L’opera dei cappuccini in Amazzonia

Medici e carpentieri col saio

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
12 dicembre 2020

Arrivarono quando tutti fuggivano. Finito il commercio della gomma perché gli inglesi erano riusciti a rubare i semi dell’hevea brasiliensis e piantarla nelle loro colonie orientali, dove crebbe vertiginosamente, la misero in commercio a un prezzo inferiore e molti seringueiros tornarono nel loro arido sertão nordestino. I missionari arrivarono proprio in quel momento: erano quattro cappuccini umbri: padre Domenico Anderlini da Gualdo Tadino; padre Ermenegildo Ponti da Foligno; padre Agatangelo Mirti da Spoleto e fra Martino Galetta da Ceglie Messapico. Quattro come i punti cardinali, come se dovessero fissare i punti di riferimento alla gente disorientata dal tracollo del commercio del caucciù.

Il territorio loro affidato, un trapezio d’acqua e di selva che si incunea tra Colombia e Perú, detto Alto Solimões, aveva i confini degli orizzonti: 140.000 chilometri quadrati (17 volte l’Umbria da cui provenivano) e circa 20.000 abitanti dispersi negli anfratti più nascosti e più poveri degli stessi indios che vi erano nati. La zona era già stata evangelizzata e la gente, almeno ufficialmente, era tutta cristiana: ma dell’antica evangelizzazione erano rimaste solo alcune campane, pronte a riprendere lo scampanio interrotto. I missionari dovettero scontrarsi presto con la realtà dell’ambiente umido e malefico, intristito da insetti piccolissimi che minarono la salute di padre Agatangelo, morto di febbre gialla a 27 anni. Nei primi sedici anni di missione si ebbero tre morti e quattro rimpatri per malattie gravi. Padre Evangelista da Cefalonia, superiore della nascente missione, ricevuto in udienza da Pio xi il 18 novembre 1925, disse al Pontefice: «Il clima rende inabili due missionari l’anno». L’unico rimedio era rifugiarsi negli ospedali di Manaus, definiti dai missionari «il nostro valetudinario».

All’impietosità del clima si aggiunse l’opposizione delle autorità, alle quali i missionari contrapposero l’educazione dei loro figli aprendo scuole, collegi, dispensari e un ospedale, tanto che il sindaco del maggior municipio amazzonico disse: «Debbo onestamente riconoscere che i missionari sono di un’attività fantastica; dal loro dinamismo nascono realtà promettenti». Un cenno velato al lavoro di padre Fedele Schiaroli da Alviano che si fece Tikuna con i Tikuna (la tribù più numerosa del Brasile) di cui codificò la difficile lingua nella prima grammatica. L’evangelizzazione si estese alle altre tribù, raggiunse i caboclos (civilizzati) con un imprecisato numero di chiese, di cappelle e via via coprì l’intero bacino del Solimões, unita alla promozione di un popolo che, nonostante tutto, è vissuto a lungo ai margini del continente Brasile. Tuttavia i missionari hanno creato tra la gente una tradizione gloriosa. Non soltanto quelli di ieri, ma anche quelli di oggi, impegnati in un mondo che non ha perso le difficoltà di un tempo, anche se questo non è passato invano neppure per l’Amazzonia che ha fatto progressi nell’istruzione e nella sanità. Merito anche dei missionari che iniziarono subito a lavorare con gli indios e con i coloni, costruendo una struttura sociale che aveva al centro una piccola chiesa, intorno a cui crescevano villaggi e città, scuole e ambulatori. I missionari si trasformarono in insegnanti, infermieri, carpentieri, agricoltori. In poco più di un secolo, lungo le rive del Rio Solimões essi hanno contrassegnato il territorio con la propria presenza e un’instancabile opera di evangelizzazione e promozione umana, che è arrivata a scoprire e a recuperare usi, costumi, tradizioni degli indios tikuna, quasi annientati dall’onda coloniale dei secoli passati. Cento anni fa l’Amazzonia era una terra che gli europei conoscevano appena. Terra ancora inesplorata, nonostante i quattro secoli di colonizzazione troppo spesso impietosa. Spinti da un ideale più forte della paura dell’ignoto, i missionari si erano dati un compito: portare il Vangelo nel cuore della foresta. E si diedero anche un metodo, fatto di audacia e pazienza.

La loro storia ha del pionieristico: una missione ai confini della realtà; una pagina di fede, di amicizia e di martirio che ha lasciato un segno indelebile nella storia delle missioni cattoliche.

C’era da costruire non solo le case, ma l’intera struttura sociale. Quella terra era periferia dell’Amazzonia, che era periferia del Brasile, che a sua volta era periferia del mondo industrializzato. I missionari divennero medici, carpentieri, architetti, avvocati, insegnanti. Lo sviluppo socio-economico dell’Alto Solimões dipendeva da loro. Arrivarono anche le prime suore Terziarie francescane, brasiliane del Parà. Poi altre, italiane. Un sostegno determinante.

Vivere lungo il fiume significava accettare che fosse lui a dettare i tempi dell’economia, della socialità, dello sviluppo. I trasporti erano lenti, complicati, seguivano (seguono) i capricci della pioggia. L’acqua è la vera padrona di questa e il clima favorisce la diffusione di numerose malattie: malaria, febbre gialla, verminosi, lebbra. Benjamin Constant è ancora oggi il cuore della missione cappuccina dell’Alto Solimões con il convento costruito nella parte alta della cittadina. È l’unica proprietà dei cappuccini, perché dall’inizio della missione a oggi, tutto ciò che è stato costruito — scuole, cappelle, dispensari — è stato ceduto alle comunità locali e alle autorità civili. Una scelta che fin dall’inizio ha caratterizzato il rapporto tra i missionari e la gente, «la quale — ha detto padre Benigno Falchi — aspettava come dono di Dio il missionario con una valigetta piena di medicine. Io per vent’anni ho fatto lo stessa cosa: mi alzavo, mi affidavo al buon Dio e partivo. Ecco cos’è la presenza del missionario tra questa gente. È bello constatare che non abbiamo solo costruito, ma abbiamo dato forza e speranza a un popolo».

È vero: i missionari hanno costruito molto in Amazzonia. Ma, più di tutto, hanno amato profondamente questo popolo. Gran parte di loro ha voluto chiudere qui i propri giorni. La gente ha capito e continua a portare fiori freschi sulla loro tomba. Ormai c’è un ponte che unisce in modo indissolubile l’Umbria e l’Amazzonia. Lo hanno costruito uomini e donne, italiani e brasiliani, umbri e amazzonensi. A fare da cemento è stata la comune fede in Gesù di Nazaret; a determinarne le forme e lo stile è stato san Francesco d’Assisi. Questo ponte, che unisce due mondi così lontani, rendendoli vicini, è un segno tangibile di speranza.

di Egidio Picucci