Cambiamento d'epoca

Il digitale sfida l’educazione dei giovani

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12 dicembre 2020

Come accompagnare i giovani nel Digital Age? In primo luogo dobbiamo essere consapevoli del fatto che l’avvento del Digital Age produce non solo nuovi saperi ma anche nuove competenze. Il continente digitale per essere abitato ha bisogno di nuove arti e nuovi mestieri. Questa novità però conosce una direzione diversa di trasmissione delle conoscenze. Se fino ad oggi il sapere si muoveva dal passato verso il futuro, sono le vecchie generazioni che insegnano alle nuove, oggi sono i nativi digitali, per usare i termini di Prensky, che insegnano agli immigrati digitali come abitare il Digital Age. Questa inversione della direzione del sapere ci sfida nell’atto educativo perché questo si fonda e si regge in una struttura tradizionale: è l’adulto che educa il giovane. Dobbiamo essere consapevoli che saperi tecnici e competenze digitali non esauriscono l’educazione. Rimane urgente il compito educativo da declinare oggi in modo che rimanga efficace anche di fronte a questa inversione di direzione.

Intimamente connessa a questa trasformazione vi è un mutamento sempre più evidente nel criterio di autorità: se una volta era la fonte autorevole a dirci il livello di credibilità di un’informazione oggi è la quantità di condivisioni e ricorrenze nel mondo digitale che, spesse volte algoritmicamente, ne influenzano la percezione come maggiormente autorevole.

La Brexit e la vittoria di Trump hanno accompagnato il dibattito sulla cosiddetta post-truth society, l’idea di una società in cui il concetto di verità condivisa — l’insieme di eventi e personaggi che tutti consideriamo esistenti, al di là delle nostre opinioni su di loro — è definitivamente scomparso. O meglio, deformato per sempre: dai social network e dai loro algoritmi, per esempio, in grado di creare e rinforzare le filter bubble, ossia il filtro automatico fatto dai server sulle notizie che ci vengono presentate, in cui un’emergenza politica può esistere o scomparire; un politico essere un eroe o un soggetto pericoloso nel giro di poche ore, a volte minuti. I social network, infatti, confezionano un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un “feed” che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci. 

In altri termini si assiste oggi al diffondersi di una tendenza a ritenere autorevoli le notizie che trovano maggior eco nell’universo digitale. Gli effetti di questa trasformazione sono già saliti alla ribalta dei media: fake news, post-verità e altre espressioni analoghe ci dicono quanto sia efficace questa nuova modalità percettiva. La sfida educativa allora sarà quella di rendere percepibile, se ci si perdona il gioco di parole, il valere dei valori. Spesso il bene costa e questo non sempre è popolare. Educare al bene allora dovrà confrontarsi con meccanismi di quantità, il numero di condivisioni, che tendono ad offuscare criteri di valore. L’educazione dovrà trovare il modo di ri-guadagnare autorevolezza agli occhi dei giovani.

di Paolo Benanti