Intervento del segretario di Stato nel quinto anniversario dell’Accordo di Parigi

Una sfida di civiltà

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10 dicembre 2020

Il riscaldamento del clima e adesso la pandemia. Due questioni “globali” che nessun governo del pianeta può eludere o trattare con inerzia, né — per dirla con Papa Francesco — affrontare pensando di salvarsi da solo. L’analisi che il cardinale Pietro Parolin fa dello scenario internazionale maturato dopo l’Accordo di Parigi è chiara: a una maggiore sensibilità generale sul tema dei cambiamenti climatici, riscontrabile dal 2015 in qua, fa da contraltare una più “lenta” crescita della “volontà politica” nel mettere in campo azioni di contrasto.

Il segretario di Stato affida a un videomessaggio il proprio contributo alla tavola rotonda online promossa giovedì 10 dicembre dalle ambasciate di Regno Unito, Francia e Italia presso la Santa Sede sul tema «Affrontare il cambiamento climatico: da Parigi a Glasgow via Milano». L’orizzonte della riflessione si sviluppa tenendo conto di una serie di appuntamenti a partire da quel 12 dicembre di cinque anni fa, quando l’Accordo siglato nella capitale francese diventava realtà: dall’High Level Virtual Climate Ambition Summit di sabato prossimo — al quale, annuncia il cardinale Parolin, anche Papa Francesco «prenderà la parola» — ma con lo sguardo teso alla Cop26, il vertice climatico di Glasgow in programma nel novembre 2021, preceduto dalla tappa intermedia di Milano in settembre.

«Alla Cop26 non possiamo mancare l’opportunità di rendere manifesto questo momento di cambiamento e di presa di decisioni concrete e improcrastinabili», è l’invito rivolto ai leader politici dal segretario di Stato, che in precedenza aveva citato i valori della Laudato si’ e in particolare l’auspicio del Papa all’indomani dell’Accordo di Parigi perché fosse attuato in modo solidale, con «una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili». In realtà, rileva il porporato, a fronte di un aumento nella società civile della consapevolezza «della complessità del fenomeno dei cambiamenti climatici e dei suoi impatti», gli «impegni attuali presi dagli Stati» in questo ambito «sono molto lontani da quelli effettivamente necessari» per raggiungere gli obiettivi fissati dall’intesa parigina. E quindi, dichiara, l’obiettivo di rafforzare la volontà politica «è uno dei motivi per cui siamo qui».

Per il cardinale Parolin è necessario «elaborare un nuovo modello culturale improntato sulla cultura della cura», intesa come «cura degli altri, cura dell’ambiente, al posto della cultura dell’indifferenza, del degrado e dello scarto: scarto di sé, dell’altro, dell’ambiente». Un modello, precisa, che «deve far leva su tre concetti: coscienza, saggezza, volontà». La coscienza, spiega, si rifà a una “ricerca” delle scienze fisiche e umanistiche «capace di far dialogare a livello interdisciplinare i vari tipi di sapere». La saggezza fondata su «principi etici di lungo respiro e propositivi», con la Chiesa in prima linea attraverso gli insegnamenti della dottrina sociale. E infine la volontà, che traduce l’azione politica in ricerca del bene comune.

Il segretario di Stato conclude anticipando un paio di sottolineature che Papa Francesco farà al Summit del 12 dicembre: «l’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente» che rispetti le persone «più fragili» e, in secondo luogo, «soluzioni politiche o tecniche» che favoriscano un «processo educativo» in grado di promuovere soprattutto tra i giovani, nuovi stili di vita e una nuova “umanità”, favorendo un cambiamento dello “sguardo”. La Cop26, che sarà celebrata dopo la prova della pandemia, conclude il cardinale Parolin, «sarà un momento centrale per misurare e stimolare la volontà collettiva e il livello di ambizione dei singoli Stati».

di Alessandro De Carolis