Atlante - Cronache di un mondo globalizzato

Se Google crolla

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18 dicembre 2020

Lo spettro di una cyberguerra


Il down globale che ha colpito Google pochi giorni fa ha portato in primo piano un fatto al quale non siamo abituati a riflettere: l’estrema fragilità del digitale e, quindi, di una società dell’informazione. «Limiti di capienza» ha spiegato il gigante di Mountain View, giustificando l’interruzione dei servizi che per diverse ore ha interessato buona parte del globo creando notevoli problemi a milioni di persone.

Ma che cosa è accaduto veramente? Le ipotesi sono tante e controverse. Molti analisti hanno puntato il dito contro Mosca e un gruppo hacker russi, ricollegando il down di Google all’attacco che poche ore prima aveva interessato diverse strutture dell’amministrazione di Washington. Tuttavia, al momento non ci sono evidenze in questo senso. E va aggiunto che la sorgente di un attacco hacker non è identificativa del reale attore che lo sta lanciando. Inoltre, se si guarda alla Karpesky cybermap, si vede che nelle ultime settimane il paese più colpito da attacchi è la Russia.

I dati dei siti specializzati nel monitoraggio del web, come segnalano molti esperti, mostrano chiaramente che il down globale non è stato un semplice malfunzionamento, un guasto o un incidente di gestione. Alcuni affermano che in realtà il down sia stato causato da una riconfigurazione dei sistemi di sicurezza interni a Google, che quindi sia stata l’azienda stessa a imporre lo stop dei servizi per verifiche e controlli. È lecito chiedersi per quale ragione. È questo il segno di una cyberguerra in corso? Google è la vittima o l’artefice dell’attacco? E in un’eventuale cyberguerra, gli Stati e i governi che ruolo avrebbero? Che cosa accadrebbe se Google decidesse di boicottare un Paese e attaccarne le principali infrastrutture amministrative? Google — come Facebook, Apple, e tante altre — è un soggetto privato con i suoi interessi e obiettivi specifici. Queste non sono domande inutili o fantasiose. Google non è soltanto un motore di ricerca, ma un ecosistema che è cruciale — soprattutto oggi in tempi di covid — per l’informazione, la didattica a distanza, lo smartworking e servizi più semplici e quotidiani come lo shopping, le mappe, i libri, le traduzioni, le chat, etc. Google è la dimostrazione più esauriente che internet e il digitale non sono più soltanto un mezzo di comunicazione come la radio, la televisione o la stampa, ma un habitat che sta riconfigurando l’intera esistenza umana. Un ecosistema fatto di bytes, un oceano di 1 e 0 che condiziona, nel bene o nel male, scelte, tendenze, gusti e — più in generale — gran parte dell’identità dei soggetti che in esso “nuotano”. Che cosa succede se questa immensa infrastruttura collassa? Che cosa accade se ne perdiamo il controllo?

Oggi siamo costretti a prendere sul serio questi problemi perché non abbiamo voluto prendere le decisioni giuste prima. Negli anni Novanta, quando internet era un fenomeno appena nato, i governi di allora preferirono non imporre troppe regole per permetterne la crescita. Tutto fu lasciato nelle mani dei privati che ebbero campo libero. Tornare indietro è difficile, se non impossibile.

di Luca M. Possati