Poliedro - La giornata internazionale dei diritti umani

Mettere i diritti umani al centro del mondo post-covid

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10 dicembre 2020

A colloquio con l’arcivescovo Ivan Jurkovič


A pochi giorni dalla chiusura del 2020, si traccia un bilancio sulla situazione del rispetto della dignità delle persone e dei popoli nel mondo, in occasione dell’odierna Giornata mondiale dei diritti umani, il cui slogan è «Recover Better — Stand up for Human Rights», Riprendersi meglio – Battersi per i diritti umani. Il 10 dicembre, ricorda l’Onu, «è una occasione per riaffermare l’importanza dei diritti umani nella ricostruzione del mondo che vogliamo, la necessità di una solidarietà globale, nonché la nostra interconnessione e la nostra umanità condivisa».

L’anno che si sta per concludere segna sicuramente uno dei momenti più critici dal secondo dopoguerra ad oggi. A causa del covid-19, molti di quei diritti che si davano per scontati hanno assunto un significato ancora più importante. Primo fra tutti la libertà di movimento, della quale oggi, a causa delle restrizioni, si apprezza in pieno il significato. Il virus ha però soprattutto confermato che a pagare un peso sproporzionato sono sempre le fasce sociali più deboli, di ogni Paese.

L’Onu si concentra inevitabilmente su questo, sulla pandemia e sulla necessità che i diritti umani siano al centro degli sforzi di ripresa. «I comuni obiettivi saranno raggiunti solo — è l’avvertimento — se si sarà in grado di creare pari opportunità per tutti e di applicare gli standard dei diritti umani per affrontare le disuguaglianze radicate, sistematiche e intergenerazionali, l’esclusione e la discriminazione». I diritti umani dovranno, quindi, essere al centro del mondo post-covid-19, virus che ha aggravato la povertà, ha aumentato le diseguaglianze, la discriminazione strutturale e radicata, nonché evidenziato drammatiche lacune della protezione dei diritti umani.

La Santa Sede, attraverso il suo Osservatore permanente presso l’Ufficio delle Nazioni Unite ed Istituzioni specializzate a Ginevra, l’arcivescovo Ivan Jurkovič, ha sempre ribadito che, nelle varie risposte che si daranno alla crisi provocata dalla pandemia, non si dovrà lasciare indietro nessuno.

Io penso che siamo ancora in mezzo ad un fenomeno che non sappiamo come considerare nella sua estensione, non vediamo ancora chiaramente le sue conseguenze. Un po’ quello che si vede è che tutto quello che abbiamo fatto finora deve essere un po’ ripensato, forse aumentando, e quello mi sembra che c’è, il sentimento di solidarietà. La Santa Sede è intervenuta in tutte le istanze, specialmente a difesa dell’accesso ai farmaci e al diritto alla salute, ribadendo la necessità che siano veramente disponibili a tutti. E questa è l’idea che è diventata dominante, non dico che lo sia diventata perché l’abbiamo proposta noi, ma perché è ovvia. Cioè, noi dobbiamo imparare, e penso che stiamo imparando, che siamo interdipendenti, in maniera profonda, definitiva. Poi ci sono tante cose, come i populismi e altro, ma in fondo stiamo imparando che siamo una sola famiglia, quella umana.

Qual è oggi lo stato di salute dei diritti umani nel mondo? Permane ancora quella sacralità e inviolabilità dell’essere umano in ogni situazione, in ogni momento, così come sempre rimarcato da Papa Francesco?

Penso che la comunità internazionale abbia raggiunto grandi progressi nella difesa della dignità dell’uomo, nella battaglia contro le varie discriminazioni, e penso che si siano anche fatte grandi cose nel campo della promozione della donna nella società. Insomma, viviamo un mondo che è andato avanti e non indietro. Il problema è che nella relazione tra diritti e valori, antropologici e religiosi, lì si vede una continua frammentazione dei diritti che vengono sempre più sconnessi dai grandi valori, dalla grande esperienza del passato, noi diciamo dalle tradizioni e qui, certamente, c’è qualche fonte di preoccupazione anche per la Santa Sede.

I diritti fondamentali continuano, ancora oggi, a subire attentati e attacchi di ogni tipo e il Papa, nella sua ultima Enciclica «Fratelli tutti», chiede proprio di cercare delle soluzioni. Secondo lei da dove si dovrebbe iniziare?

La convinzione del Papa è che la visione cristiana dei diritti umani è legata al Vangelo, alla dignità dell’uomo che la Chiesa deve difendere. Io penso che la comunità ci capisca e penso che voglia che noi siamo presenti esattamente per questa visione “nostra” che, in fondo, è anche un po’ il fondamento di tutta la visione dei diritti dell’uomo che esiste oggi nel mondo.

Lei cosa riscriverebbe, cambierebbe o integrerebbe della Dichiarazione che fu firmata il 10 dicembre del 1948?

Io condivido ciò che ha detto in occasione del 70.mo anniversario il cardinale segretario di Stato Parolin e cioè che la diplomazia pontificia ritiene essenziale l’aspetto dei valori, cioè noi siamo una diplomazia dei valori in un mondo che cambia i suoi valori, e noi dobbiamo, come diplomazia, mantenere questa fedeltà ai valori “nostri”, non solamente alla dichiarazione, ma ai valori “nostri”, di fronte alla cultura dominante che noi vediamo quale è oggi, soprattutto nel mondo occidentale di un certo tipo, dove i valori religiosi e l’antropologia cristiana non vengono considerati come nel passato. Più che cambiare o lasciare la Dichiarazione così come è, sarebbe importante almeno rimanere fedeli ai principi che hanno ispirato la Dichiarazione, non rinunciare ai grandi valori a causa di pragmatismi politici. Questo vuol dire che noi, Santa Sede, dobbiamo essere fedeli al Vangelo e, allo stesso tempo, essere ispirati, convinti ed entusiasti di continuare il dialogo col mondo.

Secondo lei, si può dire che democrazia e tutela dei diritti umani camminano assieme?

Se non si crede ai valori, non si possono proteggere i diritti né la democrazia. La democrazia non è solo un meccanismo politico molto efficace e molto collaudato, ci vuole qualcosa di più, ossia credere nei valori: se non c’è questo, non si possono proteggere i diritti, si rischia di non rispettare la dignità dell’uomo, l’uomo non è rispettato se non si crede nei valori. La cosa interessante è che i diplomatici ci dicono sempre: «Meno male che avete detto quello!». Abbiamo ripetuto tante volte la stessa cosa, ma è proprio necessario. Noi dobbiamo rimanere fedeli a questa nostra visione e credere che il mondo andrà cambiando e maturando.

Quali sono il ruolo e l’incidenza della Santa Sede a livello di Nazioni Unite sui diritti?

Ogni pontificato ha una specifica visibilità, e noi sappiamo che il pontificato di Papa Francesco è particolarmente visibile nella comunità internazionale, il che vuol dire già una funzione enorme. La gente vede che siamo testimoni di una preoccupazione per il mondo che è molto universale e accettata. Infine, vorrei dire una cosa sulla mia missione qui a Ginevra, che è anche quella di stare attenti alla libertà religiosa: noi siamo convinti che la nostra visione non è solamente pragmatica o funzionale, ma c’è un fondamento religioso e questo fondamento religioso, questo humus nel quale crescono tutte le qualità e tutte le virtù umane, deve essere protetto e noi facciamo di tutto perché sia veramente protetto, rispettato e anche promosso e integrato.

di Francesca Sabatinelli