I carmelitani scalzi di Bruxelles al fianco di chi ha bisogno in questo tempo di pandemia

Non c’è più spazio per egoismo e indifferenza

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16 dicembre 2020

«La Chiesa è un porto di arrivo dei bisogni: c’è chi viene a scaldarsi, chi cerca una parola di conforto, chi ha fame e chi ha necessità di lavorare. Noi, li accogliamo tutti senza fare eccezione, è proprio questo il nostro compito»: è quanto dice a «L’Osservatore Romano», padre Stefano Cottoner, priore del convento dei carmelitani scalzi che sorge sulla Toison d’Or, a Bruxelles, dove la pandemia da coronavirus ha causato oltre duemila morti e cambiato, come in molte altre città del mondo, lo stile di vita dei suoi abitanti. «In effetti — aggiunge padre Stefano — stiamo facendo cose che prima della pandemia erano impensabili. Per esempio, trasmettere la messa in streaming per i fedeli costretti a rimanere a casa. Lo abbiamo fatto durante il primo lockdown e fino a qualche giorno fa». Da sabato scorso, infatti, nelle chiese del Belgio è consentito l’accesso di 15 fedeli alla volta. Viene allentato, quindi, il lockdown disposto dal governo per far fronte all’emergenza covid-19 che non permetteva lo svolgimento di celebrazioni religiose fino al 15 gennaio. «Noi abbiamo sempre celebrato all’interno della nostra comunità trasmettendo la messa on line e cercando di aprire una finestra sul mondo per vivere questo isolamento forzato».

Fino a qualche giorno fa, la chiesa dei carmelitani scalzi è stata aperta durante le ore pomeridiane soltanto per l’adorazione eucaristica e per le confessioni. «È un segno di speranza, anche se le persone che entrano per pregare non sono tante», il priore, infatti, avverte tra i fedeli una sorta di stanchezza e preoccupazione. «Ci rendiamo conto che molte cose sono cambiate e quelle che prima erano certezze adesso si sono trasformate in timori. Molti giovani e anche adulti sono venuti a Bruxelles per cercare lavoro e iniziare una nuova vita, ma si sono trovati ad affrontare problemi più grandi di loro: lontananza dai propri cari e difficoltà a trovare un’occupazione». Ed è proprio in queste situazioni che i carmelitani di Bruxelles cercano di risolvere i problemi di tanti immigrati. «In questi ultimi mesi stiamo cercando di creare connessioni tra chi è alla ricerca di un lavoro e chi ha bisogno di personale. Al momento, non si tratta di impieghi sicuri che garantiscono salari fissi, però — aggiunge padre Stefano — facciamo incontrare chi cerca lavoro con chi ne propone uno. Ci auguriamo che tutto questo finirà spesso e si potrà ritornare alla routine quotidiana, con qualche cambiamento». Il padre carmelitano si riferisce in particolare allo stile di vita. «Non sarebbe sbagliato se pensassimo un po’ di più agli altri e abbandonassimo l’ego che ci ha accompagnato fino a qualche mese fa. Indifferenza ed egoismo dovrebbero far posto alla solidarietà e all’altruismo». Per la comunità cristiana è necessario aprire le porte e il cuore, tendere la mano a chi è nel bisogno. «Non appena tutto questo finirà — conclude — dobbiamo rimboccarci le maniche e guardare gli altri con più attenzione. Abbiamo imparato a fare cose nuove, ma non dobbiamo dimenticare quanto è importante il contatto. L’uomo, così come il cristiano, è un essere sociale».

di Francesco Ricupero