Nella visione della «Fratelli tutti»

Il nuovo popolo
della solidarietà

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16 dicembre 2020

Nell’enciclica sociale di Papa Francesco, Fratelli tutti, il tentativo di recuperare il valore della fraternità, spesso relegata a “sorella minore” rispetto alla libertà e all’uguaglianza, trova avvio già nella lettura della parabola del Samaritano. La doppia esclusione, da una parte, etnico-religiosa e politica, quella del Samaritano, che vive la condizione di straniero, e dall’altra, sociale ed esistenziale, quella dell’uomo malmenato e trascurato dai responsabili della sua stessa etnia, della stessa religione e del suo stesso popolo, viene risolta mediante un gesto di cura, che si dimostra fondante la stessa fraternità. Tra lo straniero e il piagato, si opera come un riconoscimento reciproco, sulla base del fatto che entrambi risultano esclusi. Ed è proprio la ferita a offrire l’opportunità per infrangere l’esclusione e creare un nuovo popolo, quello tessuto da una fraternità basata sulla cura. Nelle piaghe dell’uomo malmenato, il Samaritano cura, infatti, la sua stessa dignità, la dignità che spetta a ogni essere umano. In questo atto di prossimità al misero, il Samaritano radica la possibilità di dare vita al popolo della solidarietà inclusiva, nel quale egli stesso non sia più considerato straniero. Quest’atto di cura, a fondamento della fraternità, stabilisce, perciò, una nuova cittadinanza, una nuova antropologia, quella dal cuore aperto al mondo intero. Non è più l’appartenenza a uno Stato, a una Nazione, a un’etnia o a una religione a costituire elemento di merito a pro di una cittadinanza, ma soltanto la sollecitudine di una cura, in nome del diritto di ciascuno alla dignità, del diritto a essere riconosciuto fratello. Per inciso, va ricordato che il termine “fratellanza” è stato introdotto nel vocabolario giuridico internazionale proprio con la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), formulata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non è perciò casuale l’attenzione, che Papa Francesco riserva all’Onu nella Fratelli tutti, auspicandone una riforma, che ne assicuri maggiore incisività sul piano della difesa della dignità umana.

Nell’enciclica il correttivo del concetto di libertà, a rischio di individualismi e “inequità”, e quello del concetto di uguaglianza, soggetto, invece, a derive omologanti, populiste, proviene non da una fraternità disegnata in modo astratto, decontestualizzato. Come già si deduce dai suoi importanti discorsi ai Movimenti popolari, associazioni tipicamente latinoamericane, per il Papa che viene dall’altro capo del mondo, la concezione di tale fraternità si ispira all’esperienza di un popolo, che affonda le sue radici nell’humus socio-ecclesiale e politico latinoamericano, per non dire addirittura argentino. Proprio in Argentina, infatti, si dimostra assai diffusa la cosiddetta “teologia del popolo”, che sostituisce la teologia della liberazione, maggiormente in auge nelle altre regioni del continente latinoamericano e soprattutto in Brasile. In un popolo di questo genere, il cittadino per eccellenza non può essere che il povero, non tanto per il fatto di essere privo di beni, quanto per il fatto di dimostrare una speciale disponibilità alla condivisione, l’attitudine a intrecciare relazioni fraterne, a vivere un’appartenenza come solidarietà: una solidarietà spesso impasta della sofferenza per una comune esclusione sociale, economica; solidarietà nella comune ferita, inferta alla dignità umana.

Nel protagonismo religioso, culturale e sociale di questo popolo solidale e fraterno, più volte richiamato nella Fratelli tutti, si intravede anche la grande esperienza delle “riduzioni” gesuite. Esse, infatti, avevano rappresentato un progetto, allo stesso tempo, pastorale e sociale, ideato dai padri della Compagnia, per difendere la popolazione indigena dai soprusi dei rappresentanti della monarchia iberica, che con il passaggio dagli Asburgo ai Borboni, si sarebbe impegnata a chiedere alla Sede apostolica la soppressione della medesima Compagnia. Questi primi governi, cosiddetti illuminati, cioè guidati da élites intellettuali illuministe, sulla base di una, sia pure compressibile, razionalizzazione delle risorse, interpretavano sempre più la “politica missionaria” come mero investimento economico. Si comprende, perciò, come, nella stessa critica rivolta da Papa Francesco alla politica, lo snodo centrale riguardi proprio l’eccessivo assoggettamento della medesima, non tanto all’economia, quanto al suo aspetto deteriore, la speculazione finanziaria.

La fraternità che preserva libertà e uguaglianza da individualismo e populismo trova, dunque, attuazione in un popolo, che sia modello di una nuova economia, solidale e fraterna, e, di conseguenza, modello di una nuova politica, schierata a favore della dignità di ogni persona, cioè favorevole a una governance aperta a tutti e orientata dal principio dell’opzione per i poveri. Lo esprimeva già chiaramente e quasi profeticamente Papa Francesco in uno dei suoi ultimi interventi prima di salire al soglio pontificio. Nel 2013, in un opuscolo intitolato Noi come cittadini noi come popolo  (Jaca Book), egli, infatti, sembra già tracciare le linee principali della sua Fratelli tutti: «La riuscita di una cultura dell’incontro che privilegi il dialogo come metodo, la ricerca condivisa di consensi, di accordi, di ciò che unisce invece di ciò che divide e contrappone, è un cammino che dobbiamo percorrere. Per questo dobbiamo privilegiare il tempo rispetto allo spazio, il tutto, rispetto alla parte, la realtà rispetto all’idea astratta e l’unità rispetto al conflitto» (pp. 73-74). Questo progetto politico integrale per superare le disuguaglianze, senza annullare le differenze, per superare le contrapposizioni, pur accettando i conflitti, per privilegiare la cultura del dialogo e dell’incontro, si trova incarnato, dunque, nella volontà popolare che, per salvaguardare la stessa democrazia, deve farsi soggetto politico, senza divisioni di classe o di parte.

La centralità assegnata al popolo nella Fratelli tutti è altresì significativa, se valutata nella cornice di quella sinodalità che Papa Francesco considera «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (17 ottobre 2015, discorso per il cinquantesimo dell’istituzione del Sinodo). Nell’importante passaggio da una sinodalità identificata con l’assemblea del Sinodo dei vescovi a una sinodalità come stile di Chiesa, il popolo di Dio viene, infatti, ad assumere un ruolo da protagonista, affiancando il collegio dei vescovi e il vescovo di Roma nel discernimento che deve orientare il cammino ecclesiale. Si tratta, in effetti, di un recupero del modello di Chiesa-popolo di Dio, prospettato dal concilio Vaticano ii: «Quella totalità di fedeli, i quali [avendo] ricevuto l’unzione del Santo (1 Gv 2, 20-27) non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa proprietà che gli è peculiare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo» (Lumen gentium 12). Riteniamo, perciò, che la centralità ecclesiologica assegnata al popolo da Papa Francesco consenta di attribuire allo stesso concetto di popolo il ruolo di principale chiave interpretativa della visione del Pontefice che trova la sua piena espressione nella Fratelli tutti.

Dopo la diagnosi offerta nel primo capitolo, che nella solitudine della società contemporanea prospetta l’esclusione tanto dello straniero, quanto dell’uomo ferito e abbandonato lungo la strada, oggetto del secondo capitolo, il terzo e il quarto, forse il cuore del documento, delineano lo sviluppo socio-culturale (terzo) e antropologico (quarto) della Parola evangelica. È nel terzo capitolo, infatti, che viene considerata la fraternità, filtrandola con il prisma della solidarietà popolare, quale correttivo di libertà e uguaglianza, mentre nel quarto viene trattato il tema dello straniero, samaritano, fondatore, mediante la cura, della medesima fraternità. Gli altri capitoli aprono piste applicative sul piano politico-economico (quinto), su quello del dialogo (sesto) e della riconciliazione (settimo), che esplicitano le risorse relazionali proprie della solidarietà popolare. L’ottavo capitolo, con l’applicazione della categoria della fraternità al dialogo interreligioso, realizzato mediate l’amicizia con l’imam Ahmad Al-Tayyeb, individua la radice teologica della fraternità, cioè la figliolanza di ciascuno da colui che è Padre di tutti.

di Giuseppe Buffon