iniziativa spagnola mostra quanto sia importante avere il Vangelo in una mano mentre l’altra è tesa ad aiutare chi soffre.

di Giordano Contu